Non abbiamo speranza al di fuori della nostra terra. Intervista a Leita Rocha

di Claudia Fanti

Tra i tanti leader indigeni venuti a Roma per il Sinodo sull’Amazzonia, durante il quale hanno potuto far conoscere la situazione dei rispettivi popoli, denunciando invasioni, violenze ed abusi, Leila Rocha, leader del popolo Guarani Nhandeva nel Mato Grosso do Sul, ha lasciato sicuramente un segno tra chi, da Trento a Roma, ha avuto l’occasione di incontrarla durante la sua permanenza in Italia. Rappresentante del Consiglio Aty Guasu (la Grande Assemblea generale dei Guarani Kaiowá) e della Kuñague Aty Guasu (la Grande Assemblea delle donne Kaiowá e Guarani), Leila Rocha ha portato in Italia la tragedia di cui è vittima il suo popolo.

È da decenni, infatti che, nello Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, i Guarani Kaiowá – una delle tre etnie guarani presenti in Brasile – lottano per fare ritorno nelle terre dalle quali furono espulsi, oggi deforestate e invase dai latifondisti. Un destino comune ai popoli originari del Brasile, dove i tentativi di annientare le comunità tradizionali sono stati nel corso del tempo molteplici e ripetuti e dove sono ancora 821, su 1.290, le terre indigene ancora in attesa che si concluda il processo di demarcazione (un processo che avrebbe dovuto essere portato a termine entro 5 anni dalla promulgazione della Costituzione brasiliana del 1988).

Ed è un destino che non fa che peggiorare: come evidenzia il Rapporto del Cimi (il Consiglio indigenista missionario vincolato alla Conferenza dei vescovi) sulla Violenza contro  

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