La democrazia al bivio

di Nadia Urbinati

La democrazia rappresentativa è in crisi. Lo si legge con frequenza quotidiana. A questa, che sembra ormai una verità assodata, manca un codicillo di non poca importanza: non è in crisi dovunque. Né la sua riuscita è percepita come problematica ovunque. La democrazia rappresentativa è in crisi in Italia più che in Germania o in Finlandia o in Francia. Contestualizzare è necessario. Anche per comprendere bene la portata della partita che si sta giocando, non soltanto fra poteri eletti e non eletti all’interno dei confini nazionali, ma soprattutto fra gli stessi Paesi europei, tra quelli nei quali la democrazia è un fatto acquisito e quelli nei quali pare lo sia meno. Abbiamo appreso anche di recente che da Oltralpe si guarda con preoccupazione all’eventualità – che è un atto dovuto, costituzionale – che in Italia ci siano nuove elezioni e che Monti possa non essere più primo ministro. Leggiamo il testo preoccupato riportato qualche giorno fa su questo giornale in un articolo di Alberto D’Argenio: «Sul medio periodo il pericolo maggiore per l’Italia è che vengano smontati pezzi delle difficili riforme strutturali approvate dal governo Monti, così come il timore che ci siano arretramenti rispetto alle misure prese per mettere in sicurezza i conti pubblici». Il riferimento alle future elezioni è qui abbastanza chiaro e diretto. Nell’Europa dei Paesi nordici, dove c’è lo stesso sistema democratico che c’è in Italia, si teme che il  

La vera sfida per i giovani

di Alfredo Reichlin

Gli attacchi a Napolitano, le dispute su Togliatti, gli insulti di Grillo, i giovani contro i vecchi: vorrei solo attirare l’attenzione dei democratici (quali che siano le loro differenziazioni) sul contesto. Ovvero su quali interrogativi pesano oggi sul destino del Paese. Io non sono pessimista ma ho l’impressione che la partita delle prossime elezioni sia un po’ più complicata di una normale alternanza tra una destra in crisi e una sinistra con la vittoria in tasca. Gli equilibri politici sono incerti e tutti in movimento. Su di essi pesano molte incognite, a cominciare dal fatto che le cose non si decidano solo in Italia, ma dipendono da fattori globali e da una lotta feroce tra grandi potentati intorno agli assetti dell’Europa e del mondo. Chi comanda? C’è un Fondo di investimenti americano, il quale da solo muove una massa di capitali pari a tutta la ricchezza che gli italiani producono in un anno. Ecco perché deve preoccupare molto la debolezza del nostro sistema politico, anche se io misuro su questo stesso scenario con un certo orgoglio il ruolo del Pd. Il quale cerca di fare da perno di uno schieramento in grado non solo di vincere per sé ma di difendere la democrazia e il regime parlamentare. Essendo questo la sola alternativa democratica al populismo e al ritorno in campo di nuovi capi carismatici.

È questo lo scenario (non dimentichiamolo) nel quale  

Ora liberi dalle ideologie

di Stefano Rodotà

Ieri è intervenuta la Corte europea dei diritti dell’uomo con una sentenza che ha ritenuto illegittimo il divieto di accesso alla diagnosi preimpianto da parte delle coppie fertili di portatori sani di malattie genetiche. Si tratta di una decisione di grandissimo rilievo per diverse ragioni, che saranno meglio chiarite quando ne sarà nota la motivazione. Viene eliminata una irragionevole discriminazione tra le coppie sterili o infertili, che già possono effettuare la diagnosi grazie ad un intervento della nostra Corte costituzionale, e quelle fertili. Viene rilevata una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la vita privata e familiare. Viene constatata una contraddizione interna al sistema giuridico italiano, che permette l’aborto terapeutico proprio nei casi in cui una diagnosi preimpianto avrebbe potuto evitare quel concepimento. Viene messo in evidenza il rischio per la salute della madre, quando viene obbligata ad affrontare una gravidanza con il timore che alla persona che nascerà potrà essere trasmessa una malattia genetica (è questo il caso della coppia che si era rivolta alla Corte di Strasburgo perché, dopo aver avuto una bambina affetta da fibrosi cistica e dopo un aborto determinato dall’accertamento che nel feto era presente la stessa malattia, intendeva ricorrere alla diagnosi preimpianto per procreare in condizioni di tranquillità).
È bene sapere che tutte queste obiezioni erano state più volte avanzate nella discussione italiana già prima che la legge 40 venisse approvata, senza che la  

Croce e Gentile amici della scienza

di Alessandra Tarquini

A cento anni dal quarto congresso internazionale di filosofia, che si svolse a Bologna nell’aprile del 1911, diversi giornali e siti web hanno ricordato che il convegno fu la sede del divorzio fra scienza e filosofia. La rottura si sarebbe consumata nel vivo dello scontro fra il presidente del convegno, il matematico Federigo Enriques, e Benedetto Croce: Enriques era convinto che la filosofia dovesse essere legata al progresso delle scienze; mentre Croce, secondo questa vulgata, era contrario al dialogo fra le discipline umanistiche e le scienze esatte. Da allora, se siamo diventati un Paese segnato da una mentalità retorica e antiscientifica, lo dobbiamo principalmente a Croce, e a Gentile, che dall’inizio del secolo esercitarono la loro egemonia sulla cultura italiana.

Ci sono buone ragioni per non accettare questa interpretazione: innanzitutto perché non è possibile definire Croce e Gentile avversari della cultura scientifica; in secondo luogo perché il neoidealismo non monopolizzò la cultura italiana del XX secolo dalle origini fino a giorni recenti; in terzo luogo perché nel nostro Paese la scienza conobbe i periodi più proficui proprio quando i filosofi neoidealisti dispiegarono la loro maggiore influenza.

Partiamo dal congresso di filosofia del 1911. L’unico filosofo idealista di una certa notorietà presente a Bologna fu appunto Croce, che, tornando a Napoli, accusò Enriques di essere del tutto estraneo al mondo della filosofia. La polemica era nata qualche anno prima: Enriques era un matematico importante, uno studioso  

Il sorriso del male

di Adriano Sofri

Era quello che la Norvegia si augurava. È vero, tuttavia mi dispiace che si dica così. Mi dispiace che si insinui un dubbio sul tribunale norvegese. Il dubbio, cioè, che i giudici abbiano fatto prevalere l’intenzione di andare incontro al desiderio di un popolo. Anche in quel popolo del resto il dubbio era stato lacerante via via che le perizie di psichiatri e medici e psicologi ed esperti di ogni genere si dividevano sulla mente di quel loro inspiegabile ripugnante concittadino. La prima reazione era inevitabile. Non solo perché si vuole scongiurare un male troppo grande, allontanarlo da sé, consegnarlo all’altro mondo della pazzia e dell’irresponsabilità. Ma anche perché la ragione rilutta ad ammettere un’enormità inimmaginata: che cosa considereremo pazzia, se non è pazzia la strage fredda e compiaciuta di decine e decine di persone inermi, di ragazze e ragazzi, e il rimpianto ripetuto, proclamato — ancora ieri, e quel sorriso — per non averne uccisi molti di più. Per non averli uccisi tutti.
Che cosa è pazzia, se non questo? Poi, piano ma tenacemente, si è fatto strada un altro pensiero. Non è vero che il male troppo grande debba per forza essere irresponsabile. Non è vero che sia demoniaco, e caso mai demoniaco non vuol dire invasato e innocente. Il male e il bene si scelgono. C’è una pazzia — la chiamiamo così, gli esperti hanno una nomenclatura scrupolosa e vasta, i norvegesi le  

L’attrazione di Cl per il potere politico

di Chiara Saraceno

Da anni, ormai, l’appuntamento del meeting di Rimini è l’occasione per aggiornare l’organigramma del potere politico in corso. Ha ragione l’editorialista di Famiglia Cristiana a segnalare che tutti i governanti in carica sono passati da Rimini, ogni volta generosamente applauditi dai militanti ciellini e soprattutto dai loro leader. Certo, per poter continuare a dichiararsi al di fuori dei partiti, e per non trascurare nessuna possibilità di alleanza con chi conta, i ciellini di volta in volta invitano anche qualche selezionato esponente dell’opposizione. Ma ciò che impressiona, in un movimento che si legittima come ispirato innanzitutto da motivazioni religiose, che vuole mettere al servizio anche di un progetto di società, è la forte attrazione, passione direi, per il potere politico e per chi lo detiene. È una passione che viene da lontano. Se ne possono trovare tracce già negli approcci che don Giussani faceva ancora negli anni Sessanta con alcune correnti democristiane, in particolare quella di Flaminio Piccoli, in un gioco tutto interno all’allora inaffondabile partito di governo. La commistione religione politica è già nelle origini del movimento di don Giussani. Con la nascita di Cl, movimento ormai non più solo di studenti, ma di un pezzo di società civile ed economica, e la fine della Democrazia cristiana, la ricerca delle alleanze e le reciproche richieste/offerte di legittimazione si sono sviluppate a tutto campo e con maggiore spregiudicatezza. Da Giulio Andreotti, grande e  

L’intervento dello Stato per il bene comune

di Laura Pennacchi

Il rilancio della riflessione su un nuovo intervento pubblico in economia è di portata enorme: Esso va collocato dentro quella «strong battle» tra settore pubblico e privato riproposta dalla crisi globale, lungo il cui asse torna a scorrere una forte discriminante destra-sinistra. Chi aveva sostenuto che stato-mercato fosse divenuto un dilemma irrilevante ha materia per ricredersi. Il paradosso da spiegare, semmai, è un altro: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari (trasformando immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la «piena e buona occupazione», dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pratica un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica. L’austerità ha anche questa faccia: ripropone il motto «meno regole, meno Stato, più mercato» con cui il trentennio neoliberista ha incubato la crisi economico-finanziaria più grave dopo il 1929 e alimentato la pulsione verso lo «starving the beast» («affamare la bestia», e la bestia sono gli Stati e i governi). Eppure la crisi disvela l’importanza del ruolo dello Stato, del resto incisivamente praticato anche in era di neoliberismo conclamato: negli anni di Reagan e dei Bush in Usa si è dato vita a qualcosa che alcuni studiosi hanno definito «Stato sviluppista nascosto». Il punto è: il ricorso allo Stato del neoliberismo dà vita a una sorta di «keynesismo privatizzato» al servizio degli  

La trappola del falso dilemma

Azzardi sulla nostra salute.. (con la mente all´ ILVA di Taranto)di Michela Marzano

Fino a quando si continuerà a contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla sopravvivenza, e quindi il salario alla salute, non si troverà alcuna via d’uscita al problema dell’ Ilva. Perché messo in questi termini, più che di un problema si tratta di un dilemma morale. E come sappiamo tutti, un dilemma etico non ha, per definizione, alcuna soluzione. I dilemmi sono drammatici, disperati, senza sbocco. Perché si sbaglia sempre e comunque. Perché quale che sia la decisione che si prenda, si finisce poi sempre col rimpiangere quello che si è detto o fatto. Come il celebre “dilemma di Sophie”, raccontato nel romanzo di William Styron, che racconta di come una giovane ebrea polacca deportata ad Auschwitz con i figli fosse stata perversamente costretta a scegliere dai nazisti quale dei due far morire. Se Sophie non sceglie, moriranno tutti e due. Se invece ne sceglie uno solo, l’altro avrà la vita salva. Da un punto di vista strettamente utilitaristico e matematico, Sophie dovrebbe salvarne almeno uno. Ma come può una madre scegliere quale figlio merita o meno di vivere?
Nel romanzo, dopo alcuni minuti di smarrimento, Sophie deciderà di salvare Jan, sacrificando la piccola Eva. Ma pagherà la decisione presa per il resto della vita, tormentata dai sensi di colpa e dalla disperazione. Perché in fondo, anche se  

L’eredità di Togliatti e il Pd

di Michele Prospero

Il 21 agosto di 48 anni fa moriva Palmiro Togliatti. Senza i suoi arnesi anche il comunismo italiano sarebbe stato un movimento marginale,presto sopraffatto da un arido schematismo dogmatico e quindi condannato ad un celere e indolore declino. Fu soprattutto il suo realismo alla Cavour a guidare la metamorfosi di una avanguardia rivoluzionaria, che aveva avuto il battesimo di fuoco nella resistenza armata, in un soggetto popolare così radicato nella società da schivare, con adattamenti e innesti, anche i detriti della catastrofe del comunismo.
Se la sinistra storica non si è spenta completamente malgrado le tante suggestioni coltivate per condurla all’oblio, e se un nucleo parziale ma inconfondibile di essa si rintraccia ancora oggi nell’esperienza del Pd, questo è dovuto proprio alle sorprendenti mille vite di una creatura che nel dopoguerra è divenuta una tradizione, cioè un qualcosa di così profondo e sostanziale nel sentire collettivo che non è possibile trascendere e rimuovere, anche volendolo.
Il senso dell’operazione di Togliatti è stato anzitutto quello di innestare una settaria truppa d’assalto, nata dopo la frattura dell’Ottobre sovietico, nel solco della storia nazionale. Tornato dall’esilio, egli mise subito in chiaro che occorreva un paziente lavoro teorico per definire una autonoma cultura politica perché «non si pone il problema di fare ciò che è stato fatto in Russia». Non che rinunciasse a sfruttare il mito ancora caldo della presa del Palazzo d’Inverno e a rivendicare le gesta  

L’Olanda alle elezioni.Le ragioni dei socialisti anti-austerità

di Francesco Bogliacino

Il 12 settembre i Paesi Bassi affrontano le elezioni politiche generali. Qui nessuno discute l’euro, ma cresce una certa insoddisfazione verso l’Europa. La crisi come colpa alla periferia che «ha vissuto al di sopra dei propri mezzi» fa parte del discorso politico dell’intero arco dei partiti in lizza, anche se con moltissime sfumature.
Quando a Bruxelles si affrontano i dossier decisivi, quelli sull’economia, l’Olanda si schiera sempre con Germania, Austria e Finlandia. Il governo conservatore uscente – guidato dal leader del Vvd (Partito Liberale) Mark Rutte e con l’appoggio esterno del leader populista Geert Wilders – ha avuto un ruolo marginale in questa scelta di campo. «Il posizionamento riflette questioni più strutturali, come la dipendenza dall’economia tedesca e il tradizionale ruolo di ri-esportatrice giocato dai Paesi Bassi», dichiara Henk Overbeek, professore di Relazioni Internazionali alla Vu University di Amsterdam. «Sempre che non si modifichino in modo radicale gli equilibri, per esempio confermandosi il trend di debolezza elettorale della Merkel con un ritorno in auge dell’Spd in Germania, non ci sono grosse probabilità che le scelte internazionali dell’Olanda cambino a seguito delle imminenti elezioni».
Nel momento della crisi, l’ortodossia olandese si è riflettuta in politiche espansive a breve termine, relativamente efficaci nel contrastare la caduta del reddito, ma in una austerity di lungo periodo che sta minando il potenziale di crescita. La crescita ritrovata nel 2010 e 2011 non ha ancora riportato il Pil al livello  

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