Cambiamento dei salari nominali

di John Maynard Keynes

Il mantenimento di uno stabile livello generale dei salari monetari è, tutto sommato, la politica più consigliabile per un sistema chiuso; mentre la stessa conclusione varrà per un sistema aperto, purché l’equilibrio con il resto del mondo possa essere assicurato mediante fluttuazione dei cambi.

Vi sono alcuni vantaggi in un certo grado di flessibilità dei salari di industrie particolari (…). Ma il livello complessivo dei salari monetari dovrebbe mantenersi stabile finché è possibile, almeno in periodi brevi. [...] In periodi lunghi ci rimane ancora da dover scegliere fra una politica che consenta ai prezzi di discendere lentamente col progresso della tecnica e degli impianti, mantenendo stabili i salari, e una politica che consenta ai salari di salire lentamente, mantenendo stabili i prezzi. In complesso la mia preferenza è per questa seconda alternativa, a causa della circostanza che il mantenere il livello effettivo dell’occupazione vicino, entro certi limiti, a quella dell’occupazione piena è più facile con un’aspettativa di maggiori salari futuri che con un’aspettativa di salari minori. (J.M.Keynes,Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, Torino, 1953, (ed. originale 1936), cap.19, sez.III, pp.238-239).

Lettera privata di John Maynard Keynes a Franklin Delano Roosevelt
A Franklin Delano Roosevelt, 1 febbraio 1938

[…] Perdoni la franchezza di queste mie note. Provengono da un entusiastico sostenitore suo e delle sue politiche. Condivido l’idea che l’investimento in beni durevoli debba essere realizzato sempre più sotto la guida dello stato. […] Considero  

La scrittrice orgogliosa di non saper scrivere

di Giuseppe Mercenaro

Fu la prima a fondare un giornale. Si sposò con Edoardo Scarfoglio (e D’Annunzio fece la cronaca «rosa»). Matilde Serao, grassoccia e un po’ grafomane, fu autrice di romanzi di successo. Ora ripubblicati.

Per lei, il 1885 fu un anno importante. Il 28 febbraio si era sposata. Di lì a poco, con il novello marito, come lei giornalista rampante, fondò il Corriere di Roma, in concorrenza con La Tribuna dove, il 3 marzo, l’amico D’Annunzio, sotto il titolo Nuptialia, aveva pubblicato la cronaca del matrimonio.
«Verso l’una di mezzogiorno Edoardo Scarfoglio si è unito con Matilde Serao, nella sala rossa del Campidoglio…

La sposa, in elegantissimo abito grigiosorcio con un cappello chiuso d’egual colore, teneva tra le mani un mazzo di rose… Lo sposo, quella singolar figura di Don Chisciotte…».

Nell’articolo del cronista mondano D’Annunzio – con elenco degli invitati, descrizione della casa dove la coppia sarebbe andata ad abitare, dettagli di mobili e suppellettili – suscitano curiosità gli altisonanti testimoni: per la sposa il principe Matteo Colonna di Sciarra e il barone di San Giuseppe. Per lo sposo i ministri Mancini e Grimaldi. E analoghi personaggi di spicco per la cerimonia religiosa in Santa Maria del Popolo: testimoni per la sposa il conte Luigi Primoli e Paulo Fambri; il duca Proto di Maddaloni e Ruggero Bonghi, per lo sposo.

Figlia di una decadutissima principessa greca e di un avvocato antiborbone, da Napoli, dove, dopo aver fatto  

Il lavoro non è un mercato

di Paolo Pini

Negli anni della crisi, la politica di svalutazione caricata sul lavoro non ha fatto altro che aggravare gli effetti negativi dell’austerità sulla domanda interna. Eppure la Commissione Europea, anche nelle ultime Raccomandazioni (giugno 2014*), continua a prescrivere continuità nelle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive. Il risultato elettorale europeo non appare aver modificato l’equilibrio politico nel Parlamento Europeo, e la politica economica rimane saldamente sotto il controllo di chi ha gestito la crisi e l’ha aggravata applicando le regole del rigore senza crescita.

Le politiche di austerità espansiva e di precarietà espansiva hanno improntato la politica economica europea attuata quasi in contemporanea nei vari paesi.

Le prime, del rigore dei conti, hanno agito sulla base della fallace idea secondo la quale dal contenimento dei deficit pubblici conseguissero riduzioni dei debiti e si liberassero risorse che il privato sarebbe andato ad utilizzare più efficacemente. Ma non si è tenuto conto del “vuoto di domanda” che l’arretramento del pubblico creava, oltre che della maggiore efficacia spesso solo presunta del privato. La minore domanda pubblica non è stata compensata da una maggiore domanda privata, anzi consumi privati ed investimenti privati sono diminuiti mettendo in crisi tutta la domanda interna, europea e nei singoli paesi, lasciando tutto l’onere della crescita ad una domanda estera peraltro non più trainante. L’esito è stato che proprio a seguito del rigore, i debiti invece di diminuire sono aumentati, nell’Eurozona da un rapporto  

La borghesia esulta mentre Renzi fa il lavoro sporco della destra

di Leonardo Caponi

La borghesia italiana esulta perché, finalmente, ha trovato quello che cercava da tempo: uno di sinistra che fa il lavoro sporco della destra. Forza Italia plaude a Renzi e gli promette il suo appoggio per cancellare l’ultimo simbolo della dignità del lavoro e riscrivere (cancellare) lo Statuto dei Diritti dei lavoratori. L’Italia sta per subire una radicale trasformazione, che la farà diventare un Paese omologato all’”occidente”, con una democrazia monca e autoritaria e un regime liberista in economia, sulla base di un accordo tra Pd e Forza Italia. Sembra incredibile, ma è così. Quando Berlusconi appare ormai avviato ad un lento ma inarrestabile declino, l’armamentario delle sue idee viene rimesso in gioco e torna a dominare il campo ad opera del Pd e grazie alle “riforme” del suo governo. Come la Dc, che ha vinto post mortem! Indipendentemente dai contenuti e dal merito, il solo fatto che la nuova Italia nasca da un accordo tra la “sinistra” e la destra (e poi che destra quella italiana!) dovrebbe far accapponare la pelle, far capire che non può venirne fuori niente di buono e far uscire la sinistra Pd (chi l’ha vista?) dai cincischiamenti e dalla sostanziale subalternità nei confronti del nuovo padrone del partito e del governo.
L’accanimento contro l’art. 18 nasce dal fatto che Confindustria, garantendo alle imprese la piena libertà di licenziare, in una situazione come quella attuale di forte disoccupazione, pensa di usare il ricatto  

La disfatta degli economisti

Quasi nessuno ha pronosticato la crisi del 2008. Anzi, molti hanno giurato che una congiuntura del genere non si sarebbe mai potuta verificare. In pochi, poi, hanno fatto autocritica. Spesso faziosi, si sono allontanati più volte dalle teorie tradizionali. E i risultati adesso sono sotto gli occhi di tutti.

di Paul Krugman

La scorsa settimana ho partecipato a una conferenza organizzata da Rethinking Economics , un gruppo gestito da studenti che invita, indovinate un po’, a ripensare l’economia. E Dio sa se l’economia deve essere ripensata alla luce di una crisi disastrosa, che non è stata predetta né impedita.

A mio avviso però è importante rendersi conto che la disfatta intellettuale degli ultimi anni interessa più di un livello. Ovviamente l’economia come disciplina è uscita drammaticamente dal seminato nel corso degli anni — o meglio decenni — portando dritto alla crisi. Ma alle pecche dell’economia si sono aggiunti i peccati degli economisti che troppo spesso per faziosità o per amor proprio hanno messo la professionalità in secondo piano. Non da ultimo i responsabili della politica economica hanno scelto di ascoltare solo ciò che volevano sentirsi dire. Ed è questa sconfitta multilivello — e non solo l’inadeguatezza della disciplina economica — la responsabile del terribile andamento delle economie occidentali dal 2008 in poi.

In che senso l’economia è uscita dal seminato? Quasi nessuno ha pronosticato la crisi del 2008, ma probabilmente è un errore scusabile in un mondo complesso. La responsabilità più  

Il Sinodo esploso nella libertà

di Raniero La Valle

l Sinodo dei Vescovi è esploso nella libertà. Come aveva fatto Giovanni XXIII che aveva liberato il Concilio permettendogli di eleggere i membri delle commissioni conciliari e sparecchiandogli il tavolo invaso dai testi già preparati, così ha fatto Francesco col Sinodo straordinario sulla famiglia. Come aveva detto al quotidiano argentino La Nación: “io sono stato relatore del Sinodo del 2001 e c’era un cardinale che ci diceva ciò che si doveva dibattere e ciò che non si doveva. Questo non succederà adesso. Ho perfino dato ai vescovi la facoltà, che spetterebbe a me, di scegliere i presidenti delle commissioni. Saranno loro a scegliere i segretari e i relatori. Questa è la pratica sinodale che a me piace. Che tutti possano esprimere le proprie idee in tutta libertà. La libertà è sempre molto importante. Altra cosa è il governo della Chiesa, che è nelle mie mani, dopo le consultazioni del caso”.
Così per quanto riguarda il metodo. Ma per quanto riguarda il merito la liberazione è stata ben più sostanziale, ed è stata formulata nell’omelia pronunciata da papa Francesco il 13 ottobre a Santa Marta, la mattina in cui doveva essere presentata la “relatio post disceptationem” cioè la prima relazione riassuntiva del dibattito fatta dal cardinale ungherese Peter Erdö. Parlando dei dottori della legge che contestavano Gesù, il papa ha detto: “non sono capaci di vedere i segni dei tempi. Perché questi dottori della legge non capivano?  

Tra laicità e filosofia. Intervista a Emanuele Severino

di Luca Taddio e Giovanni Pierazzoli*

Professor Severino, dobbiamo distinguere, secondo Lei, tra “laicità” e “laicismo”?

Da un lato, possiamo dire che c’è ben altro che la distinzione ovvia tra laicismo e laicità, così come c’è ben altro anche oltre alla laicità. Sembra che tutto sia stato risolto nel momento in cui si abbandona il fanatismo del laicismo e si imbocca la strada della “sana laicità”. La stessa Chiesa cattolica compie l’errore, ma lo compiono anche i laici, di credere che una volta lasciato da parte il laicismo si debba tenere ferma la laicità con l’atteggiamento di tolleranza delle diverse posizioni culturali e, fino a un certo punto, pratiche. Al contrario, in queste affermazioni c’è di mezzo tutta la grande cultura moderna e contemporanea che non può essere ricondotta al mero tema della laicità. La laicità è una delle figure dell’enorme fiume che porta al di fuori della tradizione occidentale e che coinvolge la scienza, le nuove istituzioni economiche, ma anche e soprattutto il pensiero filosofico nuovo. Papa Giovanni Paolo II riconduceva grandi fenomeni non solo culturali, ma anche pratici, come nazismo e comunismo, a Cartesio, riconoscendo alla filosofia la funzione motrice del concreto sviluppo dell’Occidente moderno. In un quadro del genere, la polemica così insistita della distinzione tra laicismo e laicità è un semplice episodio che riguarda importanti capitoli dell’Ottocento e del Novecento, ma che non fai conti, e qui giungiamo al punto cruciale, con l’inarrestabilità del processo che conduce  

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