Il prezzo del teatrino della politica

di Paolo Pombeni

Di “politica-spettacolo” si discute da almeno quarant’anni, con una accentuazione del tema ai tempi d’oro del berlusconismo. Riandando indietro con la memoria però essa era dilettantesca rispetto alla fase attuale quando ormai si è affermata la professionalizzazione delle messe in scena continue a cui ricorrono tutte le forze politiche, anche se non con la stessa abilità: in questa fase non c’è paragone fra quanto riesce a fare la Lega, ma anche con quanto, pur con una verve molto minore, riescono a fare i Cinque Stelle e quanto sono capaci di fare le opposizioni.

Ora, se volessimo esibirci in un po’ di riflessione storica, ricorderemmo che lo scrittore politico inglese di metà Ottocento che si chiamava Walter Bagehot aveva già teorizzato che in politica ci fossero due versanti: la “scena teatrale” che era data dagli scontri parlamentari ed elettorali, ed il “segreto efficiente” che era l’azione di governo che in concreto, magari anche con qualche dialogo fra maggioranza e opposizione, veniva svolta attraverso l’attività legislativa ed amministrativa per affrontare i problemi reali. Bene: per lungo tempo questo schema politico ha funzionato, più o meno bene a seconda dei vari periodi. Ora invece del “segreto efficiente” si è persa completamente memoria e tutto è affidato alla competizione per il dominio della scena teatrale.

Nessuno sembra chiedersi quale sia il costo di questa riduzione della politica a sceneggiata continua. Non se lo chiedono i media che fanno o dovrebbero fare opinione  

Popolo chi?

di Nadia Urbinati*

Questo libro, utilissimo, intelligente, ben scritto, nasce da un proposito molto semplice: mettere in discussione l’idea che alle classi popolari vada addossata la responsabilità principale del successo delle destre populiste. «Perché ha vinto Trump? Perché ‘la classe operaia’ (per una volta esistente, nelle analisi giornalistiche) ha scelto lui. Perché ha vinto la Brexit? Perché le classi popolari si sono rivoltate alla propria classe dirigente e sono nazionaliste e razziste. Perché Lega e Movimento 5 Stelle sono arrivati ad avere il 60% dei consensi? Perché i partiti tradizionali, e quelli di sinistra in particolare, non si sono occupati del ‘disagio’ (per usare un termine di moda tra le élite) delle classi popolari. Ma soprattutto, dove si diffondono il sentimento di insicurezza e l’ostilità all’immigrazione, e quindi le basi del consenso per i partiti di estrema destra? Tra le classi popolari e nelle periferie, naturalmente». La lotta dei gilet gialli nella Francia di Macron ripropone più o meno lo stesso problema. Intervistato da un giornalista, un cittadino francese mobilitato con i gilet gialli ha in poche parole offerto una spiegazione eloquente della relazione tra «classi popolari» e politica nelle nostre democrazie consolidate: «Abbiamo dovuto scegliere la strada della rivolta per farci sentire. Sono mesi, anni che cerchiamo di far capire le nostre esigenze, le nostre frustrazioni, di trasmettere le nostre preoccupazioni sul potere di acquisto, ma nessuno ci ascolta». Questo libro vuole sondare e raccontare la storia della scollatura tra  

Migranti, padre Sorge: “i cattolici stiano con chi salva le vite”

“Come le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 furono accolte, anche nella Chiesa, da un clima di indifferenza collettiva salvo poi anni dopo tutti prenderne le distanze, così anche il Sicurezza bis e questa politica di chiusure apprezzati da una parte del Paese, e da alcuni credenti, mostreranno in futuro la propria disumanità. È così che vanno le cose”.

Padre Bartolomeo Sorge, gesuita, ex direttore di Civiltà cattolica , negli Anni Ottanta tra gli animatori della Primavera di Palermo contro la mafia, in un’intervista a “Repubblica” spiega che il “naturale” consenso di Salvini “verrà prima o poi smascherato”.

“Le leggi non sono tutte sbagliate. Così anche le ideologie. Il Sicurezza Bis ha una parte di verità: nasce dalla paura della gente che pensa che il proprio Paese venga invaso. Non è così – aggiunge – ma la paura è comprensibile. La furbizia di Salvini è di assolutizzare questa parte di verità a discapito del fatto che nel complesso si tratta di misure disumane. Come le leggi razziali dimostrano, parte del Paese non riesce ad andare in profondità e si ferma a questa assolutizzazione”.

Padre Sorge giudica l’ azione di Carola Rackete “Eroica. Di fronte a leggi disumane c’ è sempre qualcuno che ascolta la voce della sua coscienza e si ribella. E spesso è costretto a farlo da solo. Questa voce non può essere repressa da nessun dittatore. Va sempre controcorrente e porta a compiere atti di eroismo.  

L’Euro sfiderà il dollaro?

di Vincenzo Comito

La folle sfida di Trump all’Iran sposta sul piano militare la contesa espressa prima in dazi e sanzioni: le scosse della transizione verso un mondo polarizzato ad Oriente. E l’euro potrebbe giocare le sue carte uscendo dal cono d’ombra del dollaro.

Le possibili conseguenze delle decisioni di Trump

Come ha scritto The Economist nel suo numero del 7 giugno 2019, gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, stanno militarizzando i loro strumenti economici trasformandoli in armi, un mezzo questo per riaffermare il loro potere nel mondo. L’imposizione di tariffe punitive, il collocamento nella lista nera di aziende tecnologiche cinesi, la minaccia di isolamento di imprese e di paesi dal sistema di pagamenti in dollari e la stretta sulle sanzioni, in particolare, ma non solo, verso l’Iran, mostrano certamente la terribile forza della superpotenza; ma questa tattica, afferma il settimanale, può peraltro portare ad una crisi molto pesante e comunque essa sta erodendo il più valido asset dell’America, la sua legittimazione agli occhi del mondo e la fiducia nel suo sistema. Ma se il paese abusa del suo potere, alla fine lo perderà.

Fareed Zakaria, noto commentatore politico statunitense, ribadisce sostanzialmente lo stesso concetto, affermando, su di un’autorevole rivista statunitense, che stiamo assistendo all’autodistruzione del potere americano (Zakaria, 2019).

Cose molto simili a quelle dei due autori si ritrovano infine anche in uno scritto recente di un autorevole commentatore del Financial Times, Gideon Rachmann (Rachmann, 2019).

 

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