17 aprile 2014, Globalizzazione ed Europa - In evidenza

Balcani, lo specchio del fallimento d’Europa

di Emilio Molinari

Farewell to Croatia

Se qualcuno in vista delle elezioni europee volesse capire qualcosa di più del lato oscuro dell’Unione Europea, tra il Fiscal compact e il vincolo del 3%, dovrebbe piantarla di guardare a Berlino. Dovrebbe prendersi una settimana di ferie e trascorrerla in Bosnia: a Zenica, Tuzla e soprattutto a Sarajevo, dove la protesta, questa volta sociale e operaia, attraversa le divisioni della guerra e della pulizia etnica.

Andare a Sarajevo viaggiando nella storia. Da dove 100 anni fa il colpo di pistola di Gavrilo Princip dava il via alle due guerre mondiali, partorite dall’Europa del laissez faire capitalista, dei nazionalismi e del fallimento delle socialdemocrazie. Il secolo delle grandi mattanze, ma anche del pensiero che accantona il liberismo dalle Costituzioni e giura di fare dell’Europa un continente unito, in pace e senza razzismi. A Sarajevo inizia il ’900 e a Sarajevo finisce tra le macerie il sogno di poter vivere assieme tra diverse culture. Quello nei Balcani sarebbe un viaggio negli omissis democratici e di sinistra, che non sono solo le foibe, ma secoli di storia. Sarebbe tornare al liberismo e alla cattiva coscienza dell’Europa, sempre civilissima, sempre mitteleuropea e sempre affascinata dalla superiorità germanica.

Tornare alle italiche e provinciali convinzioni che civiltà e democrazia stanno sempre a nord, mentre i Balcani sono un buco nero, una barbarie da ignorare. Quei Balcani che sono vicini a noi più di Parigi.

Essi non stanno negli itinerari del popolo democratico e di sinistra, non stanno nella nostra conoscenza, nei nostri interessi. Sono cancellati come luoghi di vita vissuta da un’umanità. Si va a fare il bagno in Croazia o alla caccia in Bosnia, ma senza vedere. Noi e i nostri ragazzi per vedere andiamo a Londra, Berlino, Parigi, Barcellona. La Bosnia è il luogo dove, se ti fermi e ti guardi nello specchio, vedi le brutture dell’anima europea nascosta. Vedi le rotture, le grandi faglie della storia del continente che s’incontrano e si accavallano. Chi cerca l’identità europea deve andare a Sarajevo tra i brandelli che ancora vivono nella realtà e nella memoria delle tante culture che l’hanno composta: greche, romane, slave, ottomane, mitteleuropee, ebraiche, italiane, zingare.

Nel febbraio del 1994 iniziavo il mio viaggio dentro la Bosnia con Agostino Zanotti e poi con Michele Nardelli, con molti giovani, parte di una pattuglia di europei, portatori della riconciliazione di un’altra Europa, ambasciatori delle democrazie locali. Un viaggio più volte ripetuto, lungo tutte le strade di Bosnia passando in mezzo a macerie ancora fumanti, reali e metaforiche, in mezzo ai volti dei criminali di guerra.

Chilometri su chilometri e lunghe discussioni tra di noi, per capire il senso di una tragedia che ci colpiva occhi, mente e cuore attraverso la sistematica distruzione della casa del vicino e i profughi. Aveva senso chiedersi: di chi è la colpa?

Il crollo del comunismo? La caduta del coperchio titoista che per decenni aveva nascosto antichi odi? La mancata rielaborazione dei conflitti del passato? La criminalità organizzata e la corruzione politica, nate nel ventre degli apparati del comunismo? L’odio delle campagne verso le città? La svendita degli intellettuali ai nuovi poteri etnico-religiosi?

Cercavamo le colpe nel passato dell’ex Jugoslavia, nel fallimento del mondo al di là della “cortina”. Tutte cose vere, pertinenti, da non nascondere e giustificare con il “complotto occidentale”. Se però fossimo riusciti a cogliere il peso della volontà liberista europea su quegli avvenimenti, avremmo compreso come essi fossero, in forme diverse e nuove, l’anticipazione degli attuali disastri economico-sociali dell’Ue, della Grecia, del nostro paese. Non coglievano il perché, mentre infuriava la guerra, il marco tedesco fosse in quelle contrade l’unico elemento unificante.

Avremmo dato un senso diverso alla responsabilità della Germania, del Vaticano, dei partiti europei, dell’ambientalismo e persino di alcune figure del pacifismo italiano che soffiarono sul fuoco della separazione della Slovenia e della Croazia dalla Serbia, e poi della Bosnia, dove la separazione era impossibile.

Avremmo capito che in quel momento l’Europa applicava la “teoria dello shock” di Milton Friedman, attraverso la quale si impongono ai cittadini le “riforme strutturali” che altrimenti troverebbero resistenze. Che lo spezzatino delle repubbliche era veicolo per vincoli di bilancio, privatizzazioni dell’apparato industriale, liquidazione di tutto ciò che è pubblico, svendita del patrimonio naturale. E che tutto ciò anticipava l’odierna attualità.

Lo potevamo vedere già nei nostri viaggi a macerie ancora calde, nei grandi camion pieni di tronchi delle foreste disboscate, nei trafficanti di rifiuti tossico/nocivi alla ricerca di discariche, nelle fabbriche smembrate e comprate al prezzo di rottame dalle multinazionali. Oggi lo si vede nell’assalto, con le dighe, all’acqua dei meravigliosi fiumi di Bosnia da parte delle imprese tedesche e italiane, nelle miniere e nelle acciaierie privatizzate, negli operai licenziati in massa, nella disoccupazione, nel territorio venduto. Un water grabbing e un land grabbing , un accaparramento silenzioso di acque e di terra alle porte di casa nostra, che oggi si estende alla Grecia, all’Italia e al loro patrimonio artistico e naturale, che diventa politica nelle direttive europee e nel Blueprint, il piano idrico europeo che annuncia la monetizzazione di tutte le acque: dei fiumi, dei laghi e delle falde dell’Unione Europea.

22 anni fa, in Bosnia, si misurava la volontà europea di tenere assieme tutte le culture delle origini; la scommessache noi, i fondatori dell’Unione, fossimo capaci di trasformarci in effettiva comunità di popoli, non più in competizione, non più portatori di guerre, non vassalli del più forte economicamente o dei poteri transnazionali. La scommessa fu persa e vinse l’avidità.

Ecco perché andare Sarajevo è scoprire la metafora dell’odierno fallimento dell’Ue, dei nostri partiti, della nostra arrogante modernità, della cecità e della logica di potenza della Germania che ancora una volta costruisce altre macerie.

Tornare a Sarajevo sul ponte della Miljacka o a Mostar sul ponte della Neretva per ripensare all’Europa non come Unione di Stati ma come comunità di popoli e di beni comuni.

(www.sbilanciamoci.info , 7 marzo 2014)

 

 

 

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