5 agosto 2014, Cultura - Globalizzazione ed Europa - In evidenza - Recensioni

Confini e frontiere in un mondo globale

di Roberto Esposito

Considerati un retaggio del passato in un pianeta che non oppone limiti alla potenza del mercato, i luoghi di margine vedono rivalutate vitalità e capacità di innovazione.

Ad appena un anno di distanza dalla caduta del grande Muro, il guru giapponese Kenichi Ohmae pubblicava le sue lezioni di management con il titolo Il mondo senza confini ( tradotto da Il Sole 24 Ore). Termini come “flussi”, “ibridazioni”, “postnazionalismo” disegnavano il nuovo mondo globale come uno spazio liscio ed omogeneo, aperto alla libertà di un mercato senza confini.

È bastato poco perché tale scenario andasse in frantumi. A partire dall’ipotesi di un rapido tracollo degli Stati-nazione. I quali devono certamente adattarsi alla convivenza con altre formazioni spaziali che ne alterano il profilo e ne riducono le prerogative. Ma rimangono gli attori principali della politica.

In realtà lo scenario che nell’ultimo ventennio si è andato delineando appare irriducibile a tutte le formulazioni precedenti. Né la divisione tra Est e Ovest né quella tra Nord e Sud, né il modello unilaterale né quello multilaterale sono in grado di rappresentare un mondo unificato dalle differenze, orientato insieme all’inclusione e all’esclusione.

La tesi di Sandro Mezzadra e Brett Neilson, presentata in un libro uscito l’anno scorso in America e adesso tradotto da il Mulino con il titolo Confini e frontiere, è che la categoria più adatta a restituire questo quadro in continua evoluzione sia proprio quella di confine. A patto, però, di ripensarne radicalmente il significato. Generalmente contrapposto alla frontiera, interpretata come orizzonte in continua espansione, il confine condivide con essa la dimensione dinamica. Tutt’altro che linea immobile destinata a dividere lo spazio globale in territori stabilmente definiti, esso è luogo di produzione di rapporti e di conflitti, di disciplinamento e di innovazione – una vera fabrica mundi, per usare la splendida espressione rinascimentale.

Gli autori del libro, sviluppando le ricerche postcoloniali di Balibar e Spivak, di Sassen e Chatterjee, percorrono in lungo e in largo questa fenomenologia ambivalente, assumendo il confine non solo come oggetto, ma anche come paradigma dotato di significato simbolico e materiale. Esso da un lato si moltiplica in una serie di figure correlate – limite, soglia, marca, faglia. Dall’altro si dilata fino a includere in sé lo spazio che dovrebbe dividere. Più che semplice muro, il confine è zona in cui è possibile vivere, come ormai accade negli aeroporti e nei ghetti costruiti ai margini o dentro gli spazi metropolitani. Basti pensare alla striscia di Gaza o alla terra di nessuno situata tra Stati Uniti e Messico.

Anche una nave può diventare confine, come è accaduto per più di sei mesi a una imbarcazione contenente 254 migranti, intercettata dalla marina indonesiana su segnalazione dell’Australia e trasportata nel porto di Merak, dove essi si sono rifiutati di sbarcare. In una situazione in cui nessun Paese si è voluto assumere la responsabilità di intervenire, quella nave è finita in un vuoto normativo divenendo una specie di isola in movimento. Qualcosa di analogo è capitato nel 2004 sulle nostre coste, quando la marina italiana ha impedito ad un’altra imbarcazione alla deriva di approdare. Dopo una estenuante trattativa diplomatica tra Italia e Malta, finalmente sbarcati a Porto Empedocle, i superstiti sono poi stati espulsi in Ghana e in Nigeria.

Già Carl Schmitt, nel Nomos della terra, aveva colto il ruolo costitutivo dei confini. Se da sempre essi esprimono i rapporti di forza politica tra potenze rivali, al tramonto del diritto pubblico europeo delineano i grandi spazi in cui si divide il mondo. È noto il ruolo della cartografia nell’elaborazione dell’universo coloniale e poi imperialistico. La suddivisione del globo in aree di influenza è stato uno strumento efficace per entrambi i blocchi durante il periodo della guerra fredda. Ma la funzione assunta oggi dai confini è ancora diversa. Essa non si limita all’ambito geopolitico, ma invade l’intera sfera dell’esperienza contemporanea, investendo territori a cavallo della legge e dell’economia. Il confine regola il complesso rapporto tra cittadinanza, potere e diritti, ristrutturando tempo di vita e tempo di lavoro. Mezzadra e Neilson analizzano la trasformazione profonda che subiscono le condizioni lavorative di soggetti esposti al continuo passaggio di confine, come le donne destinate alla cura di anziani o, all’altro capo dello spettro sociale, i traders. Femminilizzazione del lavoro e finanziarizzazione dell’economia ne sono allo stesso tempo la causa e l’effetto. Attraverso una sempre più intensa mobilità di persone, merci, denaro, le nuove frontiere si dimostrano dispositivi indispensabili al governo della biopolitica contemporanea. Assai più che nell’antico regime sovrano, i confini impongono regole e comportamenti, limitano e controllano, segmentano ed escludono. Come dicono i latinos, non siamo noi ad attraversare i confini, ma essi che ci attraversano.

Eppure il confine, come è evidente, ha una doppia faccia – separa e congiunge. Allo stesso modo al suo lato violento, ne corrisponde uno creativo. Disciplinando i soggetti, esso li mette in relazione. Da qui il suo potenziale politico in una stagione in cui le classiche dicotomie politiche – tra destra e sinistra, conservazione e progresso – sono entrate in affanno. Allorché la società appare troppo frammentata per disporsi lungo un unico fronte, la molteplicità dei confini consente aggregazioni parziali altrimenti impossibili. Come sostiene anche Emanuela Fornari in un libro di argomento affine, edito da Bollati Boringhieri col titolo Linee di confine, il principale ruolo politico del confine, all’interno dello spazio globale, è quello di traduzione tra dimensioni socio-culturali altrimenti incomunicabili. Ciò – questo continuo lavoro di significazione e di negoziazione – produce un soggetto politico molto diverso da quelli classici, rappresentati da classi, partiti e sindacati. Anche perché ne trasforma continuamente i caratteri, appunto traducendo gli uni negli altri. In questo modo il gioco politico si sposta fuori dagli Stati, per articolarsi lungo l’intero fronte sociale. Sarà questa la politica a venire? Ed essa basterà a mobilitare le energie estenuate dei nostri sistemi politici? Personalmente ho qualche dubbio. Una politica dei confini è necessaria e anche inevitabile. Ma soltanto se riuscirà a confrontarsi con i poteri che ancora guidano gli Stati, sarà in grado di modificare i rapporti di potere tra chi ha troppo e chi nulla.

(“La Repubblica”, 15 luglio 2014)

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