Le catene della sinistra

di Corrado Augias

Le catene della sinistra di Claudio Cerasa è un amoroso atto d¿accusa nei confronti del maggior partito della sinistra italiana – dal 1992 all’attuale Pd. Dico amoroso nel senso noto fin da tempi remoti, dove cioè si mescolano elementi contrastanti («Odi et amo…»).

Il giovane e dotato caporedattore del Foglio, nonché saggista in proprio, passa in rassegna i numerosi vincoli che costringono la sinistra italiana a non superare mai (fino a oggi) il limite del suo elettorato storico. Dal 1976 il Pci-Pd ha sempre preso gli stessi 12 milioni di voti. Perché?

L’elenco delle ragioni può essere opinabile, anche se Cerasa dice la sua con particolare efficacia narrativa e documentale. Gran peso, ad esempio, viene dato ai rapporti tra sinistra e magistratura. I politici della sinistra sono parsi delegare ai magistrati compiti che non riuscivano a svolgere da soli (leggi: sconfiggere politicamente Berlusconi). I magistrati d’altra parte sono stati ben felici di dare alle indagini un valore non solo giudiziario ma anche politico e talvolta etico. C’è poi l’abbraccio con i sindacati, che esclude dalla sinistra i giovani, precari e non garantiti: alle politiche del 2013, come fa notare Ilvo Diamanti, il Pd è risultato primo partito solo tra i pensionati.

Ci sono i legami con la grande impresa mentre si trascurano quelli con le aziende medio-piccole, che sono «le fondamenta su cui costruire i grandi progetti del Paese» (Oscar Farinetti). C’è una vera cessione di potere, e  

L’Europa diventi terra di accoglienza

Un appello sottoscritto da decine di intellettuali per un radicale cambiamento delle politiche sulle migrazioni e il diritto d’asilo

Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, il numero di profughi, richiedenti asilo e sfollati interni in tutto il mondo ha superato i 50 milioni di persone. Si tratta, secondo il rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), del dato più alto mai registrato dopo la fuga in massa, nella prima metà del secolo scorso, dall’Europa dominata dal nazifascismo. “La nostra è stata una generazione di rifugiati che si è spostata nel mondo come mai prima di allora”, ha affermato Ruth Klüger, scrittrice e germanista sopravvissuta ad Auschwitz, “io sono solo una di quegli innumerevoli rifugiati. La fuga è diventata l’espressione del mio mondo e del periodo nel quale sono vissuta. Sono interamente una persona del ventesimo secolo. E nel ventunesimo continueremo ad avere masse di rifugiati, intere generazioni di rifugiati”. Sono parole profetiche: sempre più la fuga è divenuta espressione del nostro mondo, del tempo in cui ci è dato vivere. È una fuga che vede l’Europa come approdo, luogo di salvezza. Sulle coste meridionali del nostro continente giungono persone – uomini, donne, bambini – che si lasciano alle spalle paesi in fiamme, dittature, genocidi, carestie, catastrofi climatiche e ambientali, guerre divenute inani e senza fine contro il terrorismo, di cui molto spesso le politiche occidentali – connesse a un modello economico e biopolitico  

Giuseppe Dossetti: “Non abbiate paura dello Stato”

di Giampiero Forcesi

E’ un libro molto intrigante. Che ha per centro Giuseppe Dossetti e le sue idee sullo Stato, la sua critica alla concezione liberale, la sua tensione verso la proposizione di uno Stato che si dia il fine di riformare la società, per promuoverne eguaglianza e giustizia sociale. E’ insieme un libro su Dossetti e un libro di Dossetti. Ed è un libro con molti autori, che parlano in prima persona: da Aldo Moro a Mario Romani, da Baget Bozzo a Giorgio La Pira, da Costantino Mortati a Francesco Carnelutti. E’ la ricostruzione, con molteplici piste di attualizzazione, di un appassionante dibattito accesosi nel corso del III Convegno nazionale di Studio dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, nel novembre del 1951. In quel convegno fu chiamato a tenere la relazione generale Giuseppe Dossetti, che aveva 38 anni e aveva appena lasciato la politica. Tema: funzioni e ordinamento dello Stato moderno. Il discorso, straordinario per intensità e per la radicalità della critica alla prevalente concezione liberale dello Stato, fu fatto da Dossetti sulla base di appunti e fu trascritto dalla registrazione. Fu pubblicato, insieme alle altre relazioni e al dibattito, sulla rivista Iustitia, e più tardi (nel 1977) dalla casa editrice Cinque Lune. Per ultimo, Giuseppe Trotta lo ha inserito nella raccolta di Scritti politici da lui curata nel 1995, ma oggi quasi introvabile.
Enzo Balboni, docente di Diritto costituzionale alla Cattolica di Milano, già amico e collaboratore di Giuseppe Lazzati,  

Rappresentanza, mediazione e mediatizzazione.Intervista a Carlo Galli

di Redazione di “Nuvole”

Cosa pensi dell’attuale attacco alla mediazione politica partitica attraverso la personalizzazione spinta, illusoriamente presentata come rapporto immediato leader-cittadino? Secondo te è collegata all’attacco contro le altre forme di mediazione sociale, o al loro declino strutturale, o altro?

Viviamo in un’epoca in cui sorgono nuove mediazioni, che però non si presentano come tali, e che anzi tentano di apparire inesistenti e di farci credere che si viva nell’immediatezza e nella spontaneità, nella naturalità, o almeno in uan doimesione non modificabile. Le mediazioni storiche tipiche della modernità sono saltate perché non ci sono più i soggetti storici, politici ed economici interessati ad esse. La scena è tenuta da altri soggetti interessati alla creazione di nuove forme di mediazione, caratterizzate proprio dalla capacità di scomparire: la nostra vuol essere l’epoca dell’immediatezza, del rapporto diretto col leader, mentre mai come oggi il rapporto tra capo politico ed elettori è mediato appunto dai media; ciò che conta è, comunque sia, che non debba nulla alla mediazione, odiosa e arcaica, dei partiti.

Secondo te che peso e che senso ha la diffusa concezione dei media elettronici come sostituti della mediazione umana?

Oggi la mediazione non è affatto sparita, ma ha cambiato forma e funzione. Mentre la mediazione moderna dava la possibilità ai ceti svantaggiati di acquisire piena cittadinanza, oggi le nuove mediazioni tendono tutte a produrre isolamento, attraverso la rappresentazione e la finzione della soggettività spontanea. Proprio i media elettronici sono fonte di  

Più povertà più forti i poteri

di Raniero La Valle

C’è un dato di apparente incomprensibilità nel fatto che mentre s’infiamma la situazione del mondo (da Gaza al progetto di Califfato islamico, dalla Siria all’Ucraina) e mentre la catastrofe economico-sociale italiana esplode nella insopportabile cifra di 6 milioni di poveri, pari al 10 per cento della popolazione, la lotta politica è scatenata sull’abolizione del Senato e la sostituzione del “Porcellum” con un “Porcellum” aggravato.
Il governo dice che se non facciamo subito queste riforme l’Europa si inalbera e la crisi economica peggiorerà, ma l’Europa non sa nemmeno che noi abbiamo due Camere né mai se ne è data il minimo pensiero; per contro la disoccupazione continuerà a devastare famiglie e giovani, neolaureati ed esuberi, cittadini e immigrati anche se i senatori senza più Senato invece dell’indennità prenderanno la pensione e se alla Camera invece di sette od otto partiti ce ne saranno solo due, e magari uno.
Sembra un paradosso e invece non lo è; non è mai vero che quello che succede in politica sia del tutto incomprensibile e privo di ragioni. Del resto qualche sprazzo di verità talvolta perfora la coltre della disinformazione in cui sono avvolti i mezzi di informazione. In questo caso il guizzo di verità è venuto fuori al Senato all’inizio della discussione in aula sulle riforme costituzionali, quando il senatore Calderoli, autore del “Porcellum” e coautore della precedente riforma costituzionale tentata da Berlusconi ha detto, beffardo, che avergli dato  

In una parola/Vittime

di Alberto Leiss

Mi ha colpito una osservazione di Ida Dominijanni su facebook: di fronte al riesplodere del conflitto tra israeliani e palestinesi, un sentimento di sgomento e di impotenza tale da generare una reazione fatta di silenzio.
Ho provato anch’io qualcosa di simile: un sentimento acuito dallo spettacolo di una discussione nostrana tra i sostenitori di una parte e dell’altra che diventa sempre più violenta e volgare, aggiungendo un piccolo orrore domestico al grande orrore che si consuma tra Israele e Palestina. Ma essendomi vincolato qui a prendere la parola su una parola, non posso fare a meno di parlare di quello che succede a Gaza.
La parola su cui forse meditare è vittime. Penso ai tre ragazzi ebrei rapiti e uccisi. Al ragazzo palestinese ucciso per vendetta. A tutti gli uomini, le donne, i bambini uccisi in questi giorni dalle bombe israeliane. Alcune di queste bombe, per raggiungere i sotterranei in cui si nascondono i militari di Hamas, penetrano in profondità provocando piccoli terremoti che devastano tutto in superficie. Ho letto degli avvisi, con volantini e messaggi telefonici, che l’esercito israeliano invia alla popolazione civile: scappate perché tra 5 o 10 minuti bombardiamo. C’è qualcosa di veramente angosciante nella manifestazione della consapevolezza che si ammazzeranno persone innocenti, ma che la loro vita vale solo qualche minuto. Né questa violenza enorme può farci rimuovere che anche i razzi – rudimentali o perfetti – che lanciano i militari di  

Dove portano le riforme

di Claudio Gnesutta

Siamo nel mezzo di una revisione «costituzionale» che vuole riformare la democrazia del welfare, cambiare le istituzioni esistenti per assicurare una maggior efficienza economica. È un processo che espropria il popolo dalla sovranità politica

Perseguire l’eguaglianza politica tra individui che, dal punto di vista economico, sono diseguali per fortuna, talenti e potere. È questa la contraddizione di fondo che segna il rapporto tra democrazia liberale e capitalismo, al di là del loro comune riconoscimento dei diritti individuali.

Di qui la tensione ineliminabile tra la logica dell’efficienza produttiva (i valori dell’«economia») e quella dei bisogni di solidarietà e giustizia sociale (i valori della «società»); la soluzione, finora, l’ha offerta la «politica», con proposte di compromessi, socialmente accettati, tra diritti sociali e necessità economiche.

Tali compromessi assumono spesso un carattere «costituzionale», esplicitati nella legge fondamentale e incorporati nelle istituzioni sociali e politiche. Nel dibattito recente la questione della democrazia è stata ridotta al mantra delle «riforme e governabilità» in nome dell’efficienza.

Siamo nel mezzo di una revisione «costituzionale» che vuole riformare la democrazia del welfare, cambiare le istituzioni esistenti per assicurare una maggior efficienza economica. È un processo che espropria il popolo dalla sovranità politica, non solo per il potere delle burocrazie di Bruxelles, ma per il «decisionismo» di Matteo Renzi e la marginalizzazione del Parlamento quale sede delle scelte collettive.

La ritirata della democrazia apre nuovi spazi al mercato e a livello  

L’elettorato democratico e le riforme di Edipo

di Raniero La Valle

Come Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione non ho una scelta da fare tra Senato della Repubblica e Senato delle Autonomie. I Comitati Dossetti sono in campo per difendere e promuovero lo sviluppo del costituzionalismo interno e internazionale, e certo in via di principio si può dire che l’uno o l’altro Senato o addirittura nessun Senato, siano compatibili con la democrazia realizzabile e realizzata. Perciò, parlando in astratto, i Comitati Dossetti potrebbero astenersi dal prendere posizione. Però per restare neutrali dovrebbero credere che veramente di questo si tratti, della qualità del bicameralismo e del ruolo di un evenutale Senato delle Regioni, cose in cui nella base e tra gli amici, anche giuristi, dei Comitati, c’è una disparità di opinioni, come c’erano alternative teoriche e aperture nella stessa riflessione e azione politica di Giuseppe Dossetti.
Tuttavia non siamo affatto sicuri che di questo si tratti; noi non vediamo infatti una riforma fatta secondo verità, di cui siano dichiarati cioè i veri obiettivi, ma ci pare che sotto la veste della riforma si giochi una tutt’altra partita, come hanno detto il senatore Mauro e il prof. Villone; una partita al ribasso, che per dirla in poche battute secondo lo stile di oggi, direi volta a “abolire metà del Parlamento per lasciare una democrazia dimezzata”.
Perciò faremo una consultazione nei Comitati Dossetti per sapere se e come schierarsi in questa battaglia che certo non può essere disertata;  

La democrazia stremata dei post-moderni

di Graziella Priulla

Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce la sua istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.
(Italo Calvino)

Il bilancio politico del 2013 non può essere che impietoso. Il panorama è liquido, si è addirittura liquefatto, coerente con la nuova forma che ha assunto il capitalismo – “disorganizzato”, asimmetrico, globale, neoliberista.
Forme fluide dagli esiti crudeli. Modelli privatistici che invadono i comportamenti pubblici. Governi indecisi a tutto che abdicano al ruolo di indirizzo e di regolazione della politica, rinunciano a redistribuire benessere se non nelle briciole, si limitano ad assecondare i cacciatori di rendite, tenendoli al riparo da un minimo di concorrenza e lontani da ogni accettabile idea di merito. E i popoli si ritrovano impoveriti e stremati, disillusi e incattiviti.
A causa di seri deficit nelle rispettive culture politiche, destra e sinistra paiono diventate parole obsolete, detestate, e con loro i partiti; l’epoca moderna pare finita e viene accantonata, liquidata con poche sprezzanti battute; il linguaggio politico è cambiato e con lui il pensiero. La democrazia rappresentativa è ormai affetta da un surplus di potere dei gruppi di interesse che hanno cooptato partiti, sindacati, associazioni, trasformandoli in strutture oligarchiche volte alla riproduzione del consenso, piegandoli a sequenze infinite di compromessi al ribasso. Appare particolarmente  

Amorevoli esclusioni.Dall’Instrumentum laboris, una porta in faccia a chi chiedeva aperture

di Ingrid Colanicchia

Se al Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre – e ancor di più a quello del 2015, incaricato di individuare adeguate linee operative pastorali – emergerà un nuovo indirizzo in materia di morale familiare e sessuale sarà davvero una sorpresa. Non solo perché si tratterebbe di sovvertire un Magistero dato praticamente per immutabile, ma anche perché niente dell’Instrumentum laboris diffuso il 26 giugno scorso lascia presagire alcunché in tal senso. Le pur rilevanti aperture emerse in questi mesi su alcune questioni – una su tutte quella del card. Walter Kasper sulla riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati – pare non abbiano minimamente scalfito i sacri palazzi. Certo, il documento di lavoro, sintetizzando le risposte al Questionario su matrimonio e famiglia pervenute da Chiese locali, associazioni, gruppi ecclesiali e singoli, dà conto di quanto si agita nel mare magnum dei fedeli, ma nel farlo sembra respingere ogni richiesta di rinnovamento.

In linea di massima l’Instrumentum riconosce che «anche quando l’insegnamento della Chiesa intorno a matrimonio e famiglia è conosciuto, tanti cristiani manifestano difficoltà ad accettarlo integralmente». Le questioni sulle quali si nota una «resistenza» sono facilmente prevedibili ed erano già emerse dalle risposte al Questionario diffuse nei mesi scorsi: controllo delle nascite, divorzio e nuove nozze, omosessualità, convivenza e così via. Ma andiamo con ordine.

Niente di nuovo sotto il sole

Sulla questione della riammissione ai sacramenti di quanti vivono situazioni di irregolarità – in primo luogo i  

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