2 luglio 2012, Cultura - Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Recensioni

I giovani perdenti della globalizzazione

di Bruno Ugolini

Non è davvero un caso isolato quello della crescente flessibilità del lavoro italiano. L’Europa è alle prese con problemi simili. Un’analisi accurata la troviamo in un volume della Franco Angeli. Porta come titolo un interrogativo: «Giovani, i perdenti della globalizzazione?». I curatori del volume (un’iniziativa di «Sociologia del lavoro») sono Hans-Peter Blossfeld, Dirk Hofacker, Roberto Rizza, Sonia Bertolini.
Scaturisce dalle ricerche un panorama diversificato. Anche se si osserva come «Nel suo insieme la globalizzazione ha prodotto un livello di incertezza strutturale senza precedenti negli assetti sociali ed economici dei paesi europei». E ancora: «I giovani europei sono sempre più soggetti a forme di lavoro temporaneo, corrono un rischio di disoccupazione più alto e impiegano più tempo a raggiungere condizioni di lavoro stabili e continuative».
Certo il modello danese della flexsecurity regge ancora. Anche in Danimarca però l’incertezza economica si fa sentire e la preoccupazione principale riguarda il futuro. «Il fragile equilibrio fra le dispendiose politiche del mercato del lavoro danesi e la breve durata dei periodi di disoccupazione individuale,in una dinamica di turnover elevato, potrebbe venire a mancare». Mentre in Inghilterra «l’incertezza lavorativa è meno concentrata sui giovani» e più distribuita lungo le diverse fasi della vita lavorativa.
Merita attenzione il caso Germania. Qui «quasi tutti i giovani accedono al mercato del lavoro attraverso contratti instabili… Tuttavia i contratti a termine in posizioni che richiedono elevate qualifiche non sono sinonimo di precari». Possono essere compensati, ad esempio, da alti salari. E comunque ha molte più chance di stabilizzazione chi ha un elevato titolo di studio. Una bella differenza con l’Italia. Il nostro Paese è al centro del saggio di Nicola De Luigi e Roberto Rizza. Qui viene segnalato l’emergere dei «Neet». Un termine che deriva dall’acronimo inglese «Not in Education, Employment or Training», giovani che non lavorano, non studiano. Gli autori osservano poi come non è tanto rilevante il dato numerico dei rapporti di lavoro flessibile, nel confronto con quello europeo, quanto il fatto che è cresciuto negli ultimi anni «un sentimento di precarietà e insicurezza» giustificato dalla mancanza di protezioni e tutele per i lavoratori più a rischio di instabilità. L’ultima parte del volume si concentra su tre realtà territoriali: Trento, il Nord est, Napoli. E concludendo la ricerca sul capoluogo campano Giustina Orientale Caputo scrive: «… lo scenario in cui attualmente ci muoviamo è talmente cupo che non appare irrealistico pensare che intere generazioni di giovani rischiano di essere tagliate fuori». E c’è da dubitare che la cosiddetta riforma del mercato del lavoro, con le sue luci e le sue molte ombre, possa determinare davvero una svolta positiva.

(“L’Unità”, 5 giugno 2012)

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