Cei, volge al termine l’era Bagnasco

di Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su  

Guccini racconta Auschwitz

di Marco Di Porto

“Avevo letto due libri, uno di Primo Levi, e Il flagello della svastica di Lord Russel. Il testo mi uscì di getto, lo scrissi su un quadernino. Allora non avevo ancora nessuna reale intenzione di fare il cantautore. Mio padre era stato in campo di concentramento, come internato militare, ma non mi aveva mai raccontato niente. Forse anche per questo scrissi quella canzone.”
La canzone è la famosa ‘Auschwitz’, anche conosciuta come ‘Canzone del bambino del vento’, e a parlarne è il cantautore Francesco Guccini, durante la presentazione del film documentario Son morto che ero bambino – Francesco Guccini va ad Auschwitz, avvenuta ieri in anteprima nazionale alla Camera.
Realizzato da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, il documentario racconta il viaggio della Memoria di Guccini con la classe II B dell’Istituto Comprensivo Salvo D’Acquisto di Gaggio Montano, in provincia di Bologna. Insieme ai ragazzi, ad alcuni insegnanti e al vescovo di Bologna Monsignor Matteo Maria Zuppi, Guccini è andato per la prima volta nella sua vita in quel luogo di morte che aveva cantato cinquant’anni fa. Contribuendo, all’epoca, a diffondere una prima consapevolezza dell’orrore della Shoah.
“Abbiamo preso il treno, insieme ai ragazzi e ai professori, e siamo partiti per questo viaggio lunghissimo, faticoso. Abbiamo mangiato qualche panino. Io fumo e mi scocciava di non poter fumare, stavo scomodo, dovevo dormire su una brandina, ma poi mi dicevo: come ti permetti di pensare  

Referendum e movimenti sociali

di Donatella Della Porta

I risultati del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016 confermano la capacità della società civile e dei movimenti di appropriarsi degli istituti di democrazia diretta per portare avanti obiettivi di progresso. La straordinaria vittoria del ‘no’ (quasi 20 punti percentuali di vantaggio rispetto al ‘sì’), e l’inattesa elevata partecipazione al voto non sarebbero state possibili senza la mobilitazione dal basso di migliaia di persone e di organizzazioni sociali. Questo è solo un esempio delle opportunità aperte dai referendum visti come strumento di una ‘politica dal basso’ che si sono tenuti durante questi anni di crisi.

La grande recessione che ha colpito l’Europa nel 2008 può essere vista come un punto di svolta, che ha innescato non solo trasformazioni socio-economiche, ma anche cambiamenti politici. Nei paesi più colpiti dalla crisi finanziaria, in particolare la ‘periferia’ dell’Europa, ondate di proteste hanno messo in discussione le politiche di austerità adottate dai governi nazionali sotto la pressione delle istituzioni europee e della finanza – l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo monetario internazionale in particolare. Queste ondate di protesta – spesso definite come il movimento ‘Occupy’ o degli ‘indignados’ – hanno reso visibile la crisi di legittimità provocata dalla palese mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni politiche verso le sofferenze dei cittadini. Le proteste hanno preso forme diverse nei diversi paesi, influenzate dagli sviluppi specifici e dalle caratteristiche della crisi finanziaria, oltre che dalle opportunità politiche nazionali  

In morte di Tullio De Mauro: la cultura impura

di Ruggero Eugeni*

Un pomeriggio di una trentina di anni in un’affollata conferenza di un Convegno di Semiotica a San Marino compresi finalmente e all’improvviso il generativismo sintattico di Noam Chomsky. Fu Tullio de Mauro a illuminarmi: “Chomsky pensa che nasciamo tutti con dentro la testa delle grucce cui poi basta appendere i vestiti – cioè le parole”. Il tono era un po’ ironico, ma la metafora funziona, e illustra bene l’atteggiamento con cui De Mauro affrontava questioni complesse: con rigore, ma anche con leggerezza.
Proprio questa leggerezza ha sempre permesso a De Mauro di non restare prigioniero dei settori (scientifici e non) di cui si è occupato, ma di contaminare felicemente ambiti differenti. Di essere, insomma, uno studioso impuro. Nasce di qui il suo interesse per la linguistica, una disciplina che negli anni Cinquanta iniziava a germogliare dalla Glottologia per incroci e ibridazioni provenienti soprattutto dall’estero e spesso malvisti dalle istituzioni accademiche (De Mauro rischiò seriamente di essere radiato dall’Istituto orientale di Napoli dove operava come assistente).

Nasce da questa contaminazione, negli anni Sessanta, il progetto di una Storia linguistica dell’Italia Unita (la terza e ultima edizione è del 2015), pensata come una storia dei ritardi formativi del nostro sistema scolastico, in un dialogo neppure troppo nascosto con don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini. Nasce ancora da qui alla fine degli anni sessanta il lavoro – monstrum sul Corso di Linguistica Generale, l’opera chiave dello strutturalismo: alcuni  

Mort de Zygmunt Bauman, théoricien de la “société liquide”

di Robert Maggiori

Le théoricien anglo-polonais Zygmunt Bauman est mort lundi à Leeds. Il était l’un des plus grands sociologues du XXe siècle, et le grand témoin de ses horreurs, dont le nom restera toujours attaché à la notion de «société liquide», qui a suscité dans le monde des milliers de commentaires.

Né à Poznan le 19 novembre 1925, d’une famille juive, il se réfugie en 1939, après l’invasion de la Pologne par les nazis (sa femme Janina réchappera des camps de la mort), en URSS, et, alors marxiste convaincu, combat dans une unité militaire soviétique puis occupe la fonction de commissaire politique. Revenu à Varsovie, il enseigne la philosophie et la sociologie. En mars 1968, à la suite de la campagne antisémite lancée par le régime communiste, il est forcé de quitter son pays et émigre en Israël puis en Angleterre, où il devient citoyen britannique. L’université de Leeds l’accueille jusqu’en 1973 et lui confie la chaire de sociologie. Ses premiers travaux, sur le socialisme britannique, la stratification sociale ou les mouvements des travailleurs, ont un succès relatif, comme ceux qu’il consacre à la Shoah, au rapport entre modernité et totalitarisme, à la mondialisation. Ce n’est qu’au moment où il fait paraître ses études sur la disparition des «structures stables» et parvient, après avoir «dialogué» avec Marx, Gramsci, Simmel, puis Manuel Castells, Anthony Giddens, Robert Castel ou Pierre Bourdieu, à forger le concept de liquidité, qu’il devient un penseur de  

Dal no al referendum alla politica dal basso

di Grazia Naletto

65: sono secondo Openpolis le questioni di fiducia richieste al Parlamento dal Governo Renzi nel corso del suo mandato, in media 2 al mese. Alcuni esempi non proprio secondari: a colpi di fiducia sono stati approvati il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, l’Italicum e il decreto fiscale 2016. L’ultima è quella richiesta e ottenuta sulla Legge di Bilancio 2017, licenziata in aula al Senato in 24 ore con 166 voti contro 70 no e un’astensione il 7 dicembre.

La partecipazione popolare sorprendente al voto del 4 dicembre e lo scarto di ben 18 punti tra il sì e il no, probabilmente raccontano anche questo: la prassi consolidata (ben prima dell’ultimo esecutivo) di approvare a colpi di fiducia norme e riforme che incidono pesantemente sulla vita quotidiana di tutti noi è divenuta insopportabile. Esprime infatti molto bene, così come l’altrettanto frequente ricorso ai decreti legge, il progressivo svuotamento del ruolo del Parlamento a favore di quello dell’esecutivo effettuato nel corso degli ultimi anni. E tra gli elementi distintivi sostanziali della riforma Costituzionale voluta e imposta al Parlamento dal Governo, per fortuna rinviata al mittente, vi era proprio quello di sancire in modo definitivo la subordinazione dei rappresentanti dei cittadini democraticamente eletti al potere dell’esecutivo.

È naturalmente difficile fornire un’interpretazione univoca del significato di quel 70% di partecipazione al voto e di quel 60% di elettori che hanno rigettato la riforma. Tuttavia alcuni segnali sembrano emergere chiaramente.

 

Nuove frontiere della pastorale e della teologia Lgbt

di Damiano Migliorini

È sotto gli occhi di tutti, ormai, che la “questione omosessualità” è una delle grandi sfide teologiche e pastorali della Chiesa di questo secolo. Basti pensare all’acceso dibattito del Sinodo 2014-2015 sulla famiglia, che ha visto emergere una realtà ecclesiale divisa a tutti i livelli, o almeno decisamente “in cammino”. È la questione, d’altro canto, che crea maggiori incomprensioni tra Chiesa, laici e società civile (incline a legittimare per via legislativa le unioni omoaffettive), ben più di altre, come la contraccezione o il sacerdozio femminile, che avevano acuito lo scontro nei decenni passati.

Sugli esiti del Sinodo e i suoi silenzi è stato detto molto1: Amoris Laetitia è un testo – su questa tematica – sostanzialmente conservatore2, ma l’accidentato percorso sinodale «ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali»3. L’amore omosessuale è uno di questi, lo si voglia o no. E se non è cambiata la dottrina, è almeno cambiato il metodo con cui affrontare le controversie su alcuni temi. Il che fa ben sperare.

Questo numero di Adista s’inserisce nella consapevolezza di questo nuovo atteggiamento e in questa sfida. Nell’introdurlo, tratteggerò lo “stato dell’arte” a livello teologico, per poi focalizzarmi sulla pastorale. Procedo per punti.

Stato d’avanzamento in esegesi e teologia

Se l’esegetica ha sciolto buona parte delle difficoltà legate all’interpretazione intransigente dei versetti biblici, più complessa è la situazione della sistematizzazione teologica. L’antropologia cristiana fatica ancora  

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