La volontà di riscatto alimento e sostanza della Resistenza

di Enzo Collotti

A distanza di quasi settanta anni è legittimo chiedersi in questo venticinque aprile se e in quale misura l’attuale classe dirigente è consapevole dell’eredità lasciata dalla Resistenza.

È chiaro che le generazioni che hanno vissuto la Resistenza oggi sono in gran parte scomparse, ne sopravvive una minoranza, ma il problema non è la loro sopravvivenza fisica bensì la sopravvivenza e la tenuta di quelli che chiamavamo i valori della Resistenza anche tra il passare delle generazioni. Non si tratta di accarezzare con nostalgia quei valori, ma di verificare se nel corpo vivo della società e della classe dirigente sono tuttora vivi e operanti o se sono andati smarriti e dispersi nell’oblio delle grandi trasformazioni che il tempo, la quotidianità e la tecnica hanno impresso alla nostra società. Non ci interessano i richiami rituali o retorici, ma l’espressione viva di quello che eravamo soliti chiamare lo spirito della Resistenza. Vale a dire non soltanto un certo tipo di omaggio e rispetto per le istituzioni, ma anche e soprattutto un costume di vita e comportamenti dei singoli che sono il presupposto di una vera comunità.

Se pensiamo alle speranze e alle ambizioni che ci avevano accompagnati negli anni della Resistenza, oggi ne avvertiamo la distanza, ma anche il senso di vuoto che il loro affievolirsi, se non la scomparsa del tutto, produce nello spirito pubblico. La scuola che dovrebbe essere una delle fonti della formazione, se non la fonte per  

Perchè (proprio) oggi è la festa della liberazione

Oggi è il 25 aprile, giorno di festa nazionale in cui si celebra l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo per ricordare quel momento storico in cui le truppe alleate anglo-americane, con il fondamentale contributo della Resistenza partigiana riuscirono ad allontanare dal nostro Paese le forze di occupazione naziste e a rovesciare il governo fascista della Repubblica Sociale italiana, mettendo fine a venti anni di dittatura e cinque di guerra. E’ una data fondamentale nella storia della Repubblica italiana e ha un doppio significato simbolico: la vittoria militare degli alleati nella seconda guerra mondiale e la vittoria della Resistenza militare e politica dei partigiani nella guerra civile contro il fascismo.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – con sede a Milano e presieduto tra gli altri dal settimo presidente della Repubblica, Sandro Pertini – esortarono il popolo italiano dei territori del nord-Italia ancora occupati a insorgere contro le forze nazifasciste. L’invito era quello di assaltare i presidi nazifascisti del Nord e imporre la resa ancora prima dell’arrivo delle forze alleate al grido di “arrendersi o perire”. In quei giorni poi, il CLNAI emanò alcuni decreti legislativi assumendo il potere “in nome del popolo italiano” e condannando a morte Benito Mussolini e tutti i gerarchi fascisti.

Entro il primo maggio tutte le principali città dell’Italia settentrionale furono liberate: Bologna il 21, Genova il 23 e Venezia il 28 aprile. la data del  

La vocazione per l’umanità

di Giovanni Avena

Sono contento ed emozionato di aprire i lavori di celebrazione di questo cinquantesimo anniversario di Adista. Contento per il percorso sin qui fatto, che è sorprendente di per sé – un giornale che vive per 50 anni pressoché solo grazie alle sue forze è già un evento da celebrare – ma che sorprende ancora di più se si considera la posizione del tutto originale, nel panorama editoriale, all’interno della comunità cristiana, nell’agone politico che Adista ha assunto e che ha coerentemente difeso in tutto questo tempo.

Ma sono anche emozionato perché la storia di Adista corrisponde in larga parte alla mia storia personale. Ho conosciuto Adista negli anni ’70, quando lessi una cronaca che riferiva dell’attività della Comunità di Base che era attiva all’interno della mia parrocchia, a corso Calatafimi, a Palermo. Ero un parroco che si era già fortemente esposto con la Curia palermitana e con l’arcivescovo, il card. Pappalardo, ai tempi del referendum abrogativo della legge sul divorzio, allorché io e altri preti palermitani ci schierammo apertamente a sostegno delle ragioni del “no”. In quegli anni ero poi voluto entrare dentro l’ospedale psichiatrico che si trovava accanto alla mia parrocchia. Quei malati erano miei parrocchiani ed io avvertii l’esigenza di incontrarli e di capire cosa la parrocchia e la comunità cristiana potesse fare per loro. Trovai all’interno dell’ospedale condizioni terribili. Iniziai subito con la mia comunità una lunga battaglia per denunciare l’esistenza di un luogo dove  

Riorientare lo sguardo: di lato

di Grazia Naletto

Una società profondamente diseguale, divisa e impoverita, individualista e atomizzata che pensa di vivere in un paese in pieno declino economico e sociale; la sfiducia ormai radicata nella istituzioni e nella classe politica, ma anche nei cosiddetti “corpi intermedi”; la semplificazione e la polarizzazione del dibattito pubblico: sono ciò che, con una nettezza superiore a quella attesa, riflette l’esito del voto del 4 marzo, spaccando a metà l’Italia in modo molto più articolato di quanto non emerga dalle mappe bicolore elettorali.

La visione ottimistica di un’Italia uscita dalla crisi proposta dal Governo uscente non ha convinto neanche gli elettori del suo principale partito di riferimento. Le scelte economiche e sociali adottate negli ultimi cinque anni hanno approfondito e moltiplicato le distanze e le diseguaglianze a tal punto che siamo costretti a festeggiare una partecipazione al voto del 73%, seppure non abbia fermato la sua tendenza decrescente. Eppure, il 27% di coloro che hanno scelto di non votare, se potesse contare, rappresenterebbe il secondo partito del paese.

Almeno una parte di questo 27%, insieme al voto liquido che fluttua rapidamente da un partito a un altro (il 40% di consenso al rottamatore Renzi risale solo a quattro anni fa), lasciano aperti degli spazi all’azione politica che voglia interpretare e praticare da sinistra la forte domanda di cambiamento presente nel Belpaese.

La campagna elettorale è stata giocata tutta o quasi sul posizionamento dei tre maggiori partiti in materia di lavoro  

Terza Repubblica? Un interrogativo per la sinistra

di Claudio Gnesutta

Non vi è alcun dubbio che abbia ragione Mario Pianta nell’individuare nella paura e nella povertà i fattori che hanno condizionato i risultati di queste elezioni. Così come non dovrebbe esserci dubbio che paura e povertà non nascono dal nulla; che segnali in questo senso non sono mancati, anche nelle analisi ospitate da Sbilanciamoci!. Se di sorpresa si vuole parlare, essa ha riguardato la dimensione e la diffusione del fenomeno, il fatto che oltre la metà degli elettori ha dato fiducia ai progetti politici del Movimento 5 Stelle e della Lega, modificando profondamente la scena politica.

Sull’emergere di questa maggioranza sociale è necessario soffermarsi per un’interpretazione politico-sociale, anche se questo pone in secondo piano le preoccupazioni politicistiche – pur non indifferenti per il breve periodo – delle possibili/impossibili alleanze parlamentari per il governo del paese. Il concentrarsi su quest’ultimo aspetto impedirebbe di comprendere il messaggio più rilevante che si può trarre da queste elezioni: la sfiducia conclamata nella classe politica di sinistra a essere garante di un futuro accettabile. Impedirebbe di comprendere come lo smottamento della sinistra politica sia il frutto del suo lungo ottimismo che il rispetto delle regole di mercato fosse sufficiente, alla lunga, a estendere il benessere a tutti i cittadini. Un’attesa che non è si realizzata, che non poteva realizzarsi, e che la maggioranza degli elettori ha alla fine rifiutato con determinazione.

Non so se sia fondato sostenere che il 4 marzo abbia avuto  

Le macerie della sinistra

di Giulio Marcon

Alle elezioni del 4 marzo il 60% degli operai ha votato per la Lega e i Cinque Stelle, così come le zone del paese –tra tutte il Sud– che vivono condizioni di povertà, esclusione e disagio sociale. Il 90% di chi ha lasciato il Pd, si è rivolto ai Cinque Stelle e non a Liberi e Uguali. Le elezioni del 4 marzo ci consegnano una maggioranza: anti-establishment.

Un paese, assediato dalla povertà e dalla paura – come ricorda Mario Pianta – ha scelto il cambiamento, che non è stato rappresentato dalla sinistra ma dalla Lega populista e da una nebulosa ambigua come i Cinque Stelle che mescolano messaggi di destra e di sinistra, di radicale innovazione e di rincorsa rancorosa dell’Italietta strapaese, di partecipazione dal basso e manipolazione dall’alto.
Il Mezzogiorno è da anni abbandonato a sé stesso e si è vendicato. Idem i giovani, e così gli operai. In un paese dove non ci sono più corpi intermedi capaci di avere antenne nella società e produrre consenso elettorale (e sociale) significativo – mentre i partiti sono comitati elettorali senza radici (partiti senza società direbbe Diamanti) – tutto diventa complicato.
Alla intermediazione politica e sociale delle forze organizzate – come ha ricordato Nadia Urbinati – si sostituisce la non meno manipolatoria relazione diretta (simulacro della partecipazione) prodotta dal web e dai social e dalle incursioni televisive: la democrazia del gradimento e dei like. Il confronto