Eredità e attualità del sessantotto

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”, con il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”, dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Eredità e attualità del sessantotto

Civita Castellana, 27 ottobre 2018, h.17

Indirizzi di saluto e introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco M.Biscione (Archivio storico Flamigni)
Prof.Giulio Conticelli (Università di Firenze. Vicepresidente Fondazione “Giorgio La Pira”)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti, 5

Montini, un faro per Romero

di Roberto Morozzo della Rocca

Non è casuale la canonizzazione congiunta di Óscar Romero e Giovan Battista Montini/Paolo VI. I due hanno in comune un’epoca della Chiesa e del mondo di cui sono stati protagonisti con gli stessi ideali di giustizia e di pace. E il rapporto fra Romero e Paolo VI è stato, da entrambe le parti, più profondo di quanto tre soli colloqui e qualche altro fuggevole saluto lascino immaginare. Romero si riferiva costantemente a Paolo VI. Quest’ultimo seguiva attentamente la situazione salvadoregna e dava fiducia a Romero. Tra i due c’era comprensione e affetto al di là dei differenti ruoli e anche della trepida commozione che Romero sempre provava al cospetto del Papa, nulla di meno ai suoi occhi che un «dulce Cristo de la tierra». Sul piano storico-politico, possiamo dire che Paolo VI protesse Romero. A Roma era un diluvio di voci negative sull’arcivescovo di San Salvador. Lo accusavano di essere un politicante, un sovversivo comunista, un eretico, finanche un infermo mentale. Famiglie dell’oligarchia salvadoregna, esponenti del regime militare, ambienti ecclesiastici avversi diffamavano l’arcivescovo che chiedeva giustizia sociale in un paese che non ne aveva mai avuta, e lo faceva con un’autorità morale mai vista in Salvador. Il popolo infatti era affascinato da Romero, dalla sua passione pastorale, dalla predicazione veemente, dal coraggio profetico, dalla compassione per i poveri. Da vescovo della periferica Santiago de María, Romero s’era già intrattenuto personalmente con Paolo VI nel 1975. Lo  

Democrazia in difficoltà? Hans Kelsen aveva spiegato tutto ai tempi di Weimar

di Mario G.Losano

Tra tutti gli elementi della crisi weimeriana, «le condizioni economiche e finanziarie» sono di particolare attualità. Le paure e le aspirazioni di allora sembrano coincidere con quelle attuali. La guerra, l’inflazione, la crisi economica del 1929 avevano generato grandi difficoltà nella popolazione e la conseguente nostalgia per una vita normale: «Normalità significa: un’attività lavorativa correttamente retribuita, un’abitazione modesta, la possibilità di formare una famiglia e l’accesso alla crescente offerta di beni di consumo». Oggi molte persone in Europa, soprattutto giovani, si identificano con questo weimariano (e frustrato) desiderio di normalità.

La situazione di Weimar è solo in parte paragonabile a quella attuale in Europa, però emotivamente si può essere portati ad accentuare più le somiglianze (che sono peraltro innegabili) che le differenze. Oggi l’Europa vive in pace da oltre un settantennio; allora la Germania usciva da una sconfitta lacerante. L’Europa di allora era ben più inquieta di quella di oggi, ma le critiche antidemocratiche tanto di allora quanto di oggi nascevano dalla crisi generale che stringeva tutto il continente.

Con la fine della Prima guerra mondiale erano crollati i grandi imperi multinazionali austriaco, russo e ottomano. La crisi economica seguita alla guerra rinvigoriva i movimenti comunisti, rafforzati anche dalla nascita dello Stato sovietico: l’Italia conosceva il Biennio Rosso nel 1919-20; nel 1919 era nato il secondo Stato sovietico d’Europa, la repubblica ungherese dei soviet di Béla Kun; in Germania, nel 1918-’19 le sommosse ispirate agli eventi sovietici avevano  

In una parola/ Nell’arena della sessualità maschile

di Alberto Leiss

Non amo il giornalismo-spettacolo di Massimo Giletti, ma devo riconoscere che l’intervista al giovane Bennet – che ha ripetuto di essere stato “violentato” da Asia Argento – oltre a essere obiettivamente un grande “colpo” mediatico, è stata condotta con correttezza, efficacia, ragionevolezza.
Giletti non ha dimenticato di essere un maschio, e ha sollevato più di una volta il dubbio sul fatto che una donna trentenne come Asia Argento possa avere costretto con la forza e la violenza (come succede alle femmine vittime di stupro) un giovane quasi diciottenne ad avere un rapporto sessuale “completo” con lei. Un giovane che ha detto di aver avuto altri rapporti sessuali precedenti (e tralascio i racconti che rimbalzano in rete sul fatto che una sua ex compagna lo accusa a sua volta di aver avuto comportamenti violenti).
L’intervistatore ha poi attirato l’attenzione sul selfie scattato da Bennet con Asia abbracciati in un letto, secondo lo stesso autore fatto dopo il rapporto. Nella civiltà delle immagini in cui siamo immersi – ma forse lo siamo sempre stati – questa immagine parla di tutto tranne che di una violenza appena consumata.
A un certo punto Bennet ha capito che la piega della trasmissione non stava volgendo a suo favore, lo ha detto esplicitamente e ha chiesto che fossero rimosse dagli schermi le grandi icone del volto di Asia Argento. Ha poi sfoderato il suo argomento più forte (consigliato dai suoi legali?):  

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