Gli operai, senza sinistra, vengono manganellati

di Pietro Folena

Enrico Letta, appassionato di Subbuteo (raccontano i giornali), con la sua calma serafica, di antica scuola democristiana, ha compiuto in questi giorni un doppio passo tanto inaspettato quanto spettacolare. Prima si è dichiarato favorevole al presidenzialismo (semi, intero, in salsa italiana: ancora non si capisce), plaudito dalla destra di governo e soprattutto dalla folta e trasversale lobby di Vedrò -la fondazione del premier- presente al Governo. Si è inteso per un attimo quale intendimento profondo abbia Letta, e quale riscrittura della dialettica nel Partito Democratico e nel sistema politico voglia proporre dalla poltrona di Palazzo Chigi.
Poi, e in un certo senso l’uscita è ancora più sorprendente, Letta ha annunciato per la prima volta l’idea che il suo è un Governo per cinque anni, per tutta la legislatura. Ma come? Non era emergenza? Eccezionalità? Convergenza temporanea ed obbligata per fare alcune riforme, fra avversari che presto sarebbero tornati a combattersi, esattamente come in queste ore si sta facendo senza esclusione di colpi fra Ignazio Marino e Gianni Alemanno? No. Avevamo capito male. Se non si faranno le riforme in questi diciotto mesi, Letta si dimetterà, ma se si faranno, il Governo durerà cinque anni. Un incubo.
Neppure ad un bambino si può raccontare la favola di un bipolarismo che ricomincerà dopo cinque anni di cloroformio centrista. Letta, legittimamente, occupa lo spazio a cui prima del voto sembrava guardare Matteo Renzi, e ha già  

La crisi spiegata con Hegel e Fichte

di Francesco Bei

Dal sogno americano di una casa a portata di tutte le tasche, alla crisi dei mutui sub prime, dal default greco al meccanismo che la Bcen ha adottato a sostegno del sistema finanziario; c’è molto da imparare e da ricordare in questa Radiocronaca di una crisi di Antonio Preziosi. Quasi un manuale per giornalisti o per semplici risparmiatori, un utile  cassetta degli attrezzi per comprendere cosa è successo in questi anni in Italia, sui mercati e in Europa. L’autore la sa lunga, molti di questi eventi, e dei summit internazionali che hanno via via tentato di governare la crisi, li ha vissuti in prima persona come inviato, gli altri li ha “coperti” come direttore del Giornale radio Rai. L’esperienza non gli manca. Il libro consente anche di gettare uno sguardo di prospettiva sui processi ancora aperti e sulle possibili soluzioni. Con un’attenzione anche al sostrato culturale alla base di decisioni che, altrimenti, risulterebbero difficili da comprendere. Un solo esempio, il denso paragrafo sulla Germania, con riferimenti a Novalis, Hegel, Burke, Savigny e Fichte. Un saggio veloce e interessante che si fa perdonare gli eccessi laudatori sul ruolo del servizio pubblico Rai.

 

Antonio Preziosi, Radiocronaca di una crisi, RadioEri, 2013

 

 

(“La Repubblica”, 26 maggio 2013, “Rcult”)

La mafia come metodo

Incontro di studi dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira“, con il patrocinio dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro” e dell’Archivio storico Flamigni

Presentazione del volume di Nicola Tranfaglia, “La mafia come metodo” (Mondadori editore), 2013

Civita Castellana, 22 giugno 2013

Indirizzi di saluto

Dott.Emilio Corteselli (Presidente dell’Associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”)

Coordina ed introduce

Prof.Giovanni Bianco (Università di Sassari)

Intervengono

Prof Francesco Biscione (Istituto dell’Enciclopedia italiana)

Dott.Luciano D’Andrea (Direttore dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro”)

Sen.Sergio Flamigni (Politico e saggista)

Conclude

Prof.Nicola Tranfaglia (Università di Torino)

 

L’incontro di studi si terrà presso la Sala delle Conferenze della Curia Arcivescovile di Civita Castellana, P.zza Matteotti 27

Togliere civiltà

di Raniero La Valle

Stando a quanto scrive il supplemento “Affari e Finanza” della Repubblica, l’Unione Monetaria Europea, secondo la visione che ne hanno Francoforte e Berlino, sarebbe composta di Paesi virtuosi e peccatori. La virtù consisterebbe nell’accettare la concorrenza dei Paesi emergenti ricchi di sviluppo e poveri di diritti, e perciò nel “ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni, per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti”. La Germania e altri Paesi del Nord-Europa praticano questa virtù, noi invece siamo i peccatori.

Mai il baratto tra civiltà e profitti era stato espresso con tanta chiarezza. Vero è che La Repubblica attribuisce questo pensiero a Mario Draghi, che lo avrebbe sostenuto nel suo recente discorso alla Luiss, ma questo Draghi non lo ha detto. Vuol dire però che questa idea di buttare a mare i diritti a vantaggio della competitività sta nell’aria, e la si dà come scontata anche quando non viene espressa, scambiando magari Draghi con Marchionne.

Però questa idea non è affatto scontata, e non si può tanto facilmente realizzare. Qualcosa le resiste; e ciò che si mette di mezzo dando forza a questa resistenza è la Costituzione. È lì infatti che sono riconosciute e custodite quelle “conquiste della civiltà europea degli ultimi cinquant’anni” che si dovrebbero licenziare.

È  per questo che da vent’anni si sta cercando in Italia di mandare gambe all’aria la Costituzione. La destra al potere, nelle sue  

Congresso di Pax Christi: una donna e un vescovo alla guida del movimento?

di Luca Kocci

Un vescovo e una donna laica potrebbero essere, fra due anni, i nuovi presidenti di Pax Christi Italia. La proposta “rivoluzionaria” – fin dalla sua fondazione, nel 1954, il presidente di Pax Christi è un vescovo nominato dalla Conferenza episcopale italiana sulla base di una terna di nomi proposta dal movimento – è contenuta in una mozione avanzata dalla stesso presidente in carica, mons.Giovanni Giudici, approvata a grandissima maggioranza dai 209 partecipanti al Congresso, riunito a Roma dal 26 al 28 aprile (v. Adista Notizie n. 14/13). «Data la composizione della presidenza di Pax Christi Internazionale – si legge nella mozione –, si chiede al consiglio eletto di valutare la possibilità di un cambiamento di statuto di Pax Christi Italia, così da realizzare una duplice presidenza, composta da un vescovo e da una cristiana laica. Con questa nuova struttura associativa si intende richiamare l’importanza di porre una donna in posizione decisionale nel Movimento» (e una mozione simile, che ha però raccolto un minor numero di consensi, chiede che siano due i coordinatori nazionali, «una donna e un uomo, di età molto differente»).

 

Dalla memoria alla testimonianza
Si vedrà cosa farà il nuovo Consiglio nazionale, appena eletto dal Congresso (15 componenti, fra cui dodici laici e tre preti: Nandino Capovilla, coordinatore nazionale uscente, Renato Sacco e Salvatore Leopizzi) che, fra l’altro, ha ribadito il no ai cappellani militari e alla parata del 2 giugno e ha  

Pulpiti e palpiti?

di Rodolfo Sacco
Ma cosa sta succedendo?  Vivo in un piccolo paese e sulla scheda elettorale, per le prossime elezioni comunali, ci sarà anche una lista di nazionalsocialisti di estrema destra, (e mi dicono che su Facebook inneggiano a Hitler). Poco lontano dal mio paese sono già state raccolte oltre 1000 firme contro una piccolissima comunità Rom. Un’iniziativa disgustosa, promossa da Lega, Pdl e Fratelli d’Italia. ‘No al campo Rom’ (da notare che i Rom in questione saranno una decina circa!). Non si contestano reati. Si fa leva sulla rabbia. Si parla alla pancia della gente.

Forse per questo si dice ‘odio viscerale’. Si vuole creare un nemico. E in questi tempi di crisi, di fatica, un nemico serve per scaricare tutte le rabbie e addossargli tutte le colpe. Certo, dicono, non siamo razzisti. Figurarsi!
Un po’ più lontano, a Brescia, un caro amico, don Fabio Corazzina, si è ritrovato l’auto imbrattata di svastiche naziste. Sempre in Lombardia – lo scrive Elisa Chiari sul sito www.famigliacristiana.it – il Presidente Maroni, commentando la scelta di Umberto Ambrosoli di uscire dall’aula al momento del ricordo di Andreotti, afferma: “Non è stato un gesto elegante nei confronti di un politico che ha segnato la storia d’Italia”. E aggiunge la giornalista: “Caro Maroni, da che pulpito!” Basti ricordare il dito medio usato in ogni occasione, il linguaggio non proprio elegante di molti esponenti della Lega, la destinazione del  

Col nome di Francesco

di Giancarlo Gaeta

Caro Goffredo,
parole e comportamenti del nuovo Papa hanno sorpreso anche me: il nome inedito quanto emblematico che si è dato, il volersi accreditare innanzitutto come vescovo di Roma, la rinuncia immediata ai segni esteriori del potere, il parlare in spirito di semplicità, la ricerca di un contatto diretto con i fedeli e dunque, come tu stesso hai detto, “uno sguardo rivolto ai lontani, ai poveri, agli ultimi”, che ti fa pensare e sperare in una ripresa del discorso iniziato con Giovanni XXIII e il Concilio; insomma un augurabile ritorno al francescano spirito evangelico di cui vanamente si cercherebbe traccia nei vertici ecclesiastici. Certo, nelle ore e nei giorni che hanno seguito l’elezione speranze simili hanno toccato le menti e il sentire di moltissimi: c’è un tale bisogno, soprattutto in chi è nei gradini bassi della società, di ascoltare parole fraterne, di ricevere segni di attenzione, di sentirsi meno abbandonati al proprio bisogno fisico e morale, a uno stato di isolamento che non viene meno neppure nella pratica del culto, tanto di rado è dato di fare esperienza di uno spirito di comunione. E subito si è anche diffuso l’auspicio che il cambio di passo mostrato da Bergoglio investa anche la società civile propagandosi come un’onda, che come un vento purificatore spazzi via, almeno un poco, i fumi stagnanti della corruzione, dell’arroganza dei più forti, degli egoismi economici, della omologazione delle coscienze elevata a sistema  

Mali ed equivoci sulla questione Sud

di Marco Panara

Non più soldi nè più Stato ma uno Stato migliore. Più beni comuni meno dipendenza.Meno lamentele più responsabilità. Di soldi in sessant’anni il Sud ne ha assorbiti molti, ma il divario con il Centro-Nord non è stato colmato.Secondo Carlo Borgomeo le ragioni di questo costosissimo insuccesso sono state essenzialmente quattro: l’obiettivo, portare il pil del Sud al livello di quello del Nord; il processo decisionale, centralizzato; gli strumenti, trasferimenti di risorse e costruzione di grandi impianti, le famose cattedrali nel deserto; il criterio, quantitativo, secondo il quale il successosi misurava sulla quantità di soldi trasferiti o spesi per il Sud. Ma per lo sviluppo, che pure ha bisogno di denaro, il denaro non basta.

Bisogna costruire le premesse, la prima delle quali è che “i cittadini di uno stesso Paese hanno diritti e doveri uguali rispetto allo Stato”, a cominciare da giustizia, sicurezza, scuola, sanità. Lo Stato al Sud non ha la stessa qualità che ha al Nord, ed è quello il primo divario da colmare. Il resto ce lo devono mettere i “meridionali”, assumendosi la responsabilità del loro futuro. Se ci sono i soldi ben vengano. A condizione che accompagnino processi di sviluppo sostenibili e non li sostituiscano. La ricetta è difficile. Ma è l’unica.

 

Carlo Borgomeo, L’equivoco del Sud, Laterza,  2013

 

(“La Repubblica”, 2 giugno 2013, “Rcult”)

Stato di necessità e cambiamento

di Claudio Sardo

Il governo di Enrico Letta nasce da uno stato di necessità e da una grave sofferenza politica. Il pubblico, esplicito sostegno che il Capo dello Stato ha ribadito anche ieri, con quella dichiarazione accorata e irrituale, rappresenta al tempo stesso il punto di maggior forza e quello di maggior debolezza del nuovo esecutivo. Enrico Letta potrà contare su Giorgio Napolitano, sul suo peso e sulla sua autorevolezza in Italia e all’estero: è tanto in un sistema oggi di fatto collassato.
Resta però l’eccezionalità di questa larga intesa politica, nata da una sequenza di fallimenti, sconfitte, impossibilità.
Nel contesto dato, Letta è riuscito a mettere insieme una squadra di ministri giovani e a sottrarsi ai veti di Berlusconi, promuovendo un rinnovamento generazionale che, magari, potrà aiutare persino l’evoluzione democratica del partito della destra. La presenza femminile ha dimensioni record per quantità, ma anche per l’importanza dei dicasteri assegnati: e questo è un passo tutt’altro che secondario nella nostra risalita in Europa. Anche sui temi economici e dello sviluppo Letta ha tenuto il punto nelle difficili trattative: e dalla coppia Saccomanni-Zanonato passa ora la sfida del centrosinistra per modificare finalmente, e concretamente, le politiche recessive e di austerity. Il ministero della Giustizia infine – crocevia delle incursioni berlusconiane – è stato affidato ad Anna Maria Cancellieri, sul cui senso della legalità e dello Stato nessuno può dubitare.
Certo, gli elettori e i militanti del Pd mai  

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