Karl R.Popper lettore dei presocratici

di Matteo Sozzi

ll testo di D’Urso promuove una rivalutazione dell’attenzione di Popper per i presocratici, mostrando tutti i limiti di quelle diffuse prospettive che riconducono la considerazione popperiana degli antichi filosofi unicamente alle teorie epistemologiche: secondo queste interpretazioni egli, nel leggere tali autori, avrebbe semplicemente proiettato su di loro la concezione falsificazionista, al fine di trarne una legittimazione teorica. Dal volume emerge infatti l’interesse costante di Popper per i presocratici, una passione che, pur rimanendo sostanzialmente privata fino alla pubblicazione di Il mondo di Parmenide. Alla scoperta della filosofia presocratica (1973), fu tuttavia saldamente ancorata al suo pensiero e all’elaborazione delle sue riflessioni epistemologiche. Attraverso accurate e minuziose indagini viene così mostrata, in modo convincente, l’insostenibilità di quelle valutazioni tese a sostenere non solo una visione degli antichi pensatori viziata da un’originaria precomprensione falsificazionista, ma anche, di conseguenza, «una limitante, certamente negativa e paradossale caduta in una forma di storicismo da parte di un epistemologo dichiaratamente antistoricista» (p. 11).
Lo studio si articola in tre parti precedute da una introduzione. Le pagine introduttive si propongono di indagare le posizioni della critica. In esse emerge chiaramente la seguente tesi: tranne che per rarissime eccezioni, tra cui spicca per significatività la posizione di Giovanni Cerri, radicata e diffusa tra i commentatori è la percezione della marginalità e dell’occasionalità dell’interesse popperiano per i presocratici, benché tale attenzione abbia accompagnato l’intera produzione del filosofo, sia stata sostenuta da competenze filologiche e si sia  

Attualità del pensiero di Emmanuel Mounier

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”
con il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”
dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Attualità del pensiero di Emmanuel Mounier

Civita Castellana 27 giugno 2017, h.17

Indirizzi di saluto ed introduzione

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Relazione introduttiva e coordinamento

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Interverranno

Prof.Roberto Gatti (Università di Perugia)
Prof.Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia)
Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle conferenze della Curia Arcivescovile in p.zza Matteotti, 5

I cinquantacinque giorni di Moro nell’Edizione nazionale delle opere

di Raniero La Valle

Il memoriale e le lettere dal carcere saranno presenti negli “Scritti” e “Carteggi” dell’Opera omnia pubblicata in forma digitale. Una riparazione storica

Le lettere di Moro dal carcere delle Brigate Rosse erano veramente sue, non si dice più che non si possono a lui attribuire. Giovedì 10 maggio nella sede dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica è stato presentato il piano dell’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro che saranno pubblicate in forma digitale con il patrocinio e con i soldi del ministero dei beni culturali. Vi troveranno posto gli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. È stato infatti annunciato che il memoriale scritto dal prigioniero, che fu in seguito trovato nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, sarà pubblicato nella prima sezione, “Scritti e discorsi” dell’Opera omnia, e le lettere saranno inserite nella terza sezione, quella dei “Carteggi”. Si tratta di una riparazione e di una restituzione: lo Stato che aveva tolto a Moro la sua identità e la sua parola, ora gliela restituisce, perché almeno ne resti integra la memoria.
Durante il sequestro, avvenuto il 16 marzo 1978, Moro scrisse diverse lettere a vari interlocutori istituzionali e politici, per opporsi alla “linea della fermezza” adottata dal sistema politico per negare, in nome della ragion di Stato, qualsiasi trattativa con i brigatisti per la sua liberazione, e sostenne, dal profondo della sua cultura giuridica e della  

Intenzionalità ed esperienza nel Wittgenstein intermedio

di Marco Damonte

Studiare il significato delle dichiarazioni in prima persona nella riflessione wittgensteiniana dei primi anni Trenta: è questo l’obiettivo programmatico del testo di Solombrino. Sebbene apparentemente delimitato, il tema prescelto è centrale e capace di mettere in luce la sottile, ma determinante transizione del pensiero di Wittgenstein dal ritenere le dichiarazioni in prima persona delle proposizioni, al considerarle dei proferimenti.
Il lettore esperto, a cui il testo è mirato, viene condotto lungo questa strada a rileggere alcuni temi centrali della riflessione wittgensteiniana, quali la nozione di gioco linguistico e di significato come uso, sotto una luce non consueta, capace di offrire una chiave di lettura originale e convincente ad un tempo. Per «Wittgenstein dei primi anni Trenta», l’autore intende quello che la letteratura secondaria, forte di una terminologia coniata da Stern negli anni Novanta del secolo scorso, indica come Wittgenstein intermedio. L’intento è quello di seguire passo passo il maturare del pensiero di Wittgenstein e presentare al lettore la lenta transizione dalla filosofia giovanile del Tractatus alle acquisizioni più mature. Questa scelta, delicata perché molto circoscritta, ma felice nella misura in cui rende ragione di un passaggio fondamentale della speculazione del filosofo austriaco non sempre adeguatamente valorizzata, implica una precisa selezione dei testi presi in considerazione. I due maggiori sono le Philosophische Bemerkungen – stese nel 1929 al fine di candidarsi ad una research fellowship presso Cambridge – e il Big Typescript – un dattiloscritto redatto nel 1933  

Dal grembo dell’Europa accoglienza o fascismi

di Raniero La Valle

Oggi sarebbe in campo un antifascismo senza fascismo; ma l’Europa potrebbe ancora generarlo. Le politiche xenofobe e di chiusura ne sono la matrice

L’ascesa all’Eliseo di Emmanuel Macron, con la rassicurante presenza della moglie Brigitte, chiude il caso Le Pen in Francia, avevamo detto in questo sito già il 24 aprile scorso dopo il primo turno delle elezioni presidenziali. Sorprendentemente è stato però lo stesso Macron a riaprirlo nel suo discorso d’investitura davanti al popolo raccolto in gran numero nel giardino del Louvre, quasi per un catartico ritorno alla politica. Con un atto di grande lucidità e onestà politica il presidente francese ha riconosciuto quella sera che molti voti ricevuti non erano suoi, che molti votanti per lui non hanno affatto le sue stesse idee sull’Europa, sulle banche, sulla globalizzazione, ma che lo hanno scelto tra due sole opzioni possibili per difendere la Repubblica. Ma da che cosa la Repubblica doveva essere difesa con il voto contro la Le Pen, e in che cosa consisteva l’offesa di quanti hanno votato per lei? Riaprire il caso Le Pen significa porsi questa domanda, e più specificamente chiedersi se in Francia si è votato pro o contro qualcosa che si chiama fascismo.
C’è una corrente di pensiero che dice che il movimento lepenista non è fascismo, come non lo sono altri simili a lui in altri Paesi d’Europa e d’America, sicché oggi sarebbe in campo un antifascismo senza  

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