12 agosto 2010, Globalizzazione ed Europa

L’America disamorata ha sorpassato Obama

di Enzo Bettizza

Di Americhe ne ho viste tante, a cominciare da quella remota di Eisenhower, ma l’impatto con questa America di Obama, che corre velocissima scavalcando crisi e ostacoli d’ogni genere verso le elezioni di medio termine di novembre, è per me davvero sorprendente e anche sconcertante. Ho la strana impressione di aver sbagliato volo.

Di essere atterrato su un continente che non è l’America che conoscevo e immaginavo di ritrovare modificata, sì, ma non cancellata e rigenerata al punto di presentarmi il volto d’un Paese pressoché sconosciuto: una popolazione spesso bilingue, intensamente amalgamata nella diversità, con infiniti travasi di tinte epidermiche in un vivace tripudio del non apartheid. In sostanza, uno sfondo antropologico in tattile sintonia con la pelle, le idee, il sorriso, gli scatti elastici del primo presidente nero degli Stati Uniti.

A prima vista si direbbe che il tradizionale melting pot, il crogiuolo che una volta rimescolava a fuoco lento le diverse etnie e religioni, sia esploso e tracimato con forza inaudita dal Ground Zero, dopo la tragedia dell’11 settembre. Come se l’oltraggio subìto da tutti, neri e bianchi, avesse abbattuto o quantomeno spostato vecchi pregiudizi razziali, parametri psicosomatici, steccati culturali e linguistici dell’America anglosassone. Non a caso il primo gesto simbolico di Obama presidente è stato di togliere dalla Casa Bianca un troneggiante busto di Winston Churchill e di rispedirlo con i complimenti d’obbligo a Londra.

l resto l’hanno fatto i dieci anni d’inarrestabile ondata migratoria dall’America latina, in particolare dal Messico, ancorché duramente contrastata da diversi Stati del Sud capeggiati dall’Arizona.

L’evoluzione esplosiva del classico melting pot, trasmutato, grazie ad elettori non solo neri e ispanici, in un grado superiore di compagine nazionale multietnica, aveva trovato il suo momento sublimante nella conquista della Casa Bianca da parte di Barack Obama. L’America dei grandi traumi – i flagelli terroristici, i venerdì neri, gli tsunami pertoliferi, la guerra irrisolta in Iraq e impotente in Afghanistan – si era affidata con ottimismo insieme entusiastico e disperato al giovane outsider vedendo in lui l’uomo della provvidenza, il salvatore, il taumaturgo, quasi un mago benefico.

Per molti americani Obama è stato un sogno di speranza e di redenzione. Lo avevano votato per la sua visione del mondo, le sue parole suadenti, le sue promesse utopiche, non ancora messe alla prova dalla dura replica dei fatti. Poi, quando lo scontro coi fatti è cominciato ad arrivare a valanga da Wall Street e Detroit, da Guantanamo e dal Golfo del Messico, da Kabul e da Teheran, da Gaza e dal Libano, il presidente ha dato l’impressione di non riuscire a mantenere tutto ciò che aveva promesso in campagna elettorale.

Allora il «sogno Obama» ha preso ad attenuarsi. E’ iniziata la seconda fase, quella del disamoramento, che in genere ogni nuova presidenza americana registra a metà mandato, ma che nel caso eccezionale e mitizzato di Obama tende ora a palesarsi esponenzialmente come un calo fisiologico e ideologico insieme. Oggi i sondaggi sulla sua popolarità appaiono sostenuti intorno al 75 percento presso l’elettorato nero, mentre scendono al 50 nel bacino ispanico e al 25 in quello bianco. Le prossime elezioni di medio termine, che prevedono una forte rimonta dei repubblicani nelle due camere del Congresso, si profilano già come un referendum sull’operato personale del presidente dal gennaio 2009 in poi.

Avrò modo di tornare in seguito, con più particolari, sulle ombre e le luci che ne circondano l’amministrazione. Vorrei però sottolineare, fin da ora, che le pulsioni di velocità con cui gli europei giudicano il fenomeno Obama sono in notevole ritardo rispetto a quelle degli americani. Noi stiamo ancora digerendo ammaliati il fenomeno. Invece tanti americani d’ogni ceto con cui ho parlato, imprenditori, intellettuali, militari, barbieri, impiegati, pur giustificando e non spregiando il sogno, pur criticando l’eredità e gli errori interventisti di Bush, mi hanno dato la sensazione di aver già digerito la novità del fenomeno.

Non tutti si dichiararono delusi o disillusi; non censurano malevolmente le frenate realistiche dell’uomo di governo, spesso contrastanti con le promesse del tribuno elettorale; riconoscono il fascino e la bravura oratoria del personaggio che dà il meglio di sé quando parla a un pubblico di giovani. Ma quasi tutti fanno capire che l’America ha già superato la bella fase onirica, che il peso della realtà, aggirando l’idillio, già la costringe a prescindere da Obama, a pensare e proiettarsi oltre Obama. Parlano dell’America come di un «laboratorio in profonda trasformazione», dove la velocità frantuma il tempo, travolge miti e sogni, non consentendo più a nessuno di correre fra le nuvole con la testa voltata all’indietro.

Non si vede comunque, per adesso, tra le file repubblicane, il profilo di un leader e successore latente di Obama degno di nota. Si vedono invece ingrossare e ufficializzarsi le schiere infervorate del movimento conservatore dei «tea party», animato da una sorta di qualunquismo costruttivo, che si richiama alla leggendaria rivolta del 1773 dei coloni americani contro le imposte britanniche sul tè; sotto la guida di una luterana di origini democratiche, Michele Bachmann, considerata più colta e più agguerrita dell’impresentabile Sarah Palin, il movimento anti-tasse è riuscito a formare addirittura un gruppo parlamentare separato al Congresso. Ma è sulla donna politica più in vista del momento, l’attuale segretario di Stato Hillary Clinton, ex rivale sconfitta alle primarie da Obama, che diversi analisti tornano a intravedere un possibile aspirante futuro alla massima carica. In altre parole, una possibile riscossa vendicativa dall’interno dello stesso partito dei liberal.

Alle informazioni politiche apprensive, allusive, quasi divinatorie, che raccolgo in ambienti chiusi, fa da riscontro quello che osservo per le strade di New York. Già all’aeroporto di Newark, al primo contatto con questa America nuovissima, severa, piena di regole occhiute e di leggi complicate, mi aveva colpito il misto di multietnicità e di rigore nel comportamento dei molti uomini e donne di colore, neri, mulatti, ispanici, perfettamente addestrati ai servizi di polizia e di filtro dei passeggeri in arrivo. Gesti muti e precisi, padronanza istantanea e assoluta dei dispositivi tecnologici, cortesia e freddezza nell’ispezione dei documenti e delle facce soprattutto straniere. Nel timido brusìo bisbigliato dai passeggeri avviati ai banchi di controllo, interrotto dal rumore delle televisioni e dalle voci dei megafoni, sentivo che ogni minima deviazione dal rettilineo in fila indiana sarebbe stata immediatamente percepita e repressa dagli agenti che ci scrutavano uno per uno con calma attenzione.

Il clima generale, se posso esprimermi così, era quello di una scenografia orwelliana placida e difensiva. Avvertivo una singolare sovrapposizione, o combinazione, nello sguardo dei poliziotti che era scuro nella tinta e nordico nella fermezza. Tornavano alla mente le parole che mi diceva Guido Piovene all’epoca in cui scriveva il suo superbo «De America»: «Non si capisce nulla di questo continente se non si coglie il sottofondo tedesco della sua macchina organizzativa». Mi stupisce la sicura fretta burocratica con cui al banco di controllo una poliziotta nera, grassa, dall’aria materna, liquida il mio passaggio senza obbligarmi a schiacciare i polpastrelli sul piccolo schermo, illuminato da un bagliore fosforescente verdognolo e adibito alle impronte digitali. Prima di lasciarmi passare aveva messo a confronto i dati anagrafici del mio passaporto con quelli riportati in un suo computer: evidentemente vi ero registrato come persona grata e immune da ogni sospetto.

Questo elemento d’ordine tedesco, se vogliamo prussiano, che già Piovene negli anni Cinquanta fiutava nella società americana, è emerso con più forza dal «sottofondo» in superficie dopo l’attentato alle Torri Gemelle. E’ curioso constatare come esso attecchisca e aderisca ad una società multietnica che al primo colpo d’occhio sembra quasi brasiliana, quasi indolente e insofferente alle famose «regole» americane derivate dal luteranesimo anglosassone oggi forse più «sassone» che «anglo».

Tale prussianità americanizzata può manifestarsi in diverse versioni e occasioni. Dalla severità e dalla disciplina dell’aeroporto di Newark può travasarsi in forme contrastanti nel miscuglio d’ordine e disordine che regna per l’eterna movida di Times Square, lungo gli ingressi sovraffollati dei ristoranti e famosi teatri di Broadway. Qui, nel cuore di un’America attanagliata dalla crisi economica e dalla paura del terrorismo, capita di vedere di tutto. Giovani disoccupati, anche bianchi dall’aspetto wasp, che s’industriano a sbarcare il lunario pedalando a cavallo di ampi risciò carichi di turisti.

Pupazzi sgargianti e semoventi di Walt Disney frammisti a giovani biondi o neri che invocano un dollaro per gli homeless, i senzatetto. Oppure, all’incrocio centrale fra l’ottava e la trentasettesima strada, un bianco sulla quarantina, vestito decorosamente, che mostra ai viandanti un cartello di cartone scritto a mano: «Ho perduto ogni cosa in questo disastro finanziario. Vi prego, aiutatemi». Poi, di colpo, alzando lo sguardo, si può scorgere un enorme poster con faccia in gigantografia del presidente iraniano Ahmadinejad, appeso ad un grattacielo fra un pannello pubblicitario dei jeans Levi’s e un altro della bevanda Ginger Ale. Non lascia dubbi la scritta che l’accompagna: «Egli non è benvenuto qui. Dovete fare qualcosa contro di lui. Tutti uniti contro l’Iran nucleare».

Alla fine della passeggiata, rigurgitante di folle e di sorprese, sono sceso per violente scale mobili fino al sotterraneo dove, fra hamburger piramidali e bevande dolciastre per obesi, si commemora mangiando e ascoltando ritmi frastornanti l’epopea dei Beatles e del Hard Rock. Un autentico museo musicale e gastronomico anni Sessanta. Anche qui, d’un tratto, è scattata la morsa d’ordine germanica. Avevo prenotato per quattro, ma eravamo scesi soltanto in tre. Una giovane hostess nera, la cui grazia e avvenenza apparivano come irrigidite in un amido militare, mi ha subito bloccato annunciando: «Dovrete aspettare qui, in piedi, o al bar. Potrete occupare il vostro tavolo soltanto quando arriverà la quarta persona».

Intanto la musica, erompendo scatenata da ogni dove, intonava via via le melodie provocatorie e anarcoidi della gloriosa e ormai preistorica epoca Rock. Nessuno, però, ha saputo spiegarmi il perché della misteriosa ingiunzione proibitiva impostami dalla hostess nel locale in parvenza più permissivo di Times Square.

(Articolo tratto da “La Stampa” dell’ 8 agosto 2010, p.1-10)

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