Fuori dall’assedio, come allora

di Enzo Collotti

L’età media di chi ha vissuto fisicamente il 25 aprile 1945, come il sottoscritto, è ormai piuttosto avanzata. Si può dire che sta per finire quella generazione e un’altra si afferma nella vita e nella società. Agli interrogativi di sempre oggi ci si pone anche il problema se è giusto e opportuno ricordare e celebrare il 25 aprile di fronte all’apparente egualitarismo imposto dal coronavirus che azzera le diversità del genere umano.

Ebbene sì, perché le avversità sanitarie, se attenuano i conflitti in nome di una esigenza di comune protezione fisica, non annullano differenze di visioni, di modi di vista, di classi. Soprattutto nel momento in cui ci si pone il problema di come tornare alla normalità una volta che fosse passata l’attuale fase devastatrice, ripensare alle origini della nostra democrazia diventa la via maestra per recuperare il senso di una comunità civile fuori dall’assedio dell’imponderabile.

Se io penso al mio 25 aprile del 1945 l’ho vissuto in un osservatorio privilegiato dove l’avvicendarsi in un paio di giorni di partigiani e partigiane jugoslave e soldati neozelandesi simboleggiava in una la coalizione che aveva sconfitto fascismo e nazismo e insieme il germe potenziale della guerra fredda. Il 25 aprile ha espresso la fine delle atrocità, ha garantito la libertà dalla paura, ha sancito la fine di orrende discriminazioni razziali, ma non ha di per sé garantito i livelli massimi di giustizia sociale che pure erano nell’attesa di grandi masse.

 

La lotta è esercizio di riappropriazione

di Claudio Vercelli

Una delle peggiori esperienze che si possa fare di se stessi è il vivere in un tempo sospeso, dove i rapporti, le relazioni, gli scambi avvengono in una sorta di vuoto pneumatico, scandito esclusivamente dalle improvvise curve dettate da emergenze tanto estemporanee quanto consecutive, alle quali si può dare un’unica risposta, quella di ritrarsi ancora di più, di quanto già non sia, nel recinto dell’autodifesa non avendo altri strumenti. Il tempo della pandemia, nella sua angosciante monotonia, cancella la visione prospettica, l’orizzonte non solo del fare ma anche dell’essere insieme agli altri. È un tempo inedito che, tuttavia, ha molto ha a che fare – nella nostra storia – con l’agonia del regime fascista quando, a fronte dell’impotenza dei molti, un intero sistema politico, istituzionale ma in parte anche sociale e culturale declinava, fino a crollare con l’8 settembre. Va da sé che l’accostamento tra due età e due eventi così diversi, sia tanto suggestivo quanto, per più aspetti, improprio. Almeno sul piano storico. Ma se si parla di quella percezione dell’immobilismo che connotò il declivio, e poi la catastrofe, dell’Italia nel 1943 e la si confronta con il senso di paralisi che a volte sembra essere subentrato nelle nostre società, poste dinanzi ad un transito epocale, dettato da una situazione sanitaria del tutto straordinaria, qualche analogia la si può pure trovare.

IL FENOMENO della Resistenza, non solo in quanto evento militare, quindi armato e poi politico, ma  

25 aprile giornata di ascolto

di Tonio Dell’Olio

Questo 25 aprile, più unico che insolito, senza cortei e discorsi dai palchi, dovrebbe essere celebrato in maniera riflessiva, intima, silente. Una giornata di ascolto. Della storia e delle persone che l’hanno scritta. Con la vita, col rischio, con la passione. Scommettendo tutto sul valore della libertà senza alcuna certezza circa l’esito della lotta. Questo 25 aprile metta al bando la retorica e ci offra l’occasione per ripensare alla nostra storia ascoltando le ultime voci dei protagonisti. Chissà che non apprendiamo una grammatica della resistenza per l’oggi, per imparare a scrivere una pagina nuova per questo Paese e oltre! Per poter riprendere a considerare questa data come utero che ha partorito quello che siamo oppure ciò che quegli uomini e quelle donne volevano che fossimo. Un silenzio e un ascolto che ci suggerisca di chiedere perdono per i tradimenti che abbiamo operato e per aver fatto prevalere troppe volte gli interessi di parte, di categoria, di partito e di persona. Un ascolto che ci persuada definitivamente che sui valori fondanti la nostra comunità non si può che essere partigiani. Un 25 aprile che nel silenzio continui a insegnarci che la lotta per le libertà che conosciamo, non terminerà mai. Un 25 aprile di gratitudine, di memoria e di studio, di nuova energia per il presente e di impegno per le generazioni future.

(www.mosaicodipace.it , 24 aprile 2020)

Un 25 aprile di ricostruzione:raccolta fondi per Caritas e Croce Rossa

di Fulvio Fulvi

Per la prima volta nella storia dell’Italia il “25 aprile” non sarà una festa in corteo, con bandiere, striscioni e canti nelle strade delle città. Non si terranno comizi nelle piazze. Niente assembramenti, per l’isolamento a cui saremo – probabilmente – ancora costretti per sconfiggere definitivamente il coronavirus.

Eppure, mai come oggi c’è bisogno di un momento di unità del Paese in vista di quella ricostruzione morale, economica e sociale che si renderà necessaria dopo l’emergenza planetaria della pandemia dagli effetti devastanti. Ecco perché la festa della Liberazione in questo 75esimo anniversario avrà un valore diverso e forse più simbolico di tutte le altre: a Milano, dove per tradizione si è sempre svolta la manifestazione nazionale promossa dall’Associazione dei partigiani d’Italia, l’inno di Mameli e i canti partigiani saranno lanciati in diretta da radio e tv locali per essere cantati nelle case, dalle finestre e sui balconi. «Vogliamo dare un segnale forte: sarà, come non mai, una Liberazione di tutti, al di là delle fedi politiche – sostiene il presidente dell’Anpi di Milano e provincia, Roberto Cenati –, una manifestazione nel nome della solidarietà e dell’unità, per riaffermare quanto diceva il partigiano Arrigo Boldrini, primo segretario nazionale dell’Anpi a proposito del valore della Resistenza, da non dimenticare: “Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro…”».

Ma il messaggio di libertà del 25 aprile 2020  

Oggi la libertà è sempre più come l’aria

di Davide Conti

Nel 1948 un decreto del governo De Gasperi vietò l’uso in pubblico di uniformi e fazzoletti partigiani per proibire celebrazioni all’aperto della Liberazione. Luigi Longo, parlando a Milano in occasione del 25 aprile di quell’anno, denunciò «la pretesa che la ricorrenza della Liberazione fosse ricordata in locali chiusi a porte chiuse come si ordina per gli spettacoli immorali». Nello stesso giorno il corteo partigiano a Milano venne attaccato dalla polizia con un bilancio di un morto e venti feriti. Erano gli anni duri della Guerra Fredda, la Resistenza in Italia era «ospite scomodo» della divisione bipolare e la stessa Costituzione fu definita nel 1950 «una trappola per la libertà del popolo italiano» dal ministro dell’Interno Mario Scelba.

Nel 2020 l’anniversario della Liberazione non potrà essere celebrato nelle piazze ma per ben altri motivi e in altro contesto. Il divieto di assembramenti dovuto alla crisi sanitaria impedirà le manifestazioni in tutte le città del Paese e tuttavia l’Anpi ha organizzato mobilitazioni nelle case (con canti partigiani) e nella rete (con interventi e conferenze sulla Resistenza). Al di là delle forme, il rapporto tra la crisi che attraversa la nostra società ed il 75° anniversario della Liberazione evidenzia alcuni nodi centrali che connettono passato e presente in modo stringente.

Lo stato d’eccezione in cui viviamo richiama in modo esplicito i fattori fondanti che dalla Resistenza hanno preso corso nella nostra storia.
L’attuazione della Costituzione, che dalla lotta di Liberazione  

Oscar Romero santo universale

di Gianni Beretta

Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire corpo e sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo…” Sono le ultime parole di mons. Oscar Arnulfo Romero, all’offertorio mentre diceva messa, prima che echeggiasse nella cappella dell’ospedaletto oncologico (dove viveva) lo sparo di un franco tiratore appostato su un’auto all’esterno; che lo colpì al cuore. Era il tardo pomeriggio di lunedì 24 marzo di quarant’anni fa.

Certo è un anniversario assai mesto in queste drammatiche circostanze planetarie; a partire dalla semideserta San Salvador, di cui Romero era arcivescovo; dove l’attuale giovane e discusso presidente Najib Bukele ha visto giusto nel chiudere l’intero paese già da prima che si registrasse il primo contagio del coronavirus.

Eppure, celebrare il martirio di colui che fu la “voce dei senza voce” risulta, se necessario, ancora più significativo ora. Lui, storicamente conservatore, amico dei presidenti e delle famiglie dell’oligarchia; che per sentirsi a posto con la loro coscienza gli elargivano beneficenze che a sua volta Romero ripartiva paternalmente ai peones di questo paese, schiavizzati nelle piantagioni di caffè, zucchero e cotone. Miserrimi che a un certo punto si erano ribellati, inermi, al secolare schema coloniale oppressore, scatenando la ferocia dei latifondisti (con i loro bracci militare ed ecclesiastico) in una repressione sanguinosa che oltre ad essi prese di mira pure sacerdoti, monache, delegati della parola…

“Bastava avere una Bibbia sotto il braccio per essere assassinati”, ci raccontava il vicario  

La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle

di Laura Marchetti

«L’Italia vede decimata la generazione anziana, punto di riferimento per i giovani e per gli affetti». Le parole dette ieri dal presidente della Repubblica italiana, in maniera solenne e commovente, sembrano così voler far scudo contro quell’aberrante e diffusa convinzione, espressa in maniera più o meno sotterranea, che le morti così numerose non siano state poi così importanti perché riguardavano i vecchi, per di più già malati. Mattarella al contrario ci ricorda quale patrimonio siano i vecchi, come siano indispensabili per i bambini, proprio in quanto “rimbambiti”, ovvero anche loro bambini, disposti a giocare, a divagare, a trasgredire.

E come siano importanti per i giovani, per la possibilità che hanno di trasmettere loro antichi saperi, valori vissuti, comunitarie tradizioni, forme diverse di presa dello spazio e di percezione dei tempi. E come, in definitiva, siano importanti per ognuno di noi, perché nel tempo dell’effimero e dell’oblio, di fronte agli spettacoli e ai consumi, mostrano il valore degli affetti teneri, dei ricordi, della memoria e del compianto.

Le parole del presidente sono dunque dense di significato educativo ed esistenziale ma hanno anche un impatto politico radicale perché, per la prima volta, interrompono la filosofia eugenetica che è la pratica e lo spirito di questi insani tempi. Dal documento degli anestesisti spagnoli alla teorizzazione dell’immunità di gregge degli inglesi, fino alla sottrazione forzata dell’assistenza sanitaria accaduta in certi ospedali italiani, si teorizza la necessità, per la “medicina delle catastrofi”, di  

A settant’anni dalla morte di Emmanuel Mounier

di Salvatore Vento

Emmanuel Mounier appartiene a quella generazione nata nei primi anni del Novecento che ha attraversato le più grandi tragedie del secolo scorso: due guerre mondiali, l’avvento della rivoluzione bolscevica trasformatasi in totalitarismo, la vittoria del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, la crisi economica del 1929, la guerra civile spagnola. Tutti eventi che saranno destinati a proporre interrogativi radicali sulla società, sulla politica e sul futuro dell’uomo. Risale infatti all’ottobre 1932 la fondazione della rivista “Esprit”, che fin dalle origini provocò contrasti e discussioni nel mondo cattolico e nella sinistra. La rivista nasce con lo scopo di formare un movimento e un luogo di ricerca comune per gruppi d’intellettuali militanti, concretamente impegnati nella società.

La spiritualità, evocata e vissuta da Mounier, doveva realizzarsi nell’azione, in mare aperto, senza nessuna paura di contaminarsi con l’esistente. Egli propugnava una rottura tra l’ordine cristiano e il disordine costituito. La cristianità moderna gli sembrava pericolosamente legata al liberalismo capitalistico e borghese. Il cristianesimo è la religione di una trascendenza che s’incarna in un universo di persone, vivo corporalmente e storicamente. La Chiesa doveva rinunciare ad ogni potere di governo della terra e ritornare al duplice rigore della trascendenza e dell’incarnazione. La crisi del cristianesimo non è solo una crisi storica della cristianità, ma, più ampiamente, una crisi dei valori religiosi nel mondo del pensiero. Mounier non proponeva una rivista dichiaratamente cattolica, come avrebbe voluto il suo maestro Maritain, ma aperta  

L’arcobaleno dopo il diluvio.Le radici ebraiche del segno di speranza

di Massimo Giuliani

L’Italia al motto di #andratuttobene si è coperta di striscioni e lenzuola con arcobaleni. Segno biblico importante, è stato sviluppato teologicamente dalla tradizione della Cabala

Sin dai primi giorni di questa surreale e drammatica emergenza sanitaria sono comparsi sui balconi, alle finestre e sulle porte delle nostre case molti striscioni, lenzuola o disegni con l’immagine dell’arcobaleno, accompagnato dalla scritta: “Andrà tutto bene”. Un gesto di incoraggiamento collettivo, di solidarietà nazionale (come l’esposizione del tricolore) e, forse, inconsciamente anche una barriera simbolica, dal vago sapore apotropaico, tesa cioè a tener fuori casa e fuori paese quel demone o spirito maligno invisibile ma aggressivo che chiamiamo virus, che in latino significa “veleno”, e che sta ammorbando le nostre vite.

Mentre però le bandiere nazionali con i loro colori sono simboli convenzionali, adottati da comunità o da individui un po’ come gli stemmi araldici, l’arcobaleno ha un’altra origine: si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che accade solo a certe condizioni meteorologiche o climatiche, raffigurato come uno spettro di sette colori, e che viene caricato di significati culturali diversi (in Italia è prevalso nel tempo il suo impiego come segno di pace; nel continente americano indica la rivendicazione alla diversità sessuale, che sventola soprattutto nei quartieri più gay delle grandi città).

In ebraico, arcobaleno si dice qesher che vuol dire sia “arco” sia “varietà”. Il termine rimanderebbe dunque alla pluralità di colori che lo compongono e che  

Chiese difronte alle violenze di genere

Giancarla Codrignani*

L’impresa di portare all’attenzione dell’opinione pubblica cattolica la violenza “di genere” è una scelta più necessaria che importante, sia perché non si parla mai abbastanza di questa autentica piaga sociale, sia perché proprio il cattolicesimo, senza escludere le altre confessioni, è storicamente responsabile di avere introiettato il patriarcato originario e di aver insegnato – e, pur in modo diverso, di continuare ad insegnare – una morale viziata dai pregiudizi sessisti assolutamente non cristiani.

Nel 2020 dovrebbe essere presupposto comune, per laici e Chiese, che la corporeità, la sessualità, la riproduzione, la famiglia, l’amore non sono state invenzioni delle religioni, ma evoluzione dell’inventiva del mondo nel suo diventare umano e nel sempre più compiutamente cercare di capire anche il dono (e il mistero) del divino. Per noi occidentali le concezioni in cui si esprime la fede cristiana trovano il loro fondamento nel buon annuncio evangelico, e tuttavia nel solco del processo di inculturazione legato all’ebraismo e alla classicità greco-romana, secondo i paradigmi culturali della storia. Erano entrambi intrisi di un patriarcato allora apparentemente innocuo e inavvertitamente definito “naturale”, che si è tramandato rovinosamente a danno di uno dei due ge neri, quello femminile. Eppure la contraddizione circa i voleri di un Dio che “crea l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine” e la vergogna del levita femminicida e spietato di Giudici 19 è di assoluta evidenza: una donna, immagine di Dio come l’uomo, non ha diritto a possedere dignità  

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