di Mario Tronti
L’uso della parola populismo ha oggi. per lo più, un significato negatico. chi fa politica populista non si definisce populista, viene piuttosto chiamato populista da chi lo combatte. Il populismo ha d’altra parte dei quarti di nobiltà storica. Pensiamo al populismo russo, una stagione che sta poi all’origine di una grande storia; al populismo nordamericano, tra l’altro molto legato a una prima formazione del partito politico; al populismo sudamericano, tutt’altro che defunto. C’è però da marcare una differenza di fondo tra populismi di ieri e di oggi. I populismi storici avevano sempre l’idea di riportare la storia all’indietro, cioè di ritorno a una tradizione, nazionale o popolare, polemici quindi contro tutti i meccanismi dello sviluppo. I populismi di oggi sono esattamente il contrario: nascono in polemica con i retaggi del passato, vogliono innovare, non conservare. Anche se poi servono più alla conservazione che all’innovazione. Sono ad esempio nemici del Novecento, perché vedono e denunciano lì una storia irripetibile e comunque da non ripetere, la storia dei grandi partiti, delle forme organizzate della politica, dello Stato, con le sue regole e procedure e mediazioni, parlamentari, istituzionali. È difficile dire se è il populismo a produrre antipolitica, o se è l’antipolitica a produrre populismo. Certo si tratta ormai di due pulsioni strettamente intrecciate, che si alimentano a vicenda e a vicenda si sostengono, contribuendo a una deriva degli attuali sistemi politici verso una sorta di autodistruzione. In questo …
di Michele Serra
La sola cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov´è quel lontano. e quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall´intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l´immagine di un posto, di un popolo, di una società. Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, …
di Rinaldo Gianola
Silvio Berlusconi un po’ ci manca. Manca soprattutto alla destra che non sa dove andare e anche ai centristi che dopo aver giocato senza pudore con le tre carte, ma avendo sempre come riserva la stella del cavaliere, oggi non sanno come ripiegare e litigano sul mai nato Terzo Polo. Un’entità politica destinata inevitabilmente a sciogliersi senza lasciar traccia. Che cosa sta succedendo all’ex premier, all’inventore del “predellino”, all’abile creatore di partiti come slogan pubblicitari? Parla poco, decide ancora meno. Non commenta il voto, va in visita dall’amico Putin per evitare di mettere la faccia su una sconfitta pesantissima che sarà attribuita ad Alfano, visti i precedenti. I suoi hooligans lo invitano a far cadere il governo Monti, la Santanchè gli suggerisce di vincere le elezioni e poi puntare al Quirinale, altri più pratici chiedono almeno un rinnovamento di linea e di leadership del partito. Ma c’è ancora il Pdl?
Berlusconi non è certo sereno nemmeno per l’andamento delle sue aziende, la crisi morde tutti e Mediaset, che pur è un solido colosso, chiude il trimestre peggiore della sua storia. E i prossimi mesi saranno tremendi sia per la politica, sia per l’economia. Il peggio che possa capitare a Berlusconi è che Carlo De Benedetti acquisti la7 messa in vendita da Telecom Italia impiegando il risarcimento pagato da Fininvest per il Lodo Mondadori. Probabilmente non succederà, ma la sola idea di vedere l’Ingegnere a far …
di Ernesto Galli della Loggia
Per capire le vicende della destra nell’Italia repubblicana conviene, a mio giudizio, prestare più attenzione al panorama ideologico complessivo del Paese che al sistema dei partiti in senso stretto. È innanzitutto sul piano delle idee, infatti, che si è decisa la sorte della destra italiana. La destra ha perso la sua battaglia politica allorché per mezzo secolo, tra il 1948 e il 1994, non è riuscita in alcun modo a disporre delle risorse intellettuali necessarie per rompere con il passato da un lato, e dall’altro per diventare un diverso luogo di formazione e di coagulo di una classe dirigente.
La storia culturale della cosiddetta Prima Repubblica è stata dominata per mezzo secolo da un punto di vista genericamente di sinistra. Dal 1948 al 1994 è quasi impossibile trovare un romanzo di successo, un manuale scolastico, un libro di storia, un film, un programma televisivo di qualche valore che in un modo o in un altro non rifletta un tale punto di vista. All’egemonia della sinistra nella sfera pubblica ha contribuito in maniera molto significativa anche la Carta costituzionale adottata nel 1948, i principi della cui prima parte si ispirano a una visione solidaristica, tendenzialmente egualitaria, di tutela collettiva soprattutto degli interessi più deboli, che rientra pienamente nella tradizione della sinistra e del cattolicesimo democratico.
Come si sa, questi principi costituzionali hanno cominciato ad avere sempre più larga applicazione a partire dagli anni Sessanta …
di Luciano Gallino
Le preoccupazioni espresse dal ministro Passera circa le conseguenze nefaste della disoccupazione di massa dovrebbero far riflettere molti nel governo, in Parlamento e nei partiti. Di là dai numeri, la disoccupazione comporta povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate e altri problemi sociali. Ne parlava in questi termini già vent´anni fa un economista che si è battuto a lungo per dimostrare che la disoccupazione è un male assai peggiore del deficit (era William Vickrey, premio Nobel 1996). Sentirle riecheggiare ora nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano fa pensare se non sia giunto il momento di attribuire alla creazione diretta di occupazione un peso, nella politica economica e sociale, non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico. Ho richiamato mesi fa su queste stesse colonne quali caratteristiche dovrebbe avere la creazione diretta di occupazione. Lo Stato assume direttamente, tramite un´apposita agenzia, il maggior numero di disoccupati e di precari, che però vengono gestiti dal punto di vista operativo da enti locali. Gli assunti dovrebbero venire occupati in programmi di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. C´è solo da scegliere, dagli acquedotti che perdono il 40 per cento dell´acqua che distribuiscono alle scuole per metà fuori norme di sicurezza, dal riassetto idrogeologico del territorio alla tutela dei beni culturali. Il salario offerto dovrebbe aggirarsi sul salario medio o poco al disotto, …
di Francesca Bolino
“L’etica oggi può e deve essere rilanciata nella forma di una speranza , di uno slancio oltre le cose così come sono, verso qualcosa che renda diversa la vita”. Se il Novecento è stato il secolo del Male, infernale ingranaggio di opposte ideologie che ha prodotto ripetute “discese agli inferi”, dobbiamo sforzarci, oggi, di ritrovare una visione dell’etica che parta dalle piccole cose della vita quotidiana. L’amicizia, l’amore, la fedeltà, la sincerità, il piacere, il dolore, la pazienza, il perdono. Si, perchè l’etica comporta l’azione in quanto “forma suprema di essere-al-mondo”, diceva Hanna Arendt. L’etica, sostiene la Boella, ha origine in un infinitesimo punto dell’essere umano. Ed è in questa minuscola regione dell’anima che tutto accade:lì, l’uomo è capace di bene, di immaginazione. E proprio quest’ultima, l’immaginazione, conferisce forma all’etica, permette di descrivere lo sforzo etico. E’ l’immaginazione il fondamentale organo morale che ci consente di uscire dai limiti e dalla povertà dell’esperienza contemporanea, di sfuggire agli automatismi delle nostre azioni-reazioni.
Il coraggio dell’etica di Laura Boella Raffaello Cortina editore
(“La Repubblica”, 6 maggio 2012)
di Simona Marchetti
Il «Mein Kampf», il manifesto dell’ideologia nazista di Adolf Hitler, verrà ristampato a partire dal 2015, ovvero una volta scaduti i 70 anni della legge sul copyright. Lo hanno deciso le autorità della Baviera, che dal 30 aprile 1945, data del suicidio del Führer, detengono i diritti d’autore sull’opera (Monaco è stata la sua ultima residenza). Le decisione è stata presa per demifisticare il «Mein Kampf» e ogni suo capitolo sarà commentato da storici che spiegheranno l’assurdità dello scritto.
LA SCADENZA – Finora la Baviera aveva sempre negato ogni autorizzazione alla pubblicazione del libro (che comunque non è vietato in Germania, a differenza della svastica e del saluto nazista in pubblico), non esitando nemmeno a rivolgersi al tribunale per bloccarne l’uscita (come avvenuto nel gennaio scorso con l’editore britannico Peter McGee, che voleva usare alcuni estratti del libro in una rivista). Ma l’approssimarsi della scadenza del 2015 ha spinto il Ministro delle Finanze della Baviera, Markus Soeder, a riconsiderare la questione, non solo, come si diceva, per demistificare il “Mein Kampf”, ma anche per evitare che, una volta libero da vincoli di copyright, diventi monopolio degli estremisti di destra o, peggio, la lettura preferita dei giovani tedeschi.
VIA LIBERA ANCHE DAI GRUPPI EBRAICI – «Vogliamo che in tutte le edizioni siano espresse con chiarezza le enormi assurdità che sono contenute in quel testo – ha spiegato Soeder alla stampa – e che hanno provocato …
di Chiara Saraceno
Dopo molti annunci, sta finalmente partendo la spending review. Ottimo se porterà a ridurre sprechi e a razionalizzare le spese. Se si passa dall´analisi della efficienza della spesa a quella delle priorità, tuttavia, le cose sono un po´ più complesse. L´individuazione di che cosa è necessario mantenere, che cosa rafforzare e che cosa si può tagliare, richiede una valutazione delle finalità della spesa stessa. Da questo punto di vista non può non destare preoccupazione il fatto che ancora una volta si guardi alla scuola, già sottoposta a successive, radicali, cure dimagranti, come ad un comparto ove si può ancora operare qualche sostanzioso risparmio. Sono certa che anche qui molte cose possono essere ulteriormente razionalizzate, in particolare per quanto riguarda gli acquisti di arredi e materiali di consumo. Anche se ormai le risorse per acquistare alcunché sono ridotte al lumicino e in molti casi i genitori si fanno carico anche della carta igienica. Forse, in alcuni distretti scolastici si può lavorare ulteriormente alla razionalizzazione della distribuzione degli insegnanti, anche se gli interventi degli anni scorsi hanno già portato in diverse classi ad un rapporto insegnante-allievi al limite della efficacia didattica. Ma ogni euro risparmiato con queste razionalizzazioni va re-investito per rendere le scuole italiane più sicure e più efficaci dal punto di vista didattico. La scuola italiana richiede più, non meno investimenti. Non dimentichiamo che abbiamo un patrimonio edilizio tra i più fatiscenti e …
di Francesco Maria Biscione
Manca ancora una storia della P2 che faccia tesoro della copiosa documentazione pubblicata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta e delle carte attinenti ai processi relativi a quel sodalizio massonico. Una lettura attenta di questa documentazione aiuterebbe a superare l’interpretazione prevalentemente complottistica del piduismo e a ricostruire le origini di quello che appare essere stato un corpo vivo e reattivo che evolse all’interno di una crisi politica interna e internazionale, in grado di cogliere e interpretare i sintomi di irrigidimento del sistema politico che aveva costruito la democrazia in Italia e di ideare una strategia per la fuoruscita da quell’ambito politico. La stessa ascesa di Gelli all’interno del Grande Oriente nella prima metà degli anni Settanta mostra una serie di situazioni conflittuali (in molti tentarono, senza riuscirvi, di bloccarne l’ascesa); il fatto che egli conseguì nel 1975 il grado di maestro venerabile della Loggia coperta P2 (un successo ragionevolmente insperabile) si deve probabilmente anche ad attività solo in parte interne al sodalizio massonico, non ultima la vicinanza a quel movimento che va sotto il nome generico di strategia della tensione. Militano in favore di questa ipotesi la considerazione dei legami di Gelli con ambienti dell’eversione di destra (egli compare, pur marginalmente, negli atti giudiziari di vicende quali il golpe Borghese del 1970, la strage dell’Italicus del 1974 e l’omicidio del giudice Occorsio …
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