29 aprile 2017, Globalizzazione ed Europa

Chiuso il caso Le Pen ci vuole una Schengen mondiale

di Raniero La Valle

Madame Le Pen non ha vinto le elezioni francesi, e non vincerà nemmeno nel ballottaggio. La buona notizia è questa, non è una notizia esaltante invece che Macron sarà il presidente francese; ma ciò dipende dal fatto, confermato dal risultato del voto del 23 aprile, che il popolo c’è, mancano i leaders, e i partiti sono ormai senza visione e cultura.
Passata ora la grande paura di un trionfo della destra xenofoba, si evidenzia però che il vero problema è quello della posizione da prendere riguardo alla grande migrazione divenuta ormai strutturale e permanente nella nuova realtà della globalizzazione. Ma se le elezioni si decidono sui migranti, ciò vuol dire che tale questione è diventata il nodo centrale della politica, e sulla risposta che si dà a tale questione sta o cade la democrazia. Lo Stato moderno, cioè lo Stato di diritto, muore o sopravvive in questo passaggio cruciale.
Infatti ci sono solo due risposte possibile a questo problema: una è quella della destra, il rifiuto, i muri, la blindatura dei confini, i patti leonini stabiliti con la Turchia o con la Libia per ricacciare i profughi al di là del mare, o il muro che spezza a metà l’America, tra gli Stati Uniti ed il Messico; ed è su questo crinale che monta l’intolleranza e finisce la democrazia e lo Stato di diritto; oppure la soluzione è una Schengen mondiale, le frontiere che si aprono non solo ai capitali, ai beni materiali, al commercio, ma alle persone, alle famiglie, alle religioni e alle culture; e la gente che può andare a vivere dove vuole, senza tratta senza torture e senza scafisti, in nave, in aereo o per via di terra, con un semplice visto.
L’alternativa civile, quella che permette la ripresa del progresso storico, è l’accoglienza e l’integrazione, è l’alternativa incessantemente riproposta da papa Francesco, che la politica però, terrorizzata, rifiuta, e non solo la politica dei Le Pen e dei Salvini. La politica la rifiuta perché non osa il cambiamento, che certamente deve essere profondo, e deve mettere la scure alla radice stessa della globalizzazione capitalistica e della trionfante ideologia del denaro e del profitto, perché fare posto a tutti nel mondo, in condizioni di eguaglianza e senza più la discriminazione della cittadinanza, comporta una rifondazione dei rapporti economici finanziari e politici negli Stati e tra i popoli, e un accorciamento della distanza incolmabile tra il pozzo senza fondo della ricchezza e la palude sterminata della miseria. Ed è proprio questo che si deve fare.

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