“Le strade saranno nostre”. Il referendum catalano

di Anna Subirats Ribas, Donatella Della Porta, Francis O’Connor, Martin Portos

Gli effetti della grande partecipazione al voto in Catalogna di domenica scorsa e della sua violenta repressione da parte delle autorità spagnole continuano a riverberarsi in tutta Europa. Anche se ha colto di sorpresa molti osservatori esterni, lo scontro stava maturando da tempo. Il voto ha confermato il rilancio dell’impegno dal basso nel recente ciclo di mobilitazione per l’autodeterminazione in Catalogna. E rappresenta un altro esempio di politica di massa che trascende i partiti e le istituzioni.

Dalle ultime elezioni regionali del 2015, la coalizione pro-indipendenza al governo in Catalogna è ferma nella promessa di organizzare un referendum vincolante sull’indipendenza e nell’impegno a compiere una dichiarazione unilaterale di indipendenza nel caso di un 50% dei voti a favore. Tuttavia, secondo recenti sondaggi, il sostegno all’indipendenza era in diminuzione e tra i leader autonomisti stavano emergendo divisioni sulla strategia da adottare. Inoltre, la capacità di mobilitazione delle forze pro-indipendenza era diminuita perché mantenere l’intensità dell’impegno dal basso di questi anni era emotivamente estenuante e logisticamente insostenibile.

Gli eventi delle settimane precedenti il ​​referendum hanno però provocato una rinnovata mobilitazione dal basso. Il 20 settembre, in un’operazione per impedire il referendum, la Guardia Civil ha fatto irruzione in diversi uffici del governo regionale catalano, arrestato 14 alti funzionari e confiscato 9,6 milioni di schede elettorali. Le autorità spagnole hanno minacciato misure giudiziarie contro gli organizzatori del referendum, oscurato siti web, congelato il  

Contro l’apartheid, l’unica arma è l’azione popolare

di Wasim Dahmash*

La questione di una soluzione del problema israelo-palestinese continua ad alimentare il dibattito tra coloro che, nel mondo, hanno a cuore la sorte dei due popoli, israeliano e palestinese. È parere diffuso che un’eventuale soluzione non possa prescindere dal tipo di assetto politico-istituzionale da dare al territorio complessivo: uno Stato unico o due Stati per due popoli. Per affrontare la questione occorre fare alcune premesse:
1. il dibattito è appannaggio di pochi intellettuali che, per la gran parte, vivono fuori del territorio palestinese, ovvero la questione non è all’ordine del giorno del dibattito politico sia israeliano sia palestinese. Con ciò non si vuole sminuire l’importanza della discussione, la si vuole solo situare nella cornice concreta in cui si svolge;
2. la situazione attuale è quella di uno Stato unico, lo Stato d’Israele, che esercita la sua sovranità di fatto sull’intero territorio della Palestina mandataria. Tale Stato si fonda su una dottrina di esclusione/inclusione, la dottrina sionista, in base alla quale è stato realizzato un sistema di apartheid che condiziona ogni aspetto della vita quotidiana, sia quella degli esclusi, i palestinesi, sia degli inclusi, gli israeliani, e di cui il muro di separazione è solo la manifestazione più eclatante;
3. il sistema israeliano è sorretto da un’opinione pubblica interna e internazionale favorevole: da ciò deriva che gli conviene la situazione attuale. I palestinesi invece, impazienti di risolvere il problema del peso dell’occupazione e della minaccia all’esistenza  

Fiscal cosa?

di Andrea Baranes

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Nessuno ne parla ma qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte

Alzi la mano chi nelle ultime settimane ha visto anche solo un trafiletto o un qualche servizio televisivo menzionare il Fiscal Compact. In un clima già da campagna elettorale inoltrata, non passa giorno senza leggere di alleanze che si creano e si disfano, di questo o quell’esponente politico che passa da uno schieramento all’altro, di sondaggi e intenzioni di voto. Questo per non parlare delle infinite discussioni intorno alla possibile legge elettorale con la quale dovremmo andare a votare il prossimo anno.

Peccato che qualsiasi futura maggioranza parlamentare e qualsiasi governo dovesse insediarsi all’indomani del voto rischia di essere, se non commissariato, per lo meno fortemente limitato nelle proprie scelte. Se lo scopo principale di un governo è infatti quello di gestire e indirizzare le risorse disponibili per attuare determinate politiche, il futuro sembra verrà deciso altrove.

Entro la fine dell’anno, il Parlamento dovrà ratificare il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, meglio noto come Fiscal Compact. Tra le diverse disposizioni, questo trattato prevede l’obbligo di riportare entro 20 anni il rapporto tra debito pubblico e PIL alla fatidica soglia  

A Roma per guardare il futuro

di Raniero La Valle

È stato annunciato il programma dell’assemblea nazionale del movimento “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” convocata per il 2 dicembre a Roma, alle 10, presso il Centro Congressi di via dei Frentani 4.
Il tema dell’incontro è: “Ma viene un tempo, ed è questo”. Il suo significato è di voler interpretare il pontificato rinnovatore di Francesco come l’inizio di un tempo nuovo, per l’umanità e per la Chiesa. Il tempo a cui si allude è quello annunciato da Gesù alla Samaritana al pozzo di Giacobbe, il tempo in cui, deposti gli idoli, “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giov. 4,23), in una umanità finalmente riconciliata e riunita. È evidente la forte carica di speranza e di fiducia implicita nella scelta di questo tema; essa però va misurata con la durezza dei tempi che stiamo vivendo, per non fare come quelli che, come si legge nella Bibbia, “raccontano i loro sogni” (Ger. 23, 27), e “profetizzano secondo i loro desideri” (Ez. 13, 2).
Per questa ragione l’assemblea dovrà sentirsi investita dalla sofferenza e dall’estrema minaccia che gravano oggi sul nostro tempo e sul mondo. In particolare non si potrà non assumere nell’analisi la perdita e addirittura lo scempio del diritto, dell’etica pubblica e delle culture di convivenza, che sono il portato dell’attuale fase neoliberista della globalizzazione. L’effetto più grave di queste demolizioni in corso è la precarizzazione della vita, soprattutto dei giovani,  

Che fare? Ripartiamo dall’economia

di Mario Pianta

Trent’anni di politiche hanno ‘lasciato fare’ al mercato, gonfiato la finanza, trasferito potere e profitti alle imprese. Occorre ora rimettere al primo posto la politica. Un estratto dal volume ‘Indicativo futuro: le cose da fare’, appena uscito per Edizioni Gruppo Abele

Dieci anni fa scoppiava la crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Italia l’economia non si è ancora ripresa. Il Prodotto interno lordo (Pil) del paese ristagna, il reddito pro-capite – circa 25 mila euro – è tornato al livello di vent’anni fa, le misure di benessere suggeriscono che siamo tornati ai livelli di trent’anni fa.[1] Questi dati descrivono i valori medi per l’Italia, ma gli effetti della crisi hanno colpito ricchi e poveri in modo opposto. I salari del 10% più povero dei lavoratori dipendenti tra il 1990 e il 2013 hanno perso un terzo del loro valore, quelli del 25% più povero hanno perso il 30%, mentre quelli del 10% meglio pagato sono lievemente cresciuti fino al 2008 e poi sono tornati ai livelli iniziali. Le disuguaglianze sono aumentate a livelli senza precedenti; nel 2010 l’indice di Gini delle disuguaglianze dei redditi di mercato ha superato il livello di 0,50 (era 0,38 nel 1985); quello corretto per tasse, trasferimenti e valore dei servizi pubblici fuori mercato supera lo 0,25 ed è il più alto tra i maggiori paesi europei; l’Istat ha calcolato che nel 2014 (ultimo anno per cui sono disponibili dati effettivi) il 20%  

Il Dio che sorprende

di Raniero La Valle*

1. La novità di papa Francesco

Il Dio che sorprende è il Dio annunciato da papa Francesco. Ancora mercoledì scorso nella sua catechesi il papa ha parlato del Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese. Certo non è questo il solo Dio in circolazione. C’è il Dio predicato per inerzia da tutta la Chiesa, il Dio predicato nella Chiesa italiana. Ma non è un Dio che sorprende, non suscita meraviglia, è il Dio che giace nel catechismo, che da tempo non sveglia più nessuno.
Poi c’è lo stereotipo del Dio demiurgo, todopoderoso, depositato nella cultura comune, condiviso sia da chi lo afferma, sia da chi lo nega, sia da chi lo ignora.
Il Dio che irrompe nella Chiesa di Francesco è diverso. In un mondo piagato ed esposto alle peggiori sorprese, nessuno pensava che ci potesse essere una sorpresa da parte di Dio. O almeno non lo si pensava più, da quando era stato messo a tacere il Concilio. Per questo la Chiesa era diventata così tetra e la fede se ne stava andando come l’acqua dall’invaso di una sorgente inaridita.
Ma ecco che da quattro anni è comparso un Dio che sorprende. Per il mondo è stato un bagliore improvviso, una straordinaria novità, per gli archeologi del sacro è stata invece una sorpresa ingrata, un incidente imprevisto, uno strappo ai regolamenti. Perciò i più papisti del papa sono diventati, proprio  

Liturgia: il “grande principio” e la fine di una piccola storia

di Andrea Grillo

Con il motu proprio Magnum principium (MP) può finire una brutta storia e ricominciare la storia vera. Vediamo perché. Il grande principio riaffermato con il breve documento è la “partecipazione attiva” di tutto il popolo alla azione liturgica, anche mediante la comprensione dei testi liturgici. Su questo punto, in effetti, il Concilio Vaticano II era stato molto chiaro. Ma la sua recezione, iniziata con slancio e con forza negli anni ‘60 e ‘70, aveva trovato, a partire dagli anni ‘80, una progressiva freddezza, fino alla aperta ostilità, sancita dalla V Istruzione Liturgiam authenticam (LA), del 2001, che stabiliva il primato del testo latino, l’esigenza di traduzioni “letterali” e l’assenza di “interpretazione” nella traduzione. Questa “disputa sulla traduzione” nascondeva, in realtà, una disputa sulla riforma liturgica e sulla riforma della Chiesa. Affermando il primato del latino si affermava il primato del passato; affermando l’esigenza di “letteralità” si bloccava la esperienza che scaturiva dall’uso delle lingue popolari; affermando l’assenza di interpretazione si salvaguardava la possibilità di “fare tutto da Roma”, senza alcun bisogno di vera competenza in periferia e con l’esautorazione delle Conferenze episcopali.

Questo progetto, tuttavia, proprio perché orientato a difendersi dalla nuova realtà di un mondo articolato, di culture differenti e di esperienze irriducibili, è miseramente fallito sul piano della operatività. Con i criteri stabiliti da LA non si riusciva più a tradurre nulla: perché se si osservavano i criteri, non si capiva il testo; mentre se si  

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