Aspettando il Minsky moment

di Vincenzo Comito

Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale. Restano problemi di fondo, tra cui la vertiginosa crescita delle disparità di reddito e di ricchezza

La crescita dell’economia mondiale e i suoi problemi

Come è noto, di recente il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale; mentre lo sviluppo complessivo del pianeta aveva registrato un più 3,1% nel 2016, esso dovrebbe raggiungere, secondo il Fondo, il 3,6% nel 2017 e il 3,7% nel 2018.

Nell’ambito di questo andamento tutto sommato positivo, non manca chi mette comunque in rilievo la persistenza di alcuni importanti problemi di fondo che, se non bene affrontati, rischiano di mettere in seria difficoltà il quadro dello sviluppo futuro.

Così Martin Wolf (Wolf, 2017) ha in questi giorni sottolineato la persistenza di due questioni di peso. La prima appare in relazione al fatto che il livello degli investimenti è, in particolare nei paesi del G-7, piuttosto insoddisfacente e comunque si colloca a livelli inferiori a quelli di prima della crisi; la seconda fa riferimento alla constatazione della permanenza di una montagna di debiti a livello delle imprese, oltre che, qua e la, delle famiglie e degli Stati.

Noi aggiungeremmo alla lista di Wolf anche, se non soprattutto, la crescita in atto nelle diseguaglianza di reddito e di ricchezza, nonché, parallelamente, i gravi problemi presenti nel  

Fiscal compact, la pillola va giù

di Carlo Clericetti

Raggiunto l’accordo: non sarà inserito nei trattati europei, ma emanato con una direttiva. L’ennesima prova che questa Europa non è riformabile e che si usa ogni scappatoia per restringere di spazi di democrazia

Tanti titoli e titoloni sulla Brexit, che a noi in fondo cambia poco, e assenza quasi assoluta di dibattito sulla riforma dell’Europa, di importanza determinante per il nostro futuro. Siamo davvero un paese molto strano. E’ stato appena raggiunto un accordo sul Fiscal compact, il famigerato trattato intergovernativo che ci impone di attuare politiche restrittive di qui all’eternità, e si fatica a trovarne notizia sui media (una delle pochissime eccezioni è l’Huffington post). Iniziative di discussione finora quasi zero, giusto un convegno della Cgil un paio di settimane fa.

A rompere il silenzio prova ora un gruppo di intellettuali, per lo più economisti, che ha lanciato un appello invitando alla discussione e formulando alcune proposte. Il testo completo e i nomi dei promotori (tra cui il sottoscritto) si trova su questo sito e sulle riviste Economia e politica e Keynesblog.

Come era previsto al momento in cui l’accordo fu stipulato, nel 2012, dopo cinque anni – cioè ora – si doveva decidere se inserire il Fiscal compact nei Trattati. Questo avrebbe richiesto un’approvazione all’unanimità di tutti i paesi membri, ed evidentemente non si è voluto correre il rischio. Così si è deciso di emanarlo con una direttiva europea. Qual è la differenza?  

Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo italiano

di Giacomo Gabbuti

Dall’Unità in poi l’Italia ha compiuto un percorso “subottimale” ed è sempre cresciuta meno di quanto avrebbe potuto. Una recensione al volume curato da Vasta e Di Martino

Il volume curato da Di Martino e Vasta rappresenta probabilmente una svolta nella crescente pubblicistica storico-economica. Il lavoro, frutto di un collettivo di accademici (oltre agli autori, in ordine di apparizione, E. Felice, G. Cappelli, A. Nuvolari, A. Colli e A. Rinaldi), nasce da uno speciale di Enterprise & Society, intitolato Wealthy by accident? Il punto interrogativo era forse più in linea con l’interpretazione; ma più che in questa, la principale novità del volume sta nel modo in cui si concepisce il ruolo della disciplina nel più generale dibattito pubblico.

Nel 1990, Zamagni mandava alle stampe una delle più importanti e citate sintesi della storia economica d’Italia. Se, come scriveva Fenoaltea, il ruolo della disciplina (e delle scienze sociali) è quello di proiettare, come nelle leggende dei nostri antenati, l’immagine che abbiamo del nostro presente, è inevitabile che le interpretazioni riflettano i tempi in cui vengono scritte. Il titolo del volume – Dalla Periferia al Centro – rifletteva l’ottimismo e l’orgoglio di un Paese che, forse ancor più che dopo il Miracolo, sentiva di essere scampato per sempre dalla miseria. In un modo che colpisce chi quegli anni non li ha vissuti, e ne ha spesso letto descrizioni incentrate su inflazione e finanza pubblica fuori controllo, la pubblicistica dell’epoca sembra  

Democrazia della cultura

Dal 2014 la libertà di scattare fotografie nei musei è legge, da pochi mesi estesa anche ai beni archivistici e librari rispondendo alle attese degli studiosi di diverse aree umanistiche. Ma per molti non è ancora chiaro che la liberalizzazione delle immagini è una questione democratica, decisiva per il significato che vogliamo dare al concetto di “patrimonio culturale”.

di Mariasole Garacci

Il 29 agosto è finalmente entrata in vigore l’attesa legge annuale per il mercato e la concorrenza (n. 124/2017) che, riformulando l’art. 108 del codice dei beni culturali (vedere pp. 225-226), introduce il regime di libera riproduzione con mezzi propri del patrimonio delle biblioteche e degli archivi pubblici italiani (art. 1, c. 171). Come sanno bene coloro che frequentano questi luoghi per motivi di studio e di ricerca, l’uso del mezzo proprio spesso era interdetto e dunque, in questi casi, la riproduzione rimaneva vincolata al monopolio di un concessionario esterno, oppure era subordinata ad autorizzazione e talvolta al pagamento di una tariffa, indipendentemente dal fatto che la riproduzione con smartphone o macchina fotografica non comportasse rischio di danni da manipolazione al documento già concesso in consultazione, né oneri di riproduzione per l’istituzione che lo detiene. E’ ora consentito, con dispositivi digitali a distanza, riprodurre liberamente, cioè gratuitamente e senza richiesta di autorizzazione, il materiale che non sia sottoposto a restrizioni di consultabilità per ragioni di riservatezza ai sensi degli artt. 122-127 del codice, nel rispetto delle norme  

Il realismo del disarmo nucleare

di Mao Valpiana*

Con il Simposio “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” papa Francesco ha dato un contributo importante alla nonviolenza: “Il disarmo non è un’utopia, ma un sano realismo”. Il Movimento Nonviolento, che ha sempre fatto del disarmo unilaterale un obiettivo politico fondamentale, è davvero grato al pontefice per questa sua presa di posizione.

La dottrina cattolica sul tema della pace ha fatto un fondamentale passo in avanti: non solo è da condannare con fermezza la minaccia dell’uso di armi atomiche, ma anche il loro semplice possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano.

Le 15mila testate nucleari presenti nel pianeta sono un pericolo costante, un’ipoteca sul futuro dell’umanità. Gli Stati che possiedono o ospitano bombe atomiche (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA, India, Corea del Nord, Pakistan, Israele, Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia) sono condannati. Se vogliono essere assolti, devono liberarsi dell’armamento atomico.

Ed è questa la richiesta precisa che viene dal Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, approvato dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che ora aspetta la ratifica di almeno 50 Stati membri per entrare in vigore.

L’obiettivo politico, liberare l’umanità dall’incubo nucleare, dichiarare illegali le bombe atomiche, è in sostanza stato premiato con il Nobel conferito ad Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons).

Il Premio Nobel  

Caccia alle fonti dei cronisti. Libertà di stampa in pericolo

di Giorgio Meletti

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

Il fenomeno si traduce, al di là della buona fede dei singoli magistrati, in una pressione per tutti i giornalisti. Il messaggio è chiaro: se scrivi una parola di troppo puoi trovarti gente in divisa che fruga tra i giocattoli dei tuoi bambini o che si prende il tuo telefonino e cartografa comodamente tutte le tue relazioni e tutte le tue fonti. Anche chi si affida al segreto professionale del giornalista, imposto dalla legge e tutelato anche dal codice di procedura penale, è avvertito: se vai a raccontare qualcosa anche senza commettere niente di illecito, sappi che prima o poi potrebbe esserci un carabiniere, un poliziotto o un magistrato che potrà ricostruire tutti i tuoi contatti con il giornalista.

L’ultimo caso risale alla sera di venerdì 17 novembre. Gli uomini della Guardia di Finanza, su ordine del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, si sono presentati nella redazione del Sole 24 Ore a Milano, con un decreto di acquisizione di documenti per il giornalista Nicola Borzi. Quella mattina il giornale aveva pubblicato il secondo di  

Germania in panne? No, è il trionfo del neoliberismo

di Alessandro Somma

I tedeschi non hanno mai subito il fascino delle retoriche efficientiste, quelle per cui la sera delle elezioni occorre conoscere il nome del Presidente del Consiglio, e magari anche la lista di Ministri e Sottosegretari. Sono consapevoli che la politica conosce tempi diversi da quelli del consiglio di amministrazione di un’impresa, che la democrazia richiede partecipazione, e questa lo spazio necessario a renderla effettiva. Colpisce però che le elezioni tedesche si siano tenute oramai due mesi fa, e che ciò nonostante le trattative per la formazione del nuovo governo siano giunte a un punto morto: i Liberali hanno abbandonato il tavolo delle trattative con i Cristianodemocratici e i Verdi, e questo ha fatto sobbalzare più di un commentatore politico. I più parlano di una crisi della democrazia tedesca, incapace di individuare una nuova maggioranza e probabilmente condannata a tornare alle urne. Il tutto con ripercussioni catastrofiche sull’Europa: se Berlino è immobile, lo sarà anche Bruxelles.

A ben vedere le cose non stanno così. Innanzi tutto perché la crisi tedesca potrebbe trovare uno sbocco anche in tempi brevi, e poi perché l’instabilità politica di cui si parla potrebbe non essere tale, e soprattutto potrebbe essere voluta.

Incominciamo dal primo punto. A parole la coalizione tra Cristianodemocratici, Liberali e Verdi è l’unica possibile, ma non è detto che i Socialdemocratici non decidano alla fine di aderire all’ennesima Grande coalizione: dicono di volerla evitare per risintonizzarsi con il loro elettorato, ma  

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