Persona e diritto alla salute. Incontro di studi

Eppure non ce la caviamo solo con un voto…

di Giancarla Codrignani

Europa era una bellissima principessa amata da Zeus. A qualcuno non piace perché era magrebina.

Non piace se nemmeno la conosci nelle cose piccole: hai mai guardato la tessera sanitaria elettronica? sul rovescio c’è il diritto a usarla in tutta Europa…..

Perché queste elezioni sono le più impegnativa dal 1979 e non deve andare perso un voto? Perché i gruppi della destra nazionalista potrebbero avere la maggioranza nel Consiglio (“dei Capi di Stato e di Governo”) che è il principale luogo decisionale. Ci sono preoccupazioni per le riforme che dovranno essere riprese e portate a ridiscutere i Trattati, ma i governi sovranisti hanno avuto finanziamenti eccezionali e non smantelleranno l’Unione. Possono avere peso più determinante nei necessari compromessi del processo legislativo; e nella presentazione di norme, annunciate all’interno dei singoli paesi, sui temi sensibili del diritti della persona e della famiglia. In situazioni di impasse, il Parlamento potrà alzare la voce e fare sentire con più forza delle legislature scorse l’importanza degli interessi rappresentati: uno in più può fare più rumore

Tria ha sempre cercato di ammansire il mastino, il terrier e il professore con il guinzaglio da Presidente e conta sulla futura crescita; ma se nel Rendiconto di febbraio 2019, il debito volava a 2.363 mld. nessun paese europeo, tanto meno l’Ungheria di Orban, vorrà accollarsi il nostro debito.

Fa un bell’effetto vedere in testa a un documento l’aquilotto di Confindustria insieme con il riquadro rosso della  

Miserabile eresia

di Raniero La Valle

L’accusa di eresia mossa a papa Francesco da un gruppo di scribi che ha ora ripreso e aggravato la denuncia, sfrontatamente denominata “Correctio filialis”, già presentata contro di lui il 16 luglio 2017, è una cosa meravigliosa.
Per sostenere infatti l’anatema e le conseguenti dimissioni o deposizione del papa, il pamphlet riunisce in un’unica sezione alcuni passaggi dell’Esortazione “Amoris laetitia” e la citazione di “atti, parole e omissioni” di papa Francesco che, letti tutti insieme, sono una straordinaria affermazione di libertà, verità e misericordia evangeliche; moniti che anzi dovrebbero essere affissi nelle sacrestie di tutte le chiese perché predicatori celebranti e confessori vi si ispirino per trasmettere ai fedeli in omelie e parole finalmente persuasive l’anelito a seguire le vie di Dio e ad assaporarne l’amore.
Del resto non si potrebbe fare una lode più grande a un cristiano e in modo più ficcante definirne l’identità che imputarlo di eresia. È il peccato rimproverato a Gesù, fin da quando nella sinagoga di Nazaret annunziò misericordia e non vendetta di Dio e perciò già allora volevano gettarlo dalla rupe, e per questo fu poi arrestato nel Sinedrio, per aver rivelato l’universale paternità di Dio: la sua religione ne era messa a rischio, Anna e Caifa avevano tutte le ragioni per metterlo a tacere. E dopo la resurrezione, quando ancora non c’era né Chiesa né religione cristiana, di certo erano eretici per la religione del tempio Pietro  

Una Repubblica fondata sul lavoro

di Paolo Pombeni

In un intreccio continuo di ritualità festive, alcune più solenni e certificate, altre più inventate per vari usi (molto spesso commerciali), si sta perdendo il senso delle “celebrazioni” che dovrebbero essere atti collettivi fra degli officianti che rappresentano qualche cosa e un popolo che si fa coinvolgere e trasformare in quella rappresentazione. È inutile strapparsi le vesti per la perdita del senso di sacralità della maggior parte delle festività che giudichiamo importanti e in senso tecnico significative (lo si è appena fatto a proposito del 25 aprile). Il coinvolgimento non si può imporre per legge e troppo spesso coloro che si appropriano di questo sentimento finiscono per farne una cosa settaria poco capace di attrarre a sé chi per varie ragioni non riesce ad esserne partecipe.

Il problema profondo è che per le feste civili come per quelle religiose è necessaria un’opera di acculturazione continua che renda comprensibili e condivisibili i valori che si vogliono rappresentare e onorare evitando di trasformarli in retoriche celebrative.

Per ragioni di calendario vogliamo applicare questa riflessione al Primo Maggio, festa del lavoro, ricorrenza comune a molti paesi, ma di particolare significato nel nostro che si definisce nella sua Carta fondamentale “una repubblica fondata sul lavoro”.

Quella definizione, che troviamo molto bella e significativa, è troppo spesso banalizzata in una accezione che definiremmo piatta. Si sa che è oggetto spesso di attacchi, vuoi infondati (la tesi che venga da una impostazione “sovietica”: Berlusconi  

La prima cosa bella

di Gabriele Romagnoli

La prima cosa bella di mercoledì primo maggio 2019 è l’autunnale bambino appena nato a un amico che ha la mia età e quindi a un passo dall’essere fuori tempo, massimo. Gli dedico la pagina di un libro struggente: In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas, edito da Guanda. Racconta di un padre che, durante la guerra civile spagnola, si consegnò per salvare la vita al figlio.

“Il figlio venne liberato e il padre fu fucilato. Per questo è così importante la paternità, perché annulla il dubbio, non dubiti mai. Darai sempre la vita per tuo figlio. Tutto il resto che c’è nel mondo è confusione, esitazione, perplessità, egoismo, indecisione, incertezza, nessuna grandezza. Ricevere una pallottola al posto di un altro senza pensarci due volte, è questa la maggiore grandezza che ti può riservare la vita. Dare la vita per qualcuno non è previsto in nessun codice della natura. E’ una rinuncia volontaria che scompagina l’universo”.
Veniamo al mondo per questo: scompaginare l’universo credendo nell’impossibile e attuando l’impensabile. Rappresentiamo un’eccezione al nulla e per giustificarlo cerchiamo una causa giusta per cui vivere e morire. Beati gli uomini che si sono sentiti padri di un’intera generazione a venire.

(www.repubblica.it , 1 maggio 2019)

Il primo maggio venezuelano più lungo e incerto

di Alberto Negri

È il primo maggio più lungo e incerto nella storia recente del Venezuela. Ma è anche il «nostro» primo maggio in cui qui qualcuno vuole litigare tra Guaidó e Maduro.

Ma se dovessimo scegliere tra i due qual è il problema? In un giorno abbiamo liquidato Serraj a Tripoli, come avevano chiesto gli americani, pur avendolo sostenuto per tre anni. Se da Washington ce lo chiedono, come sembra probabile, lo faremo anche stavolta.

Juan Guaidó, leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim a gennaio, all’alba di ieri, liberando Leopoldo Lopez con un pugno di soldati, ha giocato non tanto la carta del golpe ma quella dell’insurrezione e forse ha spinto il Venezuela sull’orlo della guerra civile. Speriamo di sbagliarci: nella serata di ieri erano in corso scontri molto duri soprattutto davanti alla base aerea La Carlota, a est di Caracas mentre appariva ancora calma la situazione attorno al palazzo presidenziale di Miraflores, dove si era concentrato un gruppo di sostenitori del governo Maduro.

Non sappiamo ancora se questa rivolta sarà davvero la fase finale della crisi venezuelana.

Ma c’è da dubitarne: quello che si può intuire sono ulteriori spaccature dentro a una società che nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa.

Chi vincerà avrà comunque tra le mani un Venezuela ferito e sanguinante. Vittima prima di tutto di equivoco colossale: il Venezuela non  

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