8 agosto 2012, Globalizzazione ed Europa

Egitto:vincono i fratelli musulmani. E i cristiani incrociano le dita

Peaceful Cairo.di Marco Zerbino

C’è voluta una settimana, ma alla fine i risultati del secondo turno delle presidenziali egiziane sono arrivati, consacrando vincitore Mohamed Morsy del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica del movimento dei Fratelli Musulmani (v. Adista Notizie n. 22/12). Il candidato degli ikhwan ha ottenuto il 51,73% delle preferenze, mentre l’ex primo ministro Ahmed Shafik, legato al vecchio regime di Hosni Mubarak e gradito ai vertici militari, si è fermato al 48,72%. Molto alta l’astensione: hanno votato poco più della metà degli aventi diritto (51,85%). L’esito definitivo della sfida è stato comunicato con diversi giorni di ritardo, ufficialmente per i tanti ricorsi presentati. Tuttavia, è noto che la dilazione è stata causata anche e soprattutto dalle trattative in corso fra la Fratellanza e il Consiglio Supremo delle Forze Armate (Scaf), tuttora il vero detentore del potere nel grande Paese arabo, protrattesi durante la settimana postelettorale in un crescendo di tensioni che ad un certo punto hanno fatto temere l’imminenza di un colpo di stato da parte dei militari. E in effetti, considerate le mosse messe in campo dallo Scaf prima e dopo il voto del 16-17 giugno, è difficile capire quale sarà il potere effettivo del nuovo presidente. I militari dovrebbero farsi da parte entro il prossimo 1° luglio, ma è abbastanza chiaro che la coabitazione fra Morsy e i vertici dell’esercito sarà tutt’altro che priva di tensioni. Intanto, un primo risultato della crescente polarizzazione della vita politica egiziana è stato il ricompattamento attorno al neopresidente delle forze che si riconoscono nella rivoluzione del 25 gennaio e che chiedono la fine del potere dei militari: un’alleanza eterogenea che spiega anche le prime, concilianti dichiarazioni di Morsy riguardo temi sensibili come la libertà religiosa e quella femminile.

Un voto minacciato

Il primo segnale di una possibile stretta autoritaria da parte dei militari si era avuto già nelle ore che avevano preceduto il voto. Appena tre giorni prima che si aprissero le urne, i giudici della Suprema Corte Costituzionale (tutti nominati da Mubarak) avevano emanato una sentenza che, di fatto, comportava lo scioglimento del Parlamento a maggioranza islamista eletto alla fine dello scorso anno. Il potere legislativo tornava così nelle mani dei vertici delle forze armate, già detentrici di quello esecutivo. Lo stesso giorno, la Corte aveva inoltre dichiarato incostituzionale la Legge di Isolamento Politico, una norma approvata dal Parlamento ad aprile che impediva alle personalità colluse col passato regime di assumere incarichi amministrativi. Entrambe le decisioni erano sembrate chiaramente alludere ad un imminente colpo di mano da parte dell’esercito volto ad imporre Shafiq come capo dello Stato.

Le tensioni sono poi proseguite anche durante la settimana successiva al ballottaggio. La sera dell’ultimo giorno di voto, quando si cominciava a intravedere il vantaggio di Morsi, lo Scaf prendeva la decisione di emanare una nuova «dichiarazione costituzionale». Il breve testo diminuiva di fatto l’autorità e le prerogative del nuovo presidente (ad esempio impedendogli di nominare il ministro della difesa e sottraendogli il titolo di capo supremo delle forze armate) e conferiva ai vertici dell’esercito, oltre al potere legislativo, l’ultima parola circa l’approvazione della legge di bilancio dello Stato e, soprattutto, circa la nuova costituzione di cui dovrà dotarsi il Paese. Sin dal momento in cui, sedici mesi fa, Hosni Mubarak dovette abbandonare il potere a causa della pressione della piazza, la supervisione del processo costituzionale è sempre stata un’ossessione delle forze armate, preoccupate di perdere il loro ruolo pluridecennale di padrone incontrastato della politica egiziana. Dal Parlamento che è stato dissolto pochi giorni prima dei ballottaggi – nel quale i Fratelli Musulmani avevano la maggioranza relativa dei seggi e le forze islamiste, considerate nel loro complesso, quella assoluta – provenivano 39 membri della nuova assemblea costituente, sul cui destino pendono ora una serie di interrogativi.

Fragili alleanze per un futuro incerto

Anche se incruento, un semicolpo di Stato ad opera dello Scaf, nei giorni che hanno preceduto e seguito il secondo turno delle presidenziali egiziane, si è pertanto verificato. Non è un caso che le varie decisioni prese dai capi dell’esercito siano state accompagnate tanto da imponenti manifestazioni di piazza (Tahrir è tornata a riempirsi a partire da venerdì 22 giugno e, mentre scriviamo, ancora non si è svuotata), quanto da un riavvicinamento fra tutte le forze che, a diverso titolo e con diverso diritto, si richiamano alla rivoluzione del 25 gennaio: islamisti più o meno radicali, liberali, nasseristi, socialisti e giovani del movimento «6 aprile». Una coalizione piuttosto eterogenea a cui gli egiziani non erano più abituati dai tempi bui delle elezioni parlamentari del 2010, le ultime tenutesi sotto il giogo dell’ex rais. Anche se i Fratelli Musulmani non possono essere annoverati fra le forze che hanno ispirato e voluto le proteste di massa che disarcionarono Mubarak a febbraio 2011, essendosi anzi in primo tempo schierati apertamente contro il movimento, il ruolo oggettivo di candidato anti-Scaf incarnato da Morsy nel secondo turno delle consultazioni lo ha giocoforza trasformato in un punto di riferimento per tutto il fronte rivoluzionario. Si spiegano anche così, verosimilmente, le prime, concilianti dichiarazioni del nuovo capo di Stato riguardanti temi come la libertà religiosa e i diritti delle donne, nonché alcuni suoi primi atti una volta riconosciuto vincitore.

Parlando alla televisione di Stato la sera di domenica 24 giugno, Morsy ha affermato di voler essere il presidente di «tutti gli egiziani», promettendo inoltre di difendere i diritti delle donne e dei cristiani e di impegnarsi per «la fine di ogni discriminazione». Pochi giorni dopo, al fine di dissipare i timori e la diffidenza nei confronti dei Fratelli Musulmani, diffusi in diversi settori della società egiziana, il neopresidente ha inoltre fatto sapere che avrebbe nominato come suoi vice un cristiano e una donna, fatto che costituirebbe un unicum nella storia egiziana. Infine, Morsy ha voluto dare un ulteriore segnale di distensione scegliendo di incontrare, in due diversi momenti presso il palazzo presidenziale, tanto la delegazione ufficiale della Chiesa copta ortodossa, quanto quella della Chiesa cattolica egiziana.

Quale destino per i cristiani?

I copti, che in seguito ai risultati del primo turno erano stati coinvolti in una polemica da diversi esponenti politici e media islamisti, venendo pretestuosamente accusati di aver votato in massa per Shafiq al fine di sbarrare la strada al candidato degli ikhwan (v. Adista Notizie n. 22/12), hanno reagito positivamente alle prime dichiarazioni di quest’ultimo. Il vescovo Pacomio, capo ad interim della Chiesa copta ortodossa d’Egitto, si è felicitato con Morsy per la sua vittoria la sera stessa in cui sono stati comunicati i risultati ufficiali, coerentemente con l’atteggiamento tenuto sin dal lunedì successivo al voto, quando il prelato aveva dichiarato per bocca del proprio segretario, p. Angelos, che la Chiesa copta non era affatto preoccupata da una eventuale vittoria di Morsy e che avrebbe comunque rispettato il risultato elettorale. «Dobbiamo dare al vincitore l’opportunità di ricostruire il Paese», aveva detto in quell’occasione Angelos.

Nel commentare l’incontro avuto con il nuovo presidente, è parso possibilista anche p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, che durante la campagna elettorale e immediatamente dopo l’annuncio dei risultati del voto aveva invece a più riprese sottolineato il rischio che una vittoria dei Fratelli Musulmani avrebbe rappresentato per la comunità cristiana del Paese. «I Fratelli Musulmani», aveva dichiarato lo scorso 25 giugno p. Greiche «hanno una storia poco brillante nei rapporti con i cristiani. Essi sono da sempre sostenitori di una politica che vuole attuare la sharia e islamizzare la società egiziana nel modo di vestire, nel lavoro e nelle tradizioni della vita quotidiana». «Le belle parole sono buone, ma bisogna vedere i fatti», aveva infine chiosato il portavoce cattolico parlando con l’agenzia AsiaNews e riferendosi al primo discorso da neopresidente di Morsy. Dopo esser stato ricevuto da quest’ultimo, insieme ai vescovi cattolici, la mattina di mercoledì 27 giugno, lo stesso Greiche ha però commentato positivamente l’evento, sottolineando come l’incontro non fosse in programma e come sia stato voluto dal presidente eletto, che si sarebbe mostrato «cordiale e disponibile a lavorare insieme ai cattolici per affrontare e risolvere i problemi della nostra comunità». «Oggi», ha poi proseguito il portavoce della Chiesa cattolica egiziana «Morsy ha confermato la possibile nomina di un cristiano copto e di una donna alla vice-presidenza. Questa sarebbe una svolta per il Paese, ma essi dovranno avere un effettivo potere. In caso contrario, tali nomine rischiano di essere solo un’operazione di facciata».

Infine, sulla vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani è giunto anche il commento di mons. Youhannes Zakaria, vescovo copto cattolico di Luxor. Secondo il prelato, le parole di Morsy da neopresidente «danno tranquillità: in particolare l’affermazione di voler essere il presidente di tutti gli egiziani e di migliorare l’economia anche rilanciando il turismo». «In Egitto», ha spiegato all’agenzia Fides mons. Zakaria «abbiamo diversi problemi da affrontare. In primo luogo quello economico, la disoccupazione è molto elevata. Qui a Luxor con il crollo del turismo quasi tutti sono disoccupati. La società egiziana è tranquilla, ma ora dopo le parole vuole i fatti».

(“Adista Notizie”, n.26 del 2012)

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