Tempo di crisi.La grande perversione

di Leonardo Boff

Per risolvere la crisi economico-finanziaria della Grecia e dell’Italia è stato costituito, per esigenza della Banca Centrale Europea, un governo di soli tecnici senza la presenza di politici, nell’illusione che si tratti di un problema economico che deve essere risolto economicamente. Chi capisce solo di economia finisce col non capire neppure l’economia. La crisi non è di economia mal gestita, ma di etica e di umanità. E queste hanno a che vedere con la politica. Per questo, la prima lezione di un marxismo minimo è capire che l’economia non è parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica. Gran parte del lavoro di Marx è dedicato alla destrutturazione dell’economia politica del capitale. Quando in Inghilterra si visse una crisi simile all’attuale e si creò un governo di tecnici, Marx espresse con ironia e derisione dure critiche perché prevedeva un totale fallimento, come effettivamente successe. Non si può usare il veleno che ha creato la crisi come rimedio per curare la crisi.

Per guidare i rispettivi governi di Grecia e Italia hanno chiamato gente che apparteneva agli alti livelli dirigenziali delle banche. Sono state le banche e le borse a provocare l’attuale crisi che ha affondato tutto il sistema economico. Questi signori sono come talebani fondamentalisti: credono in buona fede nei dogmi del mercato libero e nel gioco delle borse. In quale punto dell’universo si proclama l’ideale del greed is good, ovvero l’avidità è un bene? Come fare di un vizio (e diciamo  

E ora, la democrazia

#spanishrevolutiondi Raniero La Valle

Il 15 aprile 1994 Giuseppe Dossetti, di cui il 15 dicembre scorso abbiamo celebrato i quindici anni dalla morte, dall’ospedale dove era ricoverato a Bazzano scriveva al sindaco di Bologna una lettera per denunciare i pericoli a cui, con l’avvento della destra al potere, era esposta la Costituzione repubblicana. Prima di ogni altro Dossetti, che era stato un costituente sia nello Stato che nella Chiesa (a Montecitorio e al Concilio), aveva capito il senso globalmente eversivo del governo berlusconiano, che era allora appena agli inizi e aveva già detto di voler cambiare la Carta. Perciò il santo monaco auspicava “la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione”: non solo per “riconfermare ideali e dottrine”, ma anche per “impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato”.
Ora Berlusconi è caduto, “le più belle dimissioni degli ultimi 150 anni”, come ha detto Benigni, e la Costituzione è ancora là. Dunque, si potrebbe dire, Dossetti ha vinto, e il popolo è salvo. Tuttavia i guasti prodotti da questa lunga fase di governi neo-liberali che si sono succeduti  

Che faccia tosta il Paese abusivo

Poca gente in giro...di Lorenzo Mondo

A remare contro il governo Monti ci si mette, nel suo piccolo, anche Bacoli, la città che sorge sul litorale flegreo. Qui non è questione di rifiuti ma di un altrettanto maleodorante abusivismo edilizio. A Bacoli è scoppiata una rivolta, non per dire basta allo scempio, ma per impedire la demolizione di due case costruite in violazione del vincolo paesaggistico. Si trattava, pensate, di eseguire una sentenza della magistratura emessa nel 2008. Ci sono stati scontri violenti con la polizia che voleva aprire il passo alle ruspe, alcuni feriti, macchine distrutte, fino a quando il prefetto ha rinviato il provvedimento al 10 gennaio, sperando di stemperarne l’impatto dopo le Feste.

Se ne sono viste di tutti i colori. Uno dei proprietari ha minacciato di darsi fuoco, salvo traccheggiare poi con la polizia chiedendo di provvedere lui stesso, se costretto, a una meno costosa demolizione. Dio mi guardi dal non compatire le disgrazie altrui, ma trovo crudele esibire una figlia disabile per alimentare la protesta. Le infermità meritano una solidale attenzione ma non valgono di per sé a redimere un indebito possesso. E lasciamo stare l’altarino con la statuetta del Sacro Cuore davanti al quale radunarsi in preghiera. Un abuso anche nei confronti di Gesù Cristo, in un fumo di superstizione se non di camorra.

Il Consiglio comunale aveva emesso nei giorni scorsi un comunicato che brillava per la sua ipocrisia venata di comicità. Prometteva  

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua

di Paolo Di Stefano

«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».

Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.

Fu lo stesso Tullio De Mauro quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, “Storia linguistica dell’Italia unita”, a segnalare il contributo non solo della scuola ma  

Fuoco e fiamminghi. Si allarga alle Fiandre la protesta dei cattolici ribelli.

Burn, Rome, Burn!di Ludovica Eugenio

I laici devono poter diventare parroci, presiedere le liturgie e predicare, e dev’essere consentito l’accesso al sacerdozio di uomini sposati e donne. Si allarga in Europa il fronte dei cattolici “ribelli” che chiedono profonde riforme della Chiesa: dopo l’«appello alla disobbedienza» promosso in Austria da centinaia di parroci (v. Adista nn. 55, 65, 67, 84 e 91/11), ora sono alcuni preti e laici fiamminghi i promotori di un manifesto diffuso la settimana prima dell’inizio dell’Avvento, intitolato “I credenti si fanno sentire”, che il primo dicembre aveva già raggiunto in Belgio più di 6 mila adesioni. Tutti nomi eminenti della Chiesa cattolica belga: Ignace Dewitte, Staf Nimmegeers e John Dekimpe – preti molto noti nel Paese – ma anche Roger Dillemans e Marc Vervenne, entrambi ex rettori dell’Università cattolica di Lovanio, Paul Breyne, governatore della provincia delle Fiandre occidentali dal 1997, Trees Dehaene e Agnes Pas, ex presidente del Consiglio pastorale interdiocesano.

Nel manifesto, scritto «in solidarietà con i credenti austriaci, irlandesi e di molti altri Paesi», si chiede che la leadership delle parrocchie sia affidata a laici competenti e qualificati, che le funzioni eucaristiche siano celebrate anche in mancanza di un sacerdote, che i laici possano predicare, che i divorziati risposati possano ricevere la comunione e che, «appena possibile, uomini e sposati e donne siano ammessi al sacerdozio».

I promotori invitano i credenti che condividono le loro preoccupazioni a sottoscrivere il Manifesto, nella convinzione che quanto  

Europa

Amsterdam, Holland 086 - City - A cup of coffee in the early morningdi Jeremy Rifkin

Il Sogno europeo, con l’accento che pone sul’inclusività, la diversità, la qualità della vita, la sostenibilità, il “gioco profondo”, i diritti umani universali, i diritti della natura e la pace, è sempre più affascinante per una generazione ansiosa di essere connessa globalmente e, nello stesso tempo, radicata localmente…
Gli europei sostengono i diritti umani universali e i diritti della natura, e sono disposti ad assoggettarsi a un codice che li sancisca: vogliono vivere in un mondo di pace e armonia e, per la maggior parte, appoggiano una politica estera e ambientale orientata verso questo obiettivo.
Ma non sono sicuro di quale sia lo spessore del Sogno europeo: gli europei continueranno ad affermare il principio di inclusività e lo sviluppo sostenibile anche se l’economia mondiale precipitasse in una recessione profonda e prolungata o in una depressione globale?

(“La Repubblica”, 22 dicembre 2011, pag.44)

Il dio vuoto

di Roberto Mancini*

Il sistema dei Mercati, con la finanza speculativa che domina su tutto il mondo, si sta mangiando vive l’umanità e la natura. Questo sistema opera ed è obbedito come un dio. Un dio vuoto, fatto di denaro che circola, si moltiplica o si brucia e, circolando, rovina la vita delle persone e del mondo vivente. Eppure in questa emergenza disastrosa governi, istituzioni, stampa e opinion-leaders continuano a pretendere che si faccia qualunque sacrificio per accontentare l’infinita avidità dei Mercati. Anche i sindacati (in particolare la Cisl con un fervore incomprensibile) e i partiti del “centro-sinistra” restano docili all’incantamento e si uniscono al coro che intima di rassicurare i Mercati. Non fanno l’unica cosa che sarebbe loro responsabilità fare per il Paese: progettare e promuovere una cultura della giustizia sociale e una politica di democratizzazione dell’economia che – attraverso un cammino arduo che dovrà coinvolgere gli altri Paesi del mondo – permetta di uscire da questa gigantesca trappola per topi che è il capitalismo finanziario globale. Se in un organismo alcune cellule cominciano a diventare cancerose, non è che le altre, per omologazione, si mettono a diventare malate pure loro. Al contrario, bisogna sviluppare le difese, resistere alla distruzione che vuole avanzare e attivare le forze di guarigione.

Un vortice pericoloso
La trappola in cui siamo caduti, preparata da decenni di fede assoluta nel denaro e nel mercato, è sì un dispositivo concreto e ubiquo, ma rimane pur sempre  

Il flusso di coscienza nell’età di Montaigne

ghost of montaignedi Giuseppe Galasso

Non è proprio una biografia quella di Sarah Bakewell, Montaigne. L’arte di vivere (Campo dei Fiori, pp. 442, € 19). Sono ventidue tentativi di rispondere alla domanda essenziale di Montaigne: come vivere? Ne dovrebbe venir fuori, con la personalità, anche la biografia; e così è. Ma quale Montaigne poi ne emerge?

La Bakewell lo ritiene il primo caso di auscultazione del «flusso di coscienza», ma se ne può dubitare. Il cammino errabondo nel proprio io è antico in Europa. Marco Aurelio e Agostino ne diedero prove eminenti; e così, due secoli prima di Montaigne, il Petrarca, sul tema di un amore esclusivista, in quel diario poetico che è il suo Canzoniere. Quanto alla tecnica di scrittura, l’Ariosto aveva da poco dato nell’Orlando un ricco esempio del saltare dall’uno all’altro dei propri temi, senza curarsi di alcuna logica. Ed erano, tutti, autori noti al Montaigne.

Un’uguale riserva ci pare da farsi per i dubbi e per le sospensioni di giudizio e le incertezze su significati e valori, da lui profusi nei suoi scritti. Se ne può fare un cardine del suo spirito? È un reale pensiero del dubbio o solo una movenza letteraria? O una scelta morale, oltre che retorica, più che un’espressione di effettiva incertezza interiore?

In realtà, cercare in Montaigne una «filosofia» è fuorviante. Molto meglio è ritrovare in lui innanzitutto la letteratura: il che non vuol dire un vuoto di pensiero. Tutt’altro! Certo è  

Legare Gulliver

A circle of children around Gulliver Sculpturedi Raniero La Valle

Il fatto che tre autorevoli personaggi entrati nel governo avessero partecipato al convegno cattolico di Todi, ha fatto dire a numerosi commentatori non informati dei fatti che la nuova aggregazione di associazioni che si sarebbe realizzata a Todi aveva dato subito il suo frutto politico, segnando così il “gran ritorno” dei cattolici alla politica. In realtà Todi non prova niente, perché se alcune entità lì presenti, come Sant’Egidio e l’Università cattolica, sono approdate con i loro capi al governo, altre entità di rilievo come CL, pur presenti a Todi, dal governo sono contestualmente uscite. Con Berlusconi o contro Berlusconi sempre cattolici sono. Neanche dell’assemblaggio di Todi si può dunque parlare come di una omogenea componente politica cattolica, dalla quale resta peraltro ben distinta l’altra componente di tradizione “cattolico-democratica”, che infatti subito si è riunita in un altro convegno, ed è anch’essa presente con un suo autorevole esponente nel governo Monti.
Ma l’impraticabilità della linea emersa a Todi è dimostrata dal discorrere che ne hanno fatto gli stessi protagonisti in una riunione, questa volta non a porte chiuse, tenutasi pochi giorni dopo a Roma all’Istituto Sturzo. Lì è stato detto che la cosa riguarderebbe dieci milioni di cattolici, quanti sarebbero gli aderenti alle associazioni e movimenti presenti all’assemblea umbra, ma l’unico comun denominatore che si è riusciti ad indicare è quello di occupare il territorio della “pre-politica”,  

Fermiamo il razzismo ora

Vai e vivrai. Rome. No racism! October 4 th 2008.di Vladimiro Frulletti

Ha il sorriso aperto e sfrontato di una ragazzina di 13 anni. Le brillano gli occhi. Chissà quante volte avrà guardato quella foto, Samb Modou. Lui sua figlia non l’aveva mai conosciuta. Era partito dal Senegal quando la moglie era incinta di tre mesi. E non era ancora riuscito a tornare a casa. Presto però avrebbe avuto i documenti e allora sì che l’avrebbe potuta abbracciare. Invece martedì, al mercato di Piazza Dalmazia, un assassino razzista ha messo fine al suo sogno. E a quello di Diop Mor. Ieri, dietro la foto della bimba e della moglie di Modou, a Firenze c’erano tantissime persone.
CORTEO
Da piazza Dalmazia al centro di Firenze, a piazza santa Maria Novella ci sono poco più di 3 chilometri. In ventimila ieri pomeriggio li hanno percorsi a piedi, in un lungo corteo, triste e colorato. Anche bello, a patto che si possa usare questo aggettivo per una manifestazione funebre. Tutta quella gente s’era data appuntamento per ricordare Modou e Diop Mor, uccisi dal criminale razzista Gianluca Casseri.
Più di un’ora di marcia silenziosa: solo slogan contro il razzismo. E qualche insulto al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, da parte degli antagonisti. Un silenzio che davanti alla stazione di Santa Maria Novella si è fatto canto. Il canto degli amici e dei compagni dei due  

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