E’ morto Adriano Ossicini, fondatore di Adista

della Redazione di Adista

Adista è in lutto per la morte avvenuta oggi a Roma, di Adriano Ossicini, tra i fondatori, nell’ottobre del 1967, della nostra testata.

Aveva 98 anni ed era ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma per le conseguenze di una caduta. Nato nel 1920, Adriano Ossicini, medico, allievo del professor Giovanni Borromeo, ed ex partigiano a Roma, durante l’occupazione nazista, il 16 ottobre 1943, nascose decine di ebrei, scampati alla retata nel ghetto in un reparto proprio dell’ospedale Fatebenefratelli, dove lavorava, inventandosi una malattia fittizia, il “morbo di K” (come le iniziali di due ufficiali nazisti, Kesselring e Kappler), che, altamente contagioso, teneva alla larga le ss. Divenne psichiatra nel 1944. Militante del Partito della Sinistra Cristiana che nel 1945 si scolse per entrare nel Pci, fu tra coloro che – contrariamente a dirigenti come Franco Rodano, non condivise la scelta comunista. Nel dopoguerra intraprese la carriera accademica, insegnando psicologia alla Sapienza di Roma. Alla fine del 1967 diede vita ad Adista, che doveva essere l’organo di informazione ponte nel dialogo tra la sinistra cristiana e i partiti di ispirazione marxista, specialmente il Pci. L’anno successivo, infatti, Ossicini venne eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pci, per poi aderire alla Sinistra Indipendente, un progetto che portava avanti assieme e figure politiche del mondo laico come Ferruccio Parri (che divenne poi anche lui, assieme ad Ossicini, socio della cooperativa Adista che fu fondata nel 1979). In Parlamento Ossicini animò la  

La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

di Paolo Pombeni

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si arriverebbe ad uno stato in cui i cittadini non godrebbero più degli stessi diritti a prescindere dai loro luoghi di residenza. Ora questa è una palese sottovalutazione della  

L’Europa difende lo Stato di diritto per affossare il Welfare

di Alessandro Somma

Infrazione delle norme sullo Stato di diritto: la proposta della Commissione emendata dal Parlamento europeo si distingue per l’enfasi con cui invoca una gestione tecnocratica delle procedure destinate a individuare le violazioni dello Stato di diritto ma senza tutelare lo Stato sociale dalle ingerenze del mercato.

Alcuni mesi or sono la Commissione europea ha formulato una proposta di regolamento rivolto ai Paesi membri nei quali si adottano politiche che determinano una “carenza generalizzata riguardante lo Stato di diritto” [1]. Nel testo, appena approvato con emendamenti dal Parlamento europeo[2], si prevede che queste politiche siano sanzionate con la riduzione o la sospensione dei finanziamenti relativi a impegni esistenti, e con il divieto di assumere nuovi impegni.

La proposta definisce in apertura il concetto di Stato di diritto, che comprende in particolare il principio di legalità, il principio della certezza del diritto e il principio della separazione dei poteri, ovvero il divieto di arbitri del potere esecutivo ai danni dell’indipendenza delle corti e dell’uguaglianza davanti alla legge. Questo modo di intendere lo Stato di diritto compare in altri documenti della Commissione, dove si sottolinea il nesso con la promozione dei diritti fondamentali: “non può esistere rispetto dei diritti fondamentali senza rispetto dello Stato di diritto, e viceversa”[3].

È un’affermazione importate, da cui la Commissione non trae però tutte le conseguenze del caso, oltretutto con il sostanziale avallo del Parlamento: vediamo perché.

Il nesso tra Stato di diritto e garanzia dei