No, l’emergenza coronavirus non è una “guerra”, anche se alcuni aspetti sono molto simili. Ecco perchè

di Damiano Serpi

Da più parti si usa in questi giorni e settimane il termine “guerra” per raccontare e descrivere ciò che sta succedendo nei nostri paesi, città e nazioni a seguito della diffusione mondiale di questo nuovo terribile e sconosciuto virus. Lo fanno in tanti e, devo confessarlo, anche io sono stato tentato di usare il termine più di una volta. Certo, vedere dei mezzi militari transitare nei nostri paesi e città per portar via da ospedali e cimiteri decine e decine di feretri di vittime della malattia Covid-19 è qualcosa che non può non farci pensare a un vero e proprio clima di “guerra”. Ma tutto questo lo è davvero?
Non siamo abituati, noi uomini e donne occidentali figli del secondo dopoguerra mondiale, a vederci limitati nella nostra libertà personale. Non lo siamo soprattutto dopo questi ultimi 30 anni in cui, terminata a suon di picconate la Guerra Fredda e la forzata divisione del Mondo in due soli blocchi, ci è stato offerto un modello di vita sociale completamente aperto ai viaggi, agli spostamenti, all’assoluta libertà nel disporre del nostro tempo e dello spazio. Proprio per questo riteniamo oggi la nostra libertà un bene talvolta più prezioso persino della nostra stessa vita e della sua dignità. Sembra un paradosso, ma è così realmente. Essere costretti a restare in casa per settimane senza poter uscire per una passeggiata, per assistere a un incontro di calcio, per partecipare a un  

Cronaca di una pandemia annunciata

di Nicoletta Dentico

In diversi paesi si continua a vivere come nulla fosse. La tensione tra diritto alla salute ed economia è all’origine dei due diversi approcci nella gestione della crisi. Solo l’onda d’urto del Covid-19 ha fatto capire il valore del Ssn, bene comune che il mondo ci invidia.

Non possiamo farci illusioni. Covid19 è più vicino a noi di quanto si possa immaginare. Lo raccontano le molte storie di persone contagiate, ricoverate in ospedale, decedute in poche settimane. Lo raccontano le storie dei potenziali positivi che non saranno mai diagnosticati, perché il sistema sanitario non ce la fa a sostenere la strategia del tampone per tutte le persone più a rischio.

Questa vicenda prima o poi finirà, ma intanto ci costringe a ripensare tutto. Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle del 2001 e la crisi finanziaria del 2008, la guerra contro questo virus invisibile e così contagioso – un minuscolo pacchetto di RNA avvolto da una capsula di proteine – è il terzo evento, dall’inizio del millennio, a ribaltare la storia, a scompigliare ogni certezza, a tramortire le nostre vite. Certo le epidemie, ci ricorda Walter Scheidel nella sua ampia disamina sulla disuguaglianza [1], sono tra gli eventi con maggiore potenza di trasformazione della storia umana.

Niente di nuovo sotto il cielo, quindi. Ma noi non abbiamo ancora fatto tesoro delle lezioni del passato, neppure quello recente. Dall’inizio del millennio non è la prima volta che  

Franco Fortini, l’eretico che divenne ortodosso

di Alfonso Belardinelli

È certo che Fortini non poteva gradire il modo in cui Cesare Garboli lo descrisse in un articolo del 1978: «Se c’è un luogo dove non vorrei entrare neppure per tutto l’oro del mondo, questo è la mente di Franco Fortini». Un incipit degno di memoria, sia umoristico e denigratorio che comprensivo. La mente di Fortini, che subito dopo Garboli si affrettava cortesemente a definire «bellissima», era una mente nella quale si celebrava il sacrificio dell’individuo alla Storia, dell’anima o psiche alla realtà sociale e alla sua dinamica dialettica, secondo marxismo (soprattutto), leninismo (in parte) e cristianesimo (nei termini di un’allusiva teologia morale).

In verità, anche se Garboli avesse voluto entrare nella mente di Fortini, non avrebbe trovato posto. Era una mente affollata di problemi e di spazio libero ce n’era poco. Vi dominavano severe e solenni entità come Epoca, Rivoluzione, Capitalismo, Alienazione, Falsa libertà, Comunismo… Per Garboli la storia e le idee erano fantasmi, reali erano solo gli individui. Per Fortini gli individui erano invece solo incarnazioni di idee e convinzioni politiche, nella grande Storia delle divisioni e delle lotte di classe. Neppure Fortini avrebbe mai voluto entrare nella mente di Garboli: avrebbe sentito di perdere la sua anima di calvinista rivoluzionario che vive nella Speranza di un’utopia futura.

Per Fortini critico e poeta non c’era testo scritto che dicesse la sua verità fuori da un contesto storico, non c’era messaggio interpretabile senza riferimento a una situazione  

L’umanesimo ai tempi del coronavirus. Rileggendo “La peste” di Camus

di Teresa Simeone

“I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po’ dall’ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina”.[1]

L’incipit di una delle più famose e inquietanti opere della letteratura mondiale di tutti i tempi ci immerge nell’ordinarietà di un luogo che è Orano ma potrebbe tranquillamente essere Codogno o Wuhan o Daegu.

Considerata una metafora di quella spaventosa epidemia che negli anni quaranta dilagò in Europa con il nome di nazionalsocialismo, oggi richiama invece un’interpretazione fedelmente letteraria di ciò che descrive, in modo per noi assolutamente imprevedibile, considerando che quando fu scritta, benché già ammonisse sul possibile rinascere del pericolo, non lo ritenesse reale nel suo aspetto biologico-sanitario.

E invece lo stiamo vivendo, in modo drammatico e paradossale, a più di settanta anni dall’uscita del libro.

Nel 2020 l’epidemia, che assume sempre più i contorni di un’emergenza pandemica, ritorna a ricordarci quanto siamo esposti a nuovi e invasivi patogeni e come la loro diffusione sia ancora in grado di modificare radicalmente rapporti, relazioni, vita sociale e culturale, economia e diritti: chi avrebbe mai immaginato che non una singola, limitata città, ma un’intera nazione e poi un continente e infine il mondo globale diventasse un enorme, impensabile lazzaretto? È anche in questa capacità lungimirante e visionaria che si leggono opere  

Curiali in Amazzonia.Perchè no?

di Tonio Dell’Olio

Tutte le testate giornalistiche, tutte indistintamente, hanno commentato l’uscita dell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonìa con la questione del celibato dei preti che, rispetto al dramma e alla posta in gioco della situazione amazzonica, è davvero marginale. Un peccato, un’occasione perduta, quanto meno una mancanza di rispetto verso le persone che vivono situazioni drammatiche in quell’immenso continente verde e mendicano l’attenzione del mondo. Ora, siccome nei giorni scorsi mi sono ritrovato a parlare e scrivere di Querida Amazonia, posso finalmente affrontare anche il tema della legge del celibato che non è legge divina mentre lo è l’eucarestia consegnata alla comunità cristiana e della quale nessuno dovrebbe essere privato. Facendo mia la proposta di José Ignacio González Faus, un anziano (87 anni) gesuita spagnolo che ha scritto una lettera aperta al Papa: “Nella tua curia romana, fratello Francesco, ci sono legioni di presbiteri che vivono nel celibato e non hanno praticamente alcun lavoro ministeriale. Molti di loro sono anche vescovi senza chiesa, contro l’esplicito divieto del concilio di Caledonia (già nel 451). Si tenta di eludere questo divieto assegnando loro una chiesa inesistente. Il che sembra una vera ipocrisia, che già Benedetto XVI voleva eliminare, ma la curia non lo ha permesso. Ebbene, sarebbe così assurdo inviare tutti questi preti celibi della Curia nelle regioni perdute del Brasile, del Perù, del Ciad o di Tehuantepec, in modo che quei cristiani possano vedere adempiuto il loro diritto di celebrare l’Eucaristia? La curia  

Fuori luogo e fuori tempo

di Cristina Simonelli

Quasi inutili queste ulteriori parole su Querida Amazonia, mentre già da molte parti si sono levati commenti e considerazioni sull’esortazione postsinodale. Quasi inutili eppure doverose, proprio perché l’antico adagio «quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato» è stato indicato anche di recente come orizzonte di esigente sinodalità. Dunque non ci sottraiamo a questo che è un compito, da svolgere con rigore e senza opportunismi, anche quando è sgradevole: e in questo caso senza dubbio lo è.

È certo che il sogno – come non ricordare I have a dream del pastore battista Martin Luther King? – sociale, culturale ed ecologico che occupa buona parte del documento risponde a un’urgenza epocale e riprende una parte importante del dibattito sinodale e del lungo cammino di popolo che l’ha preceduto. Meglio tardi che mai, si può dire ed è sicuro che sia così. Tuttavia per tardi è tardi e alla devastazione dell’Amazzonia replicano i roghi dell’Australia, per limitarsi agli eventi più eclatanti, connessi anche se distanti: la giovane Greta Thunberg sa che comunque ci muoviamo, arriviamo ormai tardi e ne chiede ragione. Mentre mettiamo più che tiepidamente in atto risposte minime e del tutto insufficienti, troviamo magari pure che lei sia insistente, ossessiva, fuori luogo. Mentre noi siamo intanto comunque fuori tempo.

Paragonato a queste sfide, il sogno ecclesiale che occupa il 4o capitolo dell’esortazione risulta qualcosa di marginale, di settoriale, di clericale. Pure, come già c’è stato modo  

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