Filosofia del ritiro, ritiro della filosofia

di Yuri Di Liberto

Probabilmente, il tempo delle filosofie del ritiro (Agamben, Deleuze-Guattari etc.) è finito o sta per finire. Il ritiratismo sta perdendo sempre di più la sua presa sul mondo. Ritirarsi è stato più il sintomo di una reazione traumatica (al fallimento del socialismo reale) che una vera e propria proposta politica.

Rivolgendo uno sguardo ricognitivo al lessico della filosofia dopo la fine del socialismo reale, dopo la caduta del muro di Berlino, e ‒ in realtà ‒ già a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, non si può fare a meno di notare come le parole d’ordine della vecchia filosofia (rivoluzione, partito, contraddizione, lotta di classe ecc.) siano state lentamente sostituite da un lessico ad esse complementare, per non dire incompatibile. Una certa insofferenza per il fantasma di Stalin, nonché un certo imbarazzo per l’adesione di tanta intellighenzia mitteleuropea al progetto comunista, hanno fatto sì che lo scibbolet, la parola d’ordine, del pensiero filosofico-politico post-Unione Sovietica diventasse ‒ e lo è tuttora ‒ quella del ritiro. Se il progetto emancipatorio della rivoluzione si trasforma in totalitarismo, l’unica prescrizione che vale è quella di ritirarsi dall’ordine dato, rifuggire qualsiasi mira di potere, ripulirsi del fascismo che ciascuno di noi ha dentro di sé, non credere più ad alcuna guida partitica. Si tratta di una tendenza post-marxista che, agitando lo spauracchio di Stalin, ha prodotto vari elogi del ritiro, immanentismi pigri, apologie dell’inoperosità ecc. Le «rivelazioni sul  

La sanità pubblica e la prevenzione dopo il Covid 19

140820 Lima te cuida - Rímac 03di Fabrizio Faggiano e Antonella Barale

La risposta italiana alla pandemia di SARS-CoV-2 è stata soprattutto la ricerca del “paziente zero”; il modello “centrato sui pazienti” e sul ruolo degli ospedali ha prevalso rispetto al modello “centrato sulla comunità”. Ora occorre rovesciare quest’approccio e investire sulla prevenzione.

Da quando, il 9 gennaio 2020, il Center for Disease Control cinese ha annunciato l’isolamento del nuovo coronavirus SARS-2 come fonte del cluster di polmoniti gravi nella città di Wuhan [1], tutto il Servizio sanitario italiano si è mobilitato in attesa del paziente zero. Il suo identikit era chiaro: un cinese, in arrivo via aerea direttamente da Pechino o Shangai. La strategia sembrava aver avuto successo: il 30 gennaio, ecco la coppia di cinesi, provenienti da Wuhan, ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma e positivi al SARS-CoV-2 (5 febbraio 2020), proprio come era stato previsto. L’immediata sospensione dei voli dalla Cina era stata vista come una efficiente reazione di sanità pubblica per bloccare il virus in arrivo.

Ma la realtà era diversa, e avremmo potuto prevederlo. Anche i nostri cugini francesi, dopo la Grande Guerra, avevano eretto la loro linea Maginot per difendersi dall’aggressività tedesca, lungo il confine con la Germania e con il Lussemburgo. Sappiamo come è andata a finire: le truppe del Reich hanno mandato truppe civetta davanti alla linea Maginot, ingannando le difese francesi, ma hanno fatto il giro dal Belgio, invadendo facilmente la Francia.

E così è successo  

Il Parlamento: palude, intralcio o risorsa?

di Mauro Barberis

A cosa serve il Parlamento? È una domanda che bisognerebbe porsi, ad esempio quando ci si chiede se questo governo abbia ancora la maggioranza per approvare il Mes, la riforma dei decreti sicurezza e tutte le altre misure di questa lunga estate calda. Specie se si pensa che nell’election day di settembre non andremo a votare solo sulle Regionali, ma anche sulla riduzione del numero dei parlamentari, e sarebbe meglio avere uno straccio d’idea sul tema, prima di votare frettolosamente sì. Ci torno in conclusione.

Partiamo da un dato indiscutibile: la politica non gode buona stampa, e i parlamentari peggio ancora. Per i più, la politica è l’ultimo motivo d’interesse, dopo salute, lavoro, sport e tempo libero. E non parliamo della considerazione di cui godono i parlamentari, per la quale si potrebbe riciclare la vecchia battuta: «Non dite a mia madre che faccio il parlamentare, lei crede che faccia il pianista in un bordello». La scarsa considerazione di cui il Parlamento gode da sempre s’è poi inabissata con la pandemia, dopo che il governo ha fatto tutto da solo, senza coinvolgere i parlamentari. La domanda iniziale, dunque, si fa ancora più assillante: a che serve il Parlamento?

Mettiamo un primo punto fermo: il Parlamento non serve a fare le leggi, come lascia pensare la sua qualifica di organo legislativo. Sono cent’anni, a partire dalle due guerre mondiali, che i provvedimenti necessari e urgenti – ma ormai tutti lo  

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