Dalla Casta al lavoro sociale, (forse) c’è vita per i partiti

di Giacomo Russo Spena

Partendo dalla degenerazione attuale, un libro di Fulvio Lorefice ragiona sull’utilità della forma partito che nel Novecento ha rappresentato l’organizzazione più efficace per le lotte popolari. Ed oggi? I partiti si possono salvare soltanto se riscoprono le pratiche di mutualismo e ricostruiscono un tessuto sociale col Paese. La vecchia Syriza e Podemos sono due modelli interessanti da seguire.

Della lotta alla Casta il M5S ci ha fatto una ragion d’essere. Già prima, i radicali di Marco Pannella si sono battuti contro la “partitocrazia italiana”. Un Sistema di potere. Ad oggi, perché mai un giovane dovrebbe iscriversi ad un partito politico? La loro crisi è tangibile, la degenerazione è lampante. Sono passati, col tempo, dall’essere organizzazioni di massa sancite dalla Costituzione (art 49) a ceti di nominati, persino collusi con establishment e poteri forti. Pensiamo all’inchiesta di Mafia Capitale, a Roma, che ha certificato la connivenza dei partiti, in maniera bipartisan, con “il mondo di sotto” per utilizzare il termine dell’ex Nar Massimo Carminati, ora agli arresti.

Ma – qui bisogna interrogarsi – ha senso riformare i partiti o il problema risiede nella stessa forma partito? Se lo chiede il ricercatore Fulvio Lorefice che recentemente ha scritto per Bordeaux edizioni “Ribellarsi non basta”: un libro che ha il coraggio di andare controcorrente e analizzare il rapporto tra organizzazione e risultati concreti di avanzamento delle classi sociali più deboli, dando un taglio storico alla discussione.

“Il tema della strutturazione  

Palestina:una realtà che ci riguarda

di Vera Pegna*

La Palestina non fa più notizia, né intesa nella sua accezione minima, ovvero i territori occupati dallo Stato d’Israele nel 1967, né nella sua accezione storica, ovvero la Palestina mandataria del pre-1948, oggi suddivisa tra Israele che ne possiede circa l’80% e la Cisgiordania e Gaza cui rimane il restante 20%. Neppure fa notizia la situazione, ormai al limite del collasso, di Gaza – la cui densità demografica è la più alta del mondo – nonostante il fatto che, per il coordinatore umanitario dell’Onu nei Territori palestinesi occupati, Robert Piper, se l’Autorità nazionale palestinese (ANP) e Israele dovessero permanere nelle decisioni assunte di limitare la fornitura di energia elettrica a due ore al giorno invece delle 4 attuali, la situazione nella Striscia diventerebbe catastrofica. Tale tragica realtà si aggiunge ai tre interventi militari israeliani degli ultimi sei anni e al blocco economico degli ultimi dieci. Dal 2007, infatti, le esportazioni dalla Striscia di Gaza sono state vietate, per cui sono ridotti agli sgoccioli le importazioni e i trasferimenti di denaro. Le infrastrutture sono sempre più degradate, in particolare quelle di base, come elettricità e acqua potabile, e ai gazawi non rimane che prendere atto del graduale crollo dei servizi essenziali come quelli igienico-sanitari, l’erogazione dell’acqua e i servizi comunali.
Ma qual è il futuro politico che si prospetta per Gaza? Farà parte dell’ipotetico Stato palestinese nel caso si realizzi l’opzione “due popoli due Stati”? Sarà abbandonata a  

Aldo Moro costituente

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”
con il patrocinio dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro”,
della Fondazione “Giorgio La Pira” e dell’ Archivio storico Flamigni

Aldo Moro costituente

Civita Castellana, 25 novembre 2017, h.17

Indirizzi di saluto ed introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverrano

Prof.Carlo Bersani (Università “Niccolò Cusano”)
Prof.Francesco Maria Biscione (storico)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile, in P.zza Matteotti,5

Fuori dal tunnel? Ma è davvero così?

di Dario Guarascio e Marco Centre

L’Italia è tecnicamente uscita dalla recessione. Eppure i dati macroeconomici possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia

La crisi è finita. Con la variazione positiva del Pil nel III e nel IV trimestre del 2014 l’Italia è, tecnicamente, uscita dalla recessione. Negli ultimi 12 mesi, la crescita ha superato abbondantemente la soglia dell’1% e si prevede che nell’anno in corso superi l’1,5%. Gli occupati hanno raggiunto, nel II trimestre 2017, i 23 milioni, un livello analogo a quello del 2008 e prossimo al massimo storico dal 1992.

Questi dati macroeconomici, tuttavia, possono celare criticità strutturali in grado di minare le prospettive future della nostra economia. Eccone alcune: la riduzione di quasi il 25% della capacità produttiva tra il 2008 ed il 2013; i livelli di salari, produttività del lavoro, investimenti in capitale fisico ed in R&S che sono significativamente inferiori alla media europea (Lucchese, M., Nascia, L., & Pianta, M. (2016). Industrial policy and technology in Italy. Economia e Politica Industriale, 43(3), 233-260). Inoltre, mentre Pil e occupazione crescono, le ore lavorate arrancano, restando lontane dai livelli pre-crisi e ciò fa pensare che manchi la capacità di sfruttare appieno la capacità produttiva e che vi sia la tendenza, con l’esaurirsi degli incentivi all’occupazione stabile nel biennio 2015-2016, a creare occupazione di scarsa qualità, come sembrano, peraltro, confermare la stagnazione dei salari – in contrasto con quanto  

Risentiti e perdenti

di Alfio Mastropaolo

Sfiducia e risentimento hanno superato il livello di guardia. Ma di fronte a un’emergenza democratica che fa presagire scenari xenofobi e autoritari, il Pd resta prigioniero dei deliri di onnipotenza del suo capo. E la sinistra è fragile e divisa

C’è qualcosa di terribile, e spaventoso, nelle circostanze che stiamo vivendo. Forse le più drammatiche da un secolo in qua. L’innegabile aria di famiglia tra fascismo e populismo non deve far dimenticare le diversità che separano l’un dall’altro. Fascismo e nazismo smantellarono il regime rappresentativo grazie alle milizie private che avevano costituito, sfruttando, con la tolleranza dello Stato, il know how violento che si era accumulato nelle trincee. A fornir loro la base decisiva di consenso fu il risentimento della classe media, frustrata dagli esiti del primo conflitto mondiale e timorosa di essere declassata dall’incedere dei partiti di massa.

Ciò malgrado, l’aria di famiglia rimane. Nella condizione attuale mancano le milizie private, ma sovrabbondano i motivi di risentimento, manipolando i quali, come dimostrano i casi recenti di Francia, Germania e Austria, i populisti stanno già trovando pacificamente quel successo elettorale che fascismo e nazismo ottennero con la violenza. Il cosiddetto populismo si sta infatti rivelando pienamente compatibile con le istituzioni rappresentative e democratiche, la cui adattabilità anche a forze politiche palesemente in contrasto con i principi cui esse s’ispirano non è mai stata considerata a sufficienza. Quanti scrissero le costituzioni del dopoguerra si premunirono affinché l’abuso del principio  

La terra oltre lo Stato

di Claudia Fanti

Nel complesso rapporto tra popolo e terra, non c’è dubbio che palestinesi e curdi rappresentino due casi emblematici. Pur partendo da premesse simili, le loro parabole si sono sviluppate seguendo direzioni profondamente diverse.
I palestinesi, come noto, aspirano a uno Stato – che sia attraverso la soluzione “due popoli, due Stati” o tramite quella di un unico Stato binazionale –; i curdi, abbandonata l’idea di uno Stato-nazione che ricomprendesse i territori attualmente divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, sono approdati all’idea rivoluzionaria di “una democrazia senza Stato”, espressa nella forma del confederalismo democratico, in vista della costruzione di una società libera dall’autoritarismo, dal patriarcalismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica: un sistema partecipativo che riconosce e applica concretamente la parità di genere e abbraccia tutte le confessioni religiose e le etnie.
Il caso del Rojava, il Kurdistan siriano, è esemplificativo di questo processo. La rivolta popolare contro il regime siriano iniziata nel 2011 è stata infatti l’occasione per i curdi della regione di aprire la strada a un rapido cambiamento, diventando un modello di organizzazione politica per l’intero Medio Oriente (e non solo). A partire dal luglio del 2012 – prese le distanze sia dalle forze di Assad che da quelle di opposizione – i curdi hanno infatti cacciato l’esercito governativo dalle città del Rojava, assumendo nelle loro mani la gestione del governo locale, sulla base di un rivoluzionario  

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