9 aprile 2019, Globalizzazione ed Europa

Bolsonaro: un “messia dal volto di Pinochet”

di Bruno D’Avanzo

In Brasile i governi democratici di Lula e Dilma Rousseff che hanno retto il Paese per più di dieci anni, pur realizzando indubbi progressi a favore dei ceti meno abbienti, erano ben lontani dal conseguire molti degli obiettivi prefissati all’inizio, in primo luogo una vera riforma agraria, che di fatto venne presto archiviata. Era il prezzo pagato per mantenere la pace sociale, evitando uno scontro frontale con le élite del Paese.

Dopo anni di crescita sostenuta, però, il Brasile nel periodo più recente ha vissuto una crisi economica di vaste proporzioni. Si è rotto così il patto che aveva garantito una certa distribuzione della ricchezza, minima, ma significativa per le classi popolari. Le forze economiche dominanti, i ceti sociali medio-alti da sempre ferocemente classisti e razzisti, con l’appoggio della stampa e della televisione hanno scatenato un attacco di natura golpista per una svolta conservatrice in tutti i campi della vita politica, economica, sociale e perfino culturale.

L’intero establishement, dagli agrari alle sette evangeliche, ai mercati, con in testa l’ultraliberista Paulo Guedes, hanno scelto Jair Bolsonaro come il leader capace di riportare la destra al potere.

Il giornalista Eugenio Trujillo Villejas, col suo pezzo “Il trionfo di Bolsonaro cambia il Brasile” (21/11/2018, tratto da Basta bugie, selezione di articoli che riflettono le posizioni di un cattolicesimo anticonciliare e ultraconservatore), offre una sua personale lettura della vicenda di questo personaggio che da semplice membro del Parlamento brasiliano, dall’oggi al domani si trova a ricoprire la carica di presidente del maggiore Paese dell’America Latina.

Bolsonaro nel corso degli anni della sua permanenza in Parlamento si era fatto notare per la sua intemperanza verbale, per le sue dichiarazioni omofobe e antifemministe, per le sue posizioni a favore della liberalizzazione del possesso delle armi e per l’esaltazione della passata dittatura brasiliana (1964-1985), il cui errore sarebbe stato quello di non aver ucciso abbastanza comunisti (veri o presunti) essendosi limitata, in molti casi, a praticare la semplice tortura. Un Trump in salsa brasiliana, dunque, con tratti ancora più paradossali ed estremisti dell’originale.

Anche se provvisto di un carattere istrionico dalla battuta facile e al tempo stesso dotato di buone capacità comunicative (ingredienti che piacciono alle masse), Bolsonaro era comunque un personaggio senza alcuna preparazione che in anni passati non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo. Solo per circostanze particolarmente favorevoli è stato indicato dalle élite brasiliane come paladino degli interessi delle classi privilegiate. Essendo infatti un politico di secondo piano, non era stato oggetto di particolare attenzione e pertanto non aveva fama di corrotto a differenza di tanti altri possibili candidati di destra ben più in vista di lui. Ecco quindi l’uomo nuovo, in grado di fare pulizia di tutti i disonesti, i violenti, i distruttori dei valori morali. Televisioni, giornali, social media, quasi tutti espressione dei poteri forti del paese, l’hanno presentato come il nuovo messia. E “messia” cominciò a farsi chiamare.

In epoca di elezioni non solo nazionali, ma anche locali, decine di milioni di messaggi denigratori nei confronti di tutti i candidati democratici hanno bombardato gli elettori brasiliani. La potenza mediatica delle destre (Goebbels, ministro di Hitler, un vero genio della comunicazione di massa, disse: «Se dico una bugia, resta una bugia, ma se la ripeto cento volte diventa verità») si è dimostrata incomparabilmente superiore a quella messa in campo dalle forze progressiste, indistintamente accusate di intascare tangenti, di affamare il Paese, di distruggere a famiglia, di predicare l’immoralità, di favorire l’aborto e l’omosessualità. Per giunta questa campagna denigratoria è stata sostenuta da una magistratura asservita che ha fatto incarcerare Lula, il carismatico leader del centrosinistra brasiliano, con accuse non provate di corruzione e con un processo farsa, impedendogli così (i sondaggi lo davano come sicuro vincitore nella competizione elettorale) di candidarsi alla presidenza. Le vicende giudiziarie di questi ultimi anni (impeachment della presidente Dilma Rousseff e condanna di Lula) hanno certamente avuto un peso considerevole nelle ultime elezioni brasiliane, ma la debolezza del campo progressista è dipesa anche dalle contraddizioni della sua politica economica e dall’alto tasso di corruzione che ha coinvolto numerosi esponenti dello stesso Partito dei Lavoratori. Ma più ancora di tutti questi motivi la vittoria di Bolsonaro è dipesa dal fattore religioso. Nei decenni in Brasile avevano acquistato un peso non indifferente le comunità ecclesiali di base (legate alla Teologia della Liberazione) che si erano rivelate essenziali, anni addietro, per la svolta progressista del Paese. Ovviamente le élite economiche (agrari, grandi imprenditori, finanzieri, multinazionali) si erano adoperate in tutti i modi per cancellare la loro influenza sulla società brasiliana, descrivendole come espressione camuffata del comunismo. Per questo hanno individuato nelle sette evangeliche (da non confondersi con le autentiche Chiese della Riforma) lo strumento più adatto per raggiungere il loro scopo. Questi gruppi “religiosi” espressione di un protestantesimo deviato, cresciuti anche grazie a finanziamenti esteri, hanno saputo penetrare in profondità nella società brasiliana attraverso una diffusione capillare anche fra i ceti popolari. Mentre praticano al loro interno forme di solidarietà capaci di attrarre milioni di disperati, predicano al tempo stesso quella che viene definita la “teologia della prosperità” secondo la quale la povertà è biasimevole agli occhi di Dio, mentre l’arricchimento e il successo nella vita sono segni della sua benevolenza. Il povero, l’escluso, lo è per colpa sua e uno Stato che lo aiuta non fa che impoverire la nazione, senza alcun beneficio per la collettività. Pertanto tutto ciò che ha sentore di Stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici gratuiti) viene condannato come un sistema perverso, che contrasta il progetto di Dio. La diffusione di queste “Chiese” è impressionante e la loro capacità di condizionare il voto popolare orientando i consensi su questo o quel candidato a una carica pubblica è immensa. Ovviamente il loro sostegno a Bolsonaro è stato compatto.

Anche all’interno della Chiesa cattolica, tuttavia, non sono mancati settori che hanno appoggiato l’elezione del nuovo “messia”. Si tratta di forze non numericamente rilevanti, ma legate organicamente ad ambienti che contano. Sono movimenti ecclesiali che si caratterizzano soprattutto per due fattori: nostalgici del passato, vedono nelle innovazioni del Concilio un pericolo per la retta dottrina cattolica; considerano poi la proprietà privata dogma di fede. Come negli Stati Uniti, anche in Brasile si è creata una santa alleanza fra sette evangeliche, cattolici integralisti e la “tribuna ruralista” (i grandi proprietari terrieri), il tutto con la benedizione delle multinazionali straniere e della finanza internazionale. Proprio questi settori cattolici accusano le comunità di base e il clero progressista di essere la causa, per il loro “materialismo” e la loro “subalternità” al marxismo, dell’allontanamento dei fedeli dalla Chiesa e della loro adesione alle nuove sette di matrice protestante; ma poi proprio questi ambienti del cattolicesimo ultraconservatore praticano alleanze con le sette sulla base di una analoga lettura disincarnata del Vangelo e, al tempo stesso, in nome di comuni interessi economici e politici, in spregio alla Parola di Gesù. Gli ultimi resteranno ultimi. Questo messaggio di un vangelo capovolto, dove il denaro conta più dell’essere umano, viene presentato come la volontà di Dio.

Quanto è successo in Brasile rappresenta un pericolo per il progetto innovatore di Bergoglio, odiato da sette evangeliche, cattolici integralisti e “atei devoti”, per i quali la religione non è importante in quanto fede, ma solo come strumento di potere nelle mani dei potenti.

(Adista Segni Nuovi, n.13/2019)

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