Il muro e il pensiero

di Raniero La Valle

Ricorre oggi il trentesimo anniversario dell’apertura del muro di Berlino, e i giornali ne sono pieni. Quello che non viene detto è che l’Occidente sbagliò del tutto la lettura di quell’evento e perse un’occasione storica straordinaria per richiamare in servizio i suoi ideali perduti e dar mano a una nuova costruzione del mondo.
Invece che come inizio del nuovo, l’Occidente visse infatti l’evento come conferma del vecchio, come convalida e premio della sua condotta passata. “La guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”, andò a dire alla Camera il ministro degli esteri De Michelis. C’era, in quel giudizio, l’ultima vittoria dell’ideologia del conflitto, l’ultimo grido della vecchia dialetticanon più intesa come strumento della ragione ma identificata con la realtà stessa, una realtà nella quale la differenza è pensata come antitesi, i diversi sono considerati opposti, le polarità come alternative, e perciò non ci può essere quiete, conciliazione, ma contraddizione, tensioni, alienazionee guerra. Coerenti a questa visione furono le conseguenze che se ne trassero: che la riunificazione tedesca avvenisse non per integrazione ma per annessione, e per quelli dell’Est fu un disincanto; che, venuta meno la deterrenza atomica, la guerra fosse ripristinata, e fu subito la guerra del Golfo; che, con la fine dell’URSS, il capitalismo non avesse più bisogno di essere mitigato con welfare e simili per poter sostenere il confronto col socialismo; che ormai, privo di competitori, il vangeloneoliberista del mercato potesse giungere fino  

Sul Sinodo per l’Amazzonia

di Vittorio Bellavite

Uno svolgimento positivo

Dopo aver letto il documento finale, altri interventi ed avendo notizie dirette, mi sono convinto che questo è stato un vero Sinodo, piuttosto differente da altri che nel passato si sono dimostrati piuttosto inutili e senza conseguenze. È certo che esso è stato preceduto da una consultazione di base vastissima, si parla di circa novantamila partecipanti agli incontri preparatori. I vescovi sono arrivati a Roma sentendosi portatori di un’autorità venuta da un particolare consenso dal basso. Dall’esterno dell’aula collaboravano altri soggetti, esperti, teologi, tra questi Amerindia, che suggerivano, preparavano interventi ed emendamenti. I circoli minori hanno funzionato preparando un’infinità di emendamenti ai testi elaborati dalla Commissione centrale. La libertà di discussione è stata ampia, papa Francesco sembra che abbia collaborato al meglio. I vescovi provenienti dalle diocesi amazzoniche si sono trovati molto in sintonia tra di loro pur provenendo da territori molto diversi, come testimonia Mauro Castagnaro, giornalista che ha seguito tutto il Sinodo e che appartiene al movimento per la riforma della Chiesa. Il documento finale, a volte farraginoso, con ripetizioni e, al solito, troppo lungo (120 paragrafi), ha però sostanzialmente confermato il testo elaborato precedentemente, il c.d. Instrumentum Laboris che era decisamente avanzato (non a caso aveva ricevuto la contestazione aspra da parte della destra); dopo averlo letto mi ero detto che il sinodo era già fatto! Facendo considerazioni di carattere generale come si può non constatare che questa assemblea, espressione di valori  

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