2 luglio 2010, Globalizzazione ed Europa

La guerra fredda non può tornare

di Giuseppe Mammarella

Difficilmente l’episodio della scoperta degli informatori russi da parte dell’Fbi, fornirà lo spunto per qualche film come quelli numerosi di spionaggio che negli anni della guerra fredda ci ha propinato Hollywood. Troppo borghese, troppo routiniera e troppo americanizzata questa nuova generazione di “spie” che probabilmente erano solo occasionali e modesti informatori per essere oggetto di qualche storia da portare sullo schermo. Mancherebbe quello che è un ingrediente insostituibile di ogni episodio di spionaggio classico: il mistero, l’esistenza spericolata dello 007 di professione e un po’ di romanticismo. La vita degli undici informatori, perfettamente integrati e probabilmente annoiati dal loro stesso lavoro di raccoglitori di notizie in gran parte insignificanti e reperibili, come spesso è successo nella storia dello spionaggio, sulle riviste specializzate, non è materia per film rocamboleschi e per situazioni mozzafiato.
Non stupisce neppure che quegli uomini e quelle donne fossero in America ormai da diversi anni e che da anni fossero sotto la sorveglianza dell’Fbi. Il lavoro dell’informatore non si improvvisa e richiede una profonda conoscenza del Paese sul quale riferire, d’altra parte i sistemi di una polizia così professionalizzata come l’Fbi e la ricca strumentazione elettronica che essa ha a disposizione rende difficile condurre una attività di intelligence per periodi così lunghi senza essere scoperti. Non è neppure il caso di evocare la guerra fredda come hanno fatto alcuni commentatori. Anche se non più nemici gli Stati e soprattutto le grandi potenze restano inevitabilmente concorrenti e anche in tempo di pace si osservano, si controllano e si informano sulle rispettive intenzioni. Più che carpire segreti militari le spie del tempo di pace si limitano a relazionare i propri mandanti sul clima del Paese, lo stato d’animo della gente, le difficoltà del quotidiano, tutti dati che contribuiscono a tracciare i possibili percorsi di un Paese e che forniscono all’altra parte criteri sugli orientamenti da tenere e sulle politiche da adottare.
Ma l’aspetto più interessante dell’operazione condotta dall’Fbi è perché essa sia scattata solo adesso. È il suo timing che rimane oggetto di considerazioni e di ipotesi di natura politica.
La giustificazione del viaggio all’estero di uno degli undici non è sufficiente per giustificare lo scatto della trappola preparata dall’Fbi anche perché nel passato altri viaggi avevano compiuto altri membri del gruppo. Un’ipotesi è che l’Fbi, che talvolta si muove in non perfetta sintonia con la Casa Bianca, abbia voluto intervenire nell’attuale rapporto America-Russia e in quello Obama-Medvedev a cui molti, soprattutto nella destra americana, guardano con sospetto. La foto dei due presidenti che in uno spirito di amicizia consumavano hamburger e Coca-Cola in un bar di Washington, che ha fatto il giro del mondo, è l’ultimo segno di una crescente intimità già manifestatasi in recenti occasioni e per la quale i “falchi” del Congresso non sono ancora preparati, specie alla vigilia dell’approvazione del Trattato sulla riduzione dei missili intercontinentali e sugli accordi di non proliferazione. Ma c’è anche un’altra ipotesi che rovescia quella precedente. E cioè che lo stesso presidente Obama, che naturalmente era stato informato dell’intenzione dell’Fbi di procedere contro le presunte spie, non si sia opposto per mandare un segnale al Paese. La sua posizione personale a pochi dalle elezioni di novembre è fortemente indebolita: l’economia dà segnali contraddittori, l’onda nera del petrolio nel golfo del Messico continua ad allargarsi, il suo governo sta perdendo pezzi importanti e dopo le dimissioni, dovute, del generale McChrystal, sono arrivate quelle del direttore del Bilancio, Peter Orszag. Le cose vanno male in Afghanistan e la politica estera di Obama è accusata di debolezza per le troppe aperture considerate gratuite, cioè senza contropartita. L’operazione contro le “spie” russe potrebbe essere un’espressione di fermezza inviata a quella parte dell’opinione americana che, guerra fredda o no, dei russi continua a non fidarsi. In fondo l’Fbi dipende dai ministeri della Giustizia e degli Interni dove Obama ha due dei suoi fedelissimi. Significativa in ogni modo sarà la risposta di Mosca che per il momento, per bocca di Putin, si è detta sorpresa dell’azione americana evitando tuttavia di drammatizzarla. Ma in un secondo tempo il governo russo sotto la pressione dei propri “falchi” potrebbe rispondere secondo la tradizione con analoghe misure nei confronti di elementi americani in Russia.
Una cosa sembra tuttavia certa, che né gli Stati Uniti né la Russia intendano usare l’affare delle “spie” per turbare gli ulteriori sviluppi di un’intesa, che pur per ragioni diverse, giova ad ambedue.

(Articolo tratto da “Il Messaggero” dell’  1 luglio 2010, pag. 1-21)

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