30 giugno 2010, Globalizzazione ed Europa

La nostra terra, la nostra acqua, la nostra vita

di Luiz Flávio Cappio

(…) Signore e signori,

l’essere umano si trova di fronte ad un’emergenza inedita. Questo pianeta azzurro di un universo divino, stella del firmamento, privilegiato per bellezza e ricchezza, che ci ha sempre offerto sostegno e conforto, agonizza ormai da lunga data a causa dell’insano sfruttamento umano.

Il momento è grave e necessita di tutta la nostra riflessione, seria e responsabile. Il momento esige consapevolezza per lottare contro la distruzione dei nostri fiumi, dei nostri boschi, della nostra gente e contro l’arroganza e il profitto di quanti vogliono trasformare tutto in merce e in moneta di scambio per fini economici.

Il nostro pianeta esige che si scelga la vita, ponendo fine all’inquinamento dell’aria e dell’acqua, alla degradazione dei suoli, alla distruzione della flora e della fauna e alla corruzione dell’essere umano. La Terra, nostra casa, chiede re-spiro, un po’ di pace e condizioni propizie per recuperare la sua vitalità e per poter continuare a vivere in modo sano. Chiede investimenti e, soprattutto cura, che – secondo il grande pensatore Leonardo Boff – è l’altro nome dell’amo-re.

Tutti i beni creati sono stati posti dal Creatore al servizio e alle attenzioni dell’essere umano. Dobbiamo servirci e prenderci cura di questi beni, dell’aria pura, delle sorgenti, delle foreste, delle riserve minerarie, con coscienza e rispetto. Inquinare l’aria con il biossido di carbonio, deviare il corso dei fiumi con dighe, distruggere boschi e inquinare le acque con fogne e pesticidi, piantare per uno scopo diverso dalla produzione di alimenti, tutto è stato imposto come “necessario per lo sviluppo”. Ma che sviluppo è questo? Sviluppo senza sostenibilità è un concetto sbagliato e sorpassato. Il vero sviluppo deve essere sostenibile, socialmente ed ecologicamente, e ci chiede di rimediare alle aggressioni già commesse.

Sottopongo a voi questa riflessione non come specialista, ma come un pastore ribeirinho (abitante dei fiumi, ndt). Sono quasi quarant’anni che vivo sulle rive del Rio São Francisco, il Velho Chico. Quello che dico si basa su quello che vivo qui, insieme al popolo povero e buono delle isole, degli stagni, delle foci e dei boschi di questo fiume benedetto da Dio e deturpato da mani umane.

Un fiume moribondo

(…). Il São Francisco è il più grande fiume interamente brasiliano e storicamente il più importante, chiamato “fiume dell’unità nazionale” perché è stato la via per la quale i colonizzatori penetrarono all’interno dell’immenso territorio nazionale, unificandolo da nord a sud. Con i suoi quasi 3.000 chilometri, è il 18.mo fiume del mondo per lunghezza, maggiore del Danubio e più del doppio del Reno, e drena un bacino idrografico di 640mila km2 (8% del territorio nazionale), più di Francia e Portogallo messi insieme. Nel suo bacino vivono circa 16 milioni di persone (il 9,6% della popolazione brasiliana). Sfruttato intensamente e selvaggiamente a partire dagli anni ‘40 per la produzione di energia elettrica, per l’irrigazione di coltivazioni di frutta, di cereali e di agrocombustibili (canna da zucchero per etanolo), per l’allevamento di bestiame e per la fornitura domestica e industriale, in poco tempo si è ammalato in maniera molto grave. Disboscato, coperto di terra, inquinato, la sua portata media, che era di 3.000 m3/s nel 1929, cioè maggiore di quella del Nilo, è diminuita a 2.000 m3/s nella seconda metà del secolo ed è attualmente di 600 m3/s. Studi recenti compiuti da ricercatori degli Stati Uniti hanno concluso che la sua portata è caduta del 35% in cinquant’anni. Di quello che resta, potrebbe perdere fino al 20%, secondo ricerche commissionate dall’Onu sui mutamenti climatici.

Per un anno, fra il 1992 e il 1993, insieme a tre compagni – un contadino, una religiosa e un ambientalista – ho percorso il São Francisco dalla sorgente alla foce, in un pellegrinaggio religioso ed ecologico, mistico-politico. Abbiamo potuto vedere da vicino la durezza della vita dei ribeirinhos, la loro simbiosi con il fiume – che, come un padre, chiamano Velho Chico. Abbiamo constatato le aggressioni che il fiume e il popolo subiscono, tra rassegnazione e resistenza. Abbiamo fatto appello ai responsabili. Abbiamo solleticato il popolo, al di là delle cure che egli stesso può e deve garantire, a lottare in difesa del suo fiume, condizione fondamentale della sua stessa vita. Dicevamo: “Fiume morto, popolo morto; fiume vivo, popolo vivo”! E il popolo in questi ultimi anni si è sollevato in difesa della vita, ma sono maggiori i poteri della morte.

Gli scioperi della fame

Di fronte all’insensibilità del governo brasiliano nei confronti delle voci critiche della scienza, della Chiesa, della società e dei movimenti e delle organizzazioni popolari, e per ottenere una sospensione dei lavori, nonché l’apertura di un dibattito e un approfondimento degli studi in cerca della verità sul fiume, sul semi-arido e sulla trasposizione del São Francisco, ho fatto due digiuni: uno per 11 giorni nel 2005 e l’altro per 24 giorni nel 2007. Grande e sorprendente l’appoggio che ho ricevuto, anche dalla Svizzera, e qui approfitto per ringraziare tutti: Dio vi ricompensi! Ma ciò non è bastato a dissuadere le autorità e a fare arretrare i potenti interessi che si nascondono dietro il progetto. Gesù diceva che una certa razza di demoni si espelle solo con il digiuno e la preghiera (Mt 17,21)…

Deve essere venuta a mancare la fede, perché ancora non li abbiamo espulsi…

Specchio di una società

Purtroppo il caso del São Francisco non è un’eccezione. In Brasile, sette fiumi su dieci sono inquinati. Secondo le Nazioni Unite, lo è più della metà dei fiumi della terra. Alcuni dei fiumi più importanti del mondo, che riforniscono aree popolose, stanno perdendo portata. Un terzo dei 925 fiumi studiati dai ricercatori statunitensi prima citati presenta mutamenti significativi nei flussi d’acqua negli ultimi 50 anni: quelli la cui portata si è ridotta superano quelli che hanno visto crescere la propria portata nella proporzione di 2,5 a 1. Risultato del disordine dei beni naturali – acqua, terra, boschi, miniere – dei bacini idrografici.

Se è vero che “un fiume è come uno specchio che riflette i valori di una società”, la nostra vale forse quello che produce in termini di letame, rifiuti e inquinamento…

I fiumi sono solo la maggiore dimostrazione della insostenibilità del nostro modo di vivere e di trattare le acque del pianeta.

In realtà il progetto di trasposizione del fiume São Francisco, le immense monocolture di eucalipto e ora il terribile progetto della diga di Belo Monte in Amazzonia non sono pensati per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, ma per accrescere la fortuna dei più ricchi, nonostante provochino devastazione ambientale, disoccupazione, miseria, fame e sete. Si ridestano i primitivi sentimenti del “lupo” che è in noi: avidità, egoismo, superbia. Produrre ricchezza a qualsiasi costo, anche recando danno alla natura e alle popolazioni.

Nel 1990, 20 Paesi hanno sofferto per mancanza di acqua. Nel 1996 erano già 26. Le previsioni dicono che nel 2020 saliranno a 41, e nel 2050 saranno 2 miliardi e mezzo le persone nel mondo che resteranno prive di acqua. Dal 1500 ai nostri giorni, l’acqua è stata strumento o causa di più di 60 conflitti. Il XX secolo, con l’espansione del capitalismo e lo sviluppo tecnologico, è stato di gran lunga il più mortifero. Stiamo vivendo una fase di neocolonialismo, e questa volta il saccheggio si concentra, oltre che sui terreni agricoli e sulle miniere, proprio sull’acqua.

E a pagare sarà il popolo

Un’inedita Mappa dell’Ingiustizia Ambientale e Sanitaria del Brasile, recentemente resa pubblica, indica che in 116 dei 300 casi documentati il problema dell’acqua è in qualche modo presente.

Secondo la Costituzione brasiliana del 1988, la priorità degli investimenti pubblici in progetti idrici è quella di risolvere il problema della sete umana e animale. E i megaprogetti di trasposizione del fiume São Francisco e della diga di Belo Monte sul fiume Xingu si pongono invece come obiettivo quello del rifornimento idrico per l’agrobusiness del Nordest e della sicurezza energetica per i grandi progetti mine-rari-industriali in Amazzonia, e per di più violano i territori dei popoli tradizionali, indigeni, quilombolas e contadini. In questo senso, i progetti sono anticostituzionali e attentano ai diritti fondamentali della popolazione.

Questi progetti faraonici costringeranno il popolo, soprattutto gli abitanti delle città, a sovvenzionare gli usi economici dell’acqua, come l’irrigazione di frutta pregiata, gli allevamenti di gamberetti, la produzione di acciaio e le mega-monoculture per la produzione di combustibili. In Brasile il costo dell’energia è assai basso per le industrie e assai caro per il popolo. I progetti sono finanziati con denaro pubblico ed è il popolo che paga il conto del consumo d’energia delle imprese. Quel popolo che si deve accontentare delle briciole che cadono dalla mensa dei ricchi.

Di fronte alla crisi attuale dell’acqua, sono certo che abbiamo la possibilità – forse l’ultima – di comprendere la gravità dell’alternativa di fronte a cui si trova l’umanità: la vita, della quale l’acqua è la più completa espressione, o la morte.

È in questo senso che la Dichiarazione dell’Acqua come Bene Pubblico e Diritto Umano è importante, perché rappresenta una questione fondamentale della preservazione della vita.

Il dilemma si pone in questi termini: l’acqua come diritto garantito ad ogni essere umano e a tutti gli esseri viventi o l’acqua come un affare, privatizzata, mercificata, lucrativa e pertanto negata, inquinata, profanata, deviata, destinata a produrre sete, fame, malattie, estinzione di specie e morte. Qui non ci sono mezzi termini, perché, sottomessa l’acqua – origine e condizione della vita – ai dettami mercantili del neoliberismo, non resterà più niente.

È necessario rispettare madre natura e la popolazione che sopporta l’onere di tutti questi progetti insani. La natura merita attenzione e il popolo merita considerazione e rispetto. In fin dei conti, è sulle sue spalle che ricade il prezzo di questi progetti di cui beneficiano i potenti.

La nostra lotta è permanente ed è iscritta nel fondamento che tutto sostiene: la fede nel Dio della vita e nell’azione organizzata dei cittadini, perché le benedizioni di Dio si diffondono equamente su tutti.

La nostra lotta è garantire la vita, la biodiversità degli ecosistemi, un vero sviluppo per le popolazioni del semi-arido del Nordest e dell’Amazzonia. Lottiamo perché lo Stato riconosca la dignità dell’uomo dei campi e delle foreste. Perché questi possano produrre alimenti e offrire acqua di qualità a quelli che hanno bisogno, come pure ricevere la dovuta attenzione delle politiche pubbliche.

Non basta dire “no” al progetto di trasposizione del fiume São Francisco, alle monoculture, alla diga di Belo Monte sul fiume Xingu. È necessario un piano di sviluppo veramente sostenibile che porti beneficio a tutta la popolazione. Abbiamo bisogno urgente di costruire un nuovo modo di pensare in materia di aria, acqua, suolo, foreste, di combattere lo spreco, di valorizzare quello di cui disponiamo, di conservare e proteggere i beni naturali per le generazioni future.

L’acqua è patrimonio di tutti gli esseri viventi, non solo dell’umanità. Nessun uso diverso dell’acqua, nessun interesse di ordine politico, di mercato o di potere può sovrapporsi alle leggi fondamentali della vita. In questo senso, la Dichiarazione Ecumenica sull’Acqua ci ricorda la necessità che le Chiese si uniscano nella loro missione profetica a servizio della giustizia sociale e della difesa di questo dono di Dio, che il mio padre e fratello San Francesco chiamava “Sorella Acqua”, “multo utile e umile e preziosa e casta”.

Per noi, in accordo con la teologia e la dottrina sociale della Chiesa cattolica, sono tre i principi della nostra relazione con l’acqua: la sua destinazione universale (per tutti gli esseri viventi), il suo riconoscimento come diritto umano fondamentale, la priorità del suo uso per la vita. È questo che afferma la Dichiarazione sull’Acqua come Diritto Umano e Bene Pubblico.

Le mani di Dio

Sappiamo che le lotte per la giustizia sociale, per la terra, per l’acqua, per le foreste, per la biodiversità, insomma per la vita, incontrano molti ostacoli. Esistono potenti interessi economici in grado di imporre una visione del mondo in cui tutto è merce: un supermercato globale in cui tutto si compra e tutto si vende.

Con tristezza seguiamo le notizie sulla marea nera negli Stati Uniti e sull’assicurazione da parte dell’industria petrolifera responsabile che essa pagherà tutti i danni. Mi domando: la vita ha un prezzo? Gli uccelli, i pesci… chi parlerà per loro? E così i poveri di questo mondo, i senza voce, i senza terra, i senza acqua… Chi palerà per loro?

Nel progetto di trasposizione del rio São Francisco l’esercito brasiliano con tutto il suo potere di intimidazione avanza insieme ai lavori. Ricordiamo tutte le vittime delle lotte per la terra, la più recente delle quali, Dorothy Stang, è stata barbaramente assassinata per la sua battaglia per la giustizia e per una vita degna. Anche qui in Svizzera, un Paese di grande tradizione democratica, una multinazionale, la Nestlé, infastidita dalle critiche della società civile, ha organizzato un’operazione di spionaggio che io leggo come una chiara minaccia, e vi è rimasto coinvolto un nostro fratello brasiliano (Franklin Frederick), un compagno nella lotta.

Tocca a noi, Chiese impegnate, esprimere solidarietà con queste lotte, tanto nel Brasile come in Svizzera e nel resto del mondo.

Questo è il grido di un pastore che viene dalle terre del sud, preoccupato e molto occupato con le pecore del suo immenso gregge. Un pastore che desidera ardentemente che le sue pecore abbiano verdi pascoli in cui mangiare, acqua cristallina da bere, aria pulita da respirare. Vita di qualità e dignità, vita con tutti i diritti di cittadinanza. E per questo è necessario mettere in fuga i lupi che si aggirano voraci nelle vicinanze in cerca di vittime con cui saziare la loro insana fame di ricchezza e di potere.

Signore e signori, nel vangelo Gesù ci insegna (Gv 10,10) che il Buon Pastore, se necessario, dà la vita per il suo gregge e non risparmia sacrifici “perché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”.

Il pianeta è questo immenso campo, la nostra casa. Il popolo è il grande gregge del Buon Pastore che a sua volta si moltiplica in una quantità di pastori e pastore impegnati a curare con amore la casa e la famiglia che ci sono state affidate. “Perché Dio”, ha detto Bernanos, “non ha altre mani per lavorare se non le nostre”.

(Articolo tratto da “Adista Documenti”, n.56 del 3 luglio 2010)

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