Ma come diavolo è governato il mondo?

di Nicoletta Dentico

Le diseguaglianze sono la ferita che marca il nostro tempo: attraversano le nostre vite, abitano le nostre città, le comunità con cui siamo in relazione. Insieme all’instabilità geopolitica e alle guerre, sono la principale questione politica del presente, e abbracciano dimensioni che via via emergono, nello studio del fenomeno. Le diseguaglianze sono di natura economica, sociale, di genere, di appartenenza etnica, definiscono la possibilità di accesso ai servizi di salute e istruzione. Ma sono anche di carattere territoriale, nella divaricazione di opportunità fra città e aree rurali, o addirittura marginali. Sono generazionali: la nostra generazione ha consumato ingordamente per decenni, finendo per mangiarsi il pianeta, mentre i nostri figli devono vedersela con la minaccia di una sopravvivenza di breve termine, su questa terra.

“Se si diffonde la sensazione che i benefici del capitalismo siano distribuiti in modo iniquo, il sistema è destinato a crollare” commentava Alan Greenspan in un’intervista nel settembre 2007. Ci siamo, a questo crinale decisivo. Eppure si tratta di un passaggio frenato dalla strana non morte del capitalismo neoliberista, le cui fattezze delineano una globalizzazione che mantiene tenacemente, come unica regola, la totale assenza di regole.

L’integrazione economica mondiale ha avuto un effetto decisivo sulle dinamiche della disuguaglianza, sia a livello nazionale che globale, soprattutto a causa della deregolamentazione finanziaria e dell’indebolimento della sovranità statale. Di questo circolo vizioso delle disparità, una forbice che si allarga e apparentemente naturalizza condizioni di emarginazione economica  

Un Sinodo veramente speciale

di Raniero La Valle

Nel sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it pubblichiamo un dossier con il materiale finora disponibile sul Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, perché ci sembra che l’evento in corso segni una vera novità per la vita e per la riforma della Chiesa.
Ciò spiega anche perché questo Sinodo è così duramente avversato ed esecrato dall’integrismo laico di destra che dilaga su siti e giornali,
e da settori regressivi della Chiesa e dello stesso episcopato. In effetti ci sembra che dopo la novità già rappresentata dai Sinodi conclusisi con la “Amoris Laetitia”, il Sinodo sull’Amazzonia rappresenti il primo vero evento collegiale rilevante che si sia avuto nella Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II; non che non ci siano stati molti Sinodi prima di questo, ma nella concezione restrittiva di Paolo VI essi furono pensati e normati come mere funzioni ausiliare del primato pontificio, ragione per cui la Chiesa a partire da allora è rimasta ferma per cinquant’anni.
Anche formalmente il Sinodo sull’Amazzonia non è come gli altri.
Esso si qualifica come assemblea speciale in quanto inerente a un’area geografica determinata pur nell’unità della Chiesa universale (tant’è che si svolge a Roma). Naturalmente neanch’esso realizza un modello compiuto di sinodalità né è esente da elementi di criticità, però reca un messaggio di novità e vitalità in senso epocale, che sul piano simbolico si può paragonare all’apertura dell’Anno Santo a Banguì, in piena Africa; e il simbolo è quello di  

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazione “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione Adriano Olivetti, della Fondazione Giorgio La Pira, dell’Accademia di studi storici Aldo Moro e dell’Archivio storico Flamigni

Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti

Civita Castellana, 19 ottobre 2019, h.17

Indirizzi di saluto

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università di Cassino)
Prof.Francesco Maria Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Matteo Cosulich (Università di Trento)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Aprite un poco gli occhi: l’economia del “Conte2″

di Mauro Gallegati

Comunque la si pensi sul governo appena nato, l’addio alla flat tax è una bellissima notizia. Redistribuire reddito in favore di chi è già ricco, storicamente non ha mai funzionato e non solo farebbe “arrabbiare” Robin Hood, ma anche è jettatorio visto che ogni volta che la distribuzione è diventata troppo iniqua – fu così nel 1873, nel 1929 e ultimamente nel 2008 – l’economia è entrata in una Grande Depressione.

Ovviamente non si tratta di sfiga, ma credere che più profitti e rendite si traducano in maggiori investimenti significa sostenere che si può decidere quanto guadagnare – domani – e non quanto spendere – oggi. A parte gli economisti mainstream, nessuno ci può veramente credere.

Dare più reddito ai ricchi non implica maggiori investimenti perché la domanda viene soprattutto dai consumi delle classi media e bassa. Se queste vivessero d’aria, i salari e gli stipendi potrebbero azzerarsi, le merci diventare molto competitive salvo poi accumularsi invendute nei magazzini perché nessuno può comprarle. Poiché però si investe solo se ci si aspetta di vendere, siamo sicuri che impoverire l’80% della popolazione, o abbassare di frazioni di punto i tassi di interesse, sia la strada giusta per farli aumentare?

Scongiurato l’incubo della tassa piatta, cosa possiamo attenderci sul mercato del lavoro, che succederà al “Jobs Act” di Renzi e al cosiddetto “reddito di cittadinanza” di Di Maio? Nulla, in quanto ispirati – consapevolmente o meno – dalla medesima ideologia  

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