Adottare una guerra

di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano. Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse.
Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria,  

Terroristi e sicari

di Raniero La Valle

Ci vuole il coraggio del papa per andare alla finestra domenica, nella giornata mondiale dei poveri, ad annunciare la fine del mondo: non la catastrofe ecologica che avverrebbe per colpa nostra, e che possiamo ancora evitare, ma la fine escatologica che sta nei piani di Dio, quando i cieli e la terra passeranno e il Signore verrà nella gloria e tutti vedranno il suo volto raggiante d’amore. Si trattava in realtà del coraggio di annunciare il Vangelo, opportuno o importuno che possa apparire. Nessuno però avrebbe potuto accusare il papa di proporre ai poveri l’alienazione di una ricompensa futura nei cieli ferma restando oggi la loro infelicità sulla terra, perché in tutti i modi egli sostiene la causa della loro liberazione e della loro lotta per avere giustizia già qui sulla terra.
Questo ci suggerisce un criterio per intendere il messaggio evangelico che papa Francesco sta riformulando nella sua globalità, in questo momento di svolta della storia umana e della Chiesa. E il criterio è che come nel Vangelo – se si vuole coglierne il senso profondo di rovesciamento rispetto al senso mondano e comune – non si possono prendere le singole parole separate dal contesto dell’insegnamento globale di Gesù, che è quello dell’amore, così si deve fare coi predicatori del Vangelo che lo trasmettono non solo col loro corredo di parole, ma attraverso la loro intera testimonianza. Tanto più questo avviene con papa Francesco, che  

Via Giusti,38

di Ludovica Mortara

Giorni fa, essendo a Firenze, mi sono recata in un privato pellegrinaggio in Via Giusti, cercando la casa dei fratelli Rosselli e dell’amata zia Amelia, nata Pincherle, loro mamma adorata e sorella della mia bisnonna Anna. Al numero 38 di quella via, vi è oggi una lapide, che commemora l’impegno antifascista e il sacrificio di Carlo e Nello Rosselli, ammazzati da sicari dei fascisti in Francia. Sotto la lapide, si apre il portone di legno, attraverso cui entravamo col babbo per andare a trovare la zia Amelia nel dopoguerra: quanti i ricordi! Ecco oggi la lapide commemorativa (vedasi foto) e più su finestre illuminate di una luce calda, da cui si intravedono pareti fitte di libri. Giunge una macchina e davanti ai miei occhi si apre il cancello che dà sul giardino posto sul retro della casa. Da fuori, guardo curiosa quei luoghi, da me visti dall’interno da bambina: scorgo un giardino all’italiana dalle siepi verdi ben curate. La casa, mi dice il conducente straniero quando esce festoso dal cancello, è oggi la sede di un istituto di storia dell’arte (scopro poi che si tratta del tedesco “Kunsthistorisches Institut in Florenz”, che ha il suo ingresso principale al numero 44, e ha incorporato il palazzo Rosselli per la sua biblioteca). Mi allontano, immersa nei ricordi vivi di chi non c’è più e nei miei pensieri. E quando più tardi, tornata a Roma, apprendo che il 18 dicembre vi  

Il ritorno in auge dell’”austerità espansiva”

di Felice Roberto Pizzuti

O. Blanchard e J. Zettelmeyer, in un recente articolo nel valutare la Nadef 2018 ripropongono la logica della “austerità espansiva”, sostenendo che oggi nel nostro Paese si verificherebbe il suo reciproco, la “espansione fiscale restrittiva”. Una polemica vecchia e pericolosa per la stessa tenuta della Ue.

La manovra economica del governo (Nadef 2018) presenta delle criticità che ne pregiudicano l’efficacia e, nell’ insieme, difetta della visione di lungo respiro che sarebbe particolarmente appropriata all’inizio di una legislatura “di cambiamento”. Tuttavia, le critiche che essa merita non dovrebbero distogliere l’attenzione dalla maggiore pericolosità insita in altri ingiustificati rilievi che le vengono rivolti.

O. Blanchard (ex capo economista del Fmi) e J. Zettelmeyer (ex direttore generale per le politiche economiche del ministero tedesco dell’Economia), in un loro recente articolo, sostengono che la crescita del Pil perseguita dal governo con il deficit di bilancio al 2,4% non sarà raggiunta poiché il suo effetto espansivo sarà più che compensato da quello contrario derivante dall’aumento dei tassi d’interesse provocato dalla stessa manovra. I due autori (B&Z) riconoscono che le politiche del “rigore” attuate dal governo Monti nel 2012 e sostenute dall’Unione Europea, diversamente dalla pretesa che avrebbero avuto effetti positivi sulla crescita (la paradossale “austerità espansiva”) – rallentarono la produzione in Italia di quasi il 2%. B&Z, ammettono che “generalmente”, anche in un paese con elevato debito pubblico, le politiche fiscali espansive fanno aumentare la crescita e quelle restrittive la deprimono. Ciò  

Sparigliare i giochi pericolosi in Italia e in Europa

di Sergio Bruno

La situazione è difficile e pericolosa, non per la pretesa fragilità dell’economia italiana, ma perché gialloverdi, Commissione europea e molti stati Ue hanno aperto sul caso Italia un grottesco conflitto, perché si sta discutendo di una sanzione che verrebbe inflitta sulla base di stime e aspettative e non di fatti.

Ci vuole poco ad argomentare i tratti negativi e pericolosi dei gialloverdi: il loro far leva sull’odio, l’ignoranza del quadro istituzionale, la mancata distinzione tra rispetto delle regole democratiche e maggioranza dei voti, l’insipienza e le contraddizioni del programma di governo su flat tax, condoni, provvedimenti per la povertà, ecc.; ma purtroppo sono proprio questi tratti che spiegano il loro vistoso successo elettorale. Quindi, da sole, queste argomentazioni non servono a molto. Più difficile è per la sinistra capire le poche cose sulle quali i gialloverdi hanno ragione, riconoscere i propri errori pregressi, prendere atto della propria scarsa efficacia persuasiva.

Esemplifico. Quando Salvini afferma che l’erroneità delle prescrizioni della Commissione europea è resa evidente dal fatto che le politiche di centrosinistra, a quelle prescrizioni fedeli, non hanno sostanzialmente inciso sul rapporto debito/Pil, dice cosa giusta e, quel che più conta, politicamente (con)vincente. Tutti sanno infatti che quando le terapie praticate per anni si sono rivelate controproducenti, il loro abbandono appare ai più, a torto o a ragione, molto sensato, mentre non sembra il caso di dar retta ai solenni moniti dei precedenti “professoroni”! Difficile obbiettare, soprattutto se i  

Visitatori

  • 586793 visite totali
  • 15 visite odierne
  • 2 attualmente connessi