di Giorgio Tonini
Le parole più sagge le ha pronunciate Bersani: «Non mi permetto di commentare la prolusione di Bagnasco». L’ho letta, chiunque può farsene un’opinione». Forse per un riflesso di antica scuola, il segretario del Pd ha saputo così evitarsi di prendere parte al coro di alleluia per la chiara e netta presa di distanza, da parte del presidente della Cei, rispetto alla squallida conclusione della parabola politica di Berlusconi. Non si tratta solo di una questione di stile, per la quale sono sempre da evitarsi gli eccessi di zelo: del resto, nulla rattrista di più, quanti hanno responsabilità pastorali, del sentirsi strattonati di qua o di là nella lotta politica. In questo caso si tratta di molto di più: in gioco c’è un passaggio che non è improprio definire storico, per il nostro paese, alle prese allo stesso tempo con la più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi e con una non meno vasta crisi politica. Questa è la luna che ha indicato il cardinale e solo gli sciocchi possono aver capito che parlava del dito: la miserabile fine del berlusconismo, nelle parole del presidente dei vescovi italiani, è certo importante in sé, ma lo è soprattutto per la profondità della crisi che disvela e insieme per lo spazio di opportunità che apre. Ed è su questo piano che i democratici devono sentirsi chiamati in causa. Proprio il carattere epocale della crisi in atto pone infatti ogni forza politica dinanzi alla più radicale …
di Roberto Esposito
Dalla metà del secolo scorso si può dire che la riflessione filosofica oscilli tra due poli opposti, senza riuscire a trovare un baricentro unitario. Il primo è quello che Ernst Bloch definì ‘principio-speranza´. Pur lontano e critico verso le filosofie del progresso, egli teneva vivo il riferimento alla freccia del futuro. La verità più profonda dell´uomo è incapsulata nel momento del ‘non-ancora´, in quella dimensione a venire destinata a proiettare il presente sempre al di là di se stesso. Benché piantato nel mondo della natura, l´essere umano è capace di trascenderlo, balzando sul carro in corsa della storia. La speranza che dà senso alla nostra vita, strappandola ai suoi limiti costitutivi, non è un´esperienza soltanto soggettiva, ma una potenza reale che piega l´essere in direzione del divenire. Il polo contrario che, ad ondate successive, torna ad attrarre il pensiero contemporaneo è il ‘principio-disperazione´ – spinto all´estremo da Günther Anders nel suo libro sull´uomo ‘antiquato´, perché sorpassato dalla sua medesima potenza distruttiva. Preda di un ‘dislivello prometeico´ tra la misura finita della sua immaginazione e la capacità illimitata del suo potere produttivo, l´uomo si scopre esposto alla possibilità senza ritorno della propria autodistruzione. Scritto negli anni della guerra fredda, il libro di Anders si riferisce principalmente al rischio della bomba atomica, ma la sua diagnosi coinvolge l´intera esperienza dell´homo technologicus. Portando al culmine la critica del progresso elaborata dai vari Mann e Spengler, Nietzsche e Heidegger, egli individua la nostra …
di Nandino Capovilla
La convocazione ci aveva colpito per quel lungo elenco di motivi per i quali sarebbe stato “necessario camminare” ancora una volta sullo stesso percorso da Perugia ad Assisi. E il fiume di gente che quella strada ha riempito con gioiosa responsabilità nella lotta per la giustizia ha dimostrato quanto siano obsoleti e dannosi i ragionamenti di quanti, nel movimento per la pace, volendo distinguere, dimenticano la forza di cambiamento che si rigenera ad ogni Marcia per la pace: «Il mondo non può più attendere. Camminiamo insieme per rimettere al centro le persone, i popoli e i loro diritti, sostituire l’io con il noi, tagliare le spese militari e investire sulla sicurezza umana, salvare la vita di chi sta morendo di fame e di sete, disarmare la finanza, difendere e promuovere il diritto al lavoro, difendere i beni comuni, promuovere un’economia di giustizia, promuovere uno sviluppo equo e sostenibile, promuovere un’informazione libera e pluralista, difendere i diritti umani, riconoscere lo Stato di Palestina, mettere fine alla guerra in Libia, in Afghanistan, in Somalia, in Sudan, costruire una politica nuova fondata sui diritti umani, salvare, rafforzare e democratizzare l’Onu, costruire una nuova Europa solidale e nonviolenta, costruire la Comunità del Mediterraneo, e poi difendere la democrazia, riconoscere i diritti dei migranti, promuovere il rispetto e il dialogo tra le culture…». Un elenco davvero lungo, sul quale giustamente molti di noi avrebbero …
di Zygmunt Bauman
Il concetto di “Natura” è entrato nel nostro vocabolario con un´aura di santità: indicava la Creazione divina e, come tutto ciò che è divino, evocava l´esperienza del «numinoso», ossia quel peculiare intreccio di terrore, paura e adorazione che, come nella celebre proposta di Rudolf Otto, costituì l´avvio dell´idea di Dio e tutt´ora ne rimane la vera essenza. Per questa ragione la “Natura” significava anche un qualcosa che torreggia al di sopra della comprensione e del potere d´agire degli uomini, e con cui pertanto essi non potevano trafficare: la Natura, proprio come il Dio che l´aveva concepita e fatta venire all´essere, doveva essere riverita e adorata. La semplice idea di interferire o di immischiarsi con la Natura era ritenuta al contempo inane, implausibile e sacrilega. In verità, come ha mostrato il grande filosofo russo Mikhail Bakhtin, le elevate catene montuose e gli sconfinati mari hanno indotto fin da tempi immemorabili un «timore cosmico» che nella prospettiva di Bakhtin costituiva l´origine di ogni fede religiosa. L´idea di ri-produrre la Natura allo scopo di costringerla a servire meglio le comodità degli uomini (idea audace, insolente, presuntuosa e per molti blasfema) è nata assieme alla modernità. La svolta moderna nella storia umana è stata equivalente, nella sua essenza, a un progetto di ricambio manageriale, ossia l´intenzione di assumere la Natura, creata da Dio benché lasciata dopo la Creazione alle sue proprie vicende, sotto la gestione degli uomini, per assoggettarne l´attività al controllo, alla …
di Marco Ansaldo
«La questione morale non è una invenzione mediatica. Ci sono comportamenti licenziosi che ammorbano l´aria. Serve purificare l´aria». Duro monito del presidente della Cei, Bagnasco, contro Silvio Berlusconi. A Napoli si va verso l´incriminazione del presidente del Consiglio per l´inchiesta sulle escort. Avrebbe fatto mentire Gianpaolo Tarantini ai magistrati. La competenza dell´inchiesta va a Bari: lo ha deciso il Tribunale del Riesame. «C´è da purificare l´aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate». La Chiesa esce dal silenzio, e scuotendosi dal torpore in cui appariva confinata lancia un potente affondo sulla classe politica. «L´Italia è un Paese disamorato», rileva con allarme. Dove circola «un senso di insicurezza che si va cristallizzando». E nel quale «i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie ammorbano l´aria e appesantiscono il cammino comune». Una stoccata inequivocabile, pur senza nominarlo personalmente, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il Vaticano ha parlato per bocca del cardinale presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, nella prolusione tenuta in apertura dei lavori del Consiglio permanente. Un monito duro inserito in un discorso ampio, lungo 15 cartelle, che ha spaziato dalla questione morale («esiste e non è un´invenzione mediatica»), al possibile coinvolgimento dei cattolici in politica («rendere politicamente più operante la propria fede»), dalla crisi finanziaria alla bioetica, dalle difficoltà dei giovani alle preoccupazioni per l´Europa. Un discorso che Bagnasco ha scritto interamente di suo pugno, pur ascoltando voci diverse, e aggiustato …
di Gad Lerner
Non sono riuscito ad afferrare il nesso logico con cui la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nell´intervista rilasciata ieri a “Repubblica”, respinge l´idea di prelievi fiscali aggiuntivi a carico dei ricchi italiani. Quando Roberto Mania le chiede se firmerebbe il manifesto dei sedici imprenditori e manager francesi disponibili a «un contributo eccezionale», così risponde la Marcegaglia: «Se fossi in Francia sì, in Italia no. Da noi una tassa di quel tipo servirebbe soltanto a far pagare di più chi le tasse le paga già con un prelievo che complessivamente ormai sfiora il 50 per cento». Non voglio pensare ad un mero aggiramento dialettico. Posso condividere, vivendolo pure io, un certo fastidio dovuto al fatto che noi fortunati lavoratori ad alto reddito pagheremo salato (com´è doveroso, viste le circostanze); mentre nulla è richiesto agli altrettanto fortunati detentori di patrimoni, che vivono magari di rendita. In Italia se sei ricco e non guadagni, niente tasse. Questa è la vera differenza con la Francia, dove vige l´Imposta di solidarietà sulla fortuna a carico di chi possiede cospicui patrimoni. Dunque paghi in percentuale su quel che hai già, non solo su quanto incassi. Sarebbe maggiormente apprezzabile la premura della Marcegaglia a favore di chi guadagna 90 mila euro lordi l´anno, e quindi non può considerarsi un ricco da spremere, se lo facesse seguire da un richiamo alle responsabilità eccezionali cui sono chiamati oggi i veri ricchi. Lo ha proposto il suo predecessore al vertice della Confindustria, Luca Cordero …
di Francesca Bolino
Il dubbio come metodo. Il dubbio come necessità di fronte alle grandi questioni etiche: l’aborto, la bioetica, la violenza. La soluzione, per un confronto corretto con il pluralismo, per Peter Berger – noto sociologo americano secondo cui la società è il prodotto di un’interazione tra gli individui e le strutture sociali – e per il filosofo Anton Zijderveld sta proprio nel dubbio. Esistono vari tipi di dubbio: c’è quello lacerante riguardo la pratica dell’eutanasia e l’aborto che tuttora imperversa in America (e non) da decenni. C’è il dubbio che viene combattuto come accade per una credenza religiosa o una determinata fede politico-ideologica. Ma c’è anche il dubbio in cui ci si vuole immergere e godere. E’ il caso del cinismo: si tratta di sublimazione, di uno stile di vita, insomma. Poi c’è il dubbio giocoso, espresso con scherzi, che ci rimanda all’ Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, una critica ironica degli intellettuali medievali. “Di tutte le cose sicure”, diceva Brecht, “la più certa è il dubbio”. Insomma: quale “tipo” di dubbio scegliere? L’importante, di fronte alle certezza degli sciocchi, è dubitare.
Elogio del dubbio di Peter Berger e Anton Zijderveld Il Mulino, pagg.152
(“La Repubblica”, 17 settembre 2011)
di Barbara Spinelli
Il presidente Napolitano ha detto una cosa essenziale, domenica a Rimini, e niente affatto ovvia: che nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un´arma fondamentale. E che se la politica sta fallendo è perché quest´arma l´ha volontariamente ignorata per anni. Per questo siamo «immersi in un angoscioso presente, nell´ansia del giorno dopo»: un popolo tenuto nel buio non vede che buio. A destra la crisi è stata minimizzata, sdrammatizzata, spezzando nell´animo degli italiani la capacità di guardarla in faccia con coraggio e intelligenza. Prioritario era difendere, a ogni costo, l´operato del governo: «anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea». Ma la sinistra non è meno responsabile: nella battaglia contro Berlusconi non c´era spazio per l´analisi della crisi, delle mutazioni che impone, dei privilegi che mette in questione. L´obiettivo degli uni e degli altri era il potere fine a se stesso. Non importa quel che fai, con il potere: importa solo possederlo, o riconquistarlo. Attaccarsi al potere in questo modo è la via più sicura per perderlo, e perdere la democrazia. Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare: esso ci farebbe vedere i pericoli che corriamo, quando accusiamo solo la casta politica e non le mille caste che usano il denaro pubblico a fini privati e hanno un interesse nello status quo. Chi ci tiene all´oscuro lo fa con la nostra complicità, tutti abbiamo accettato di essere consumatori ciechi anziché cittadini vedenti. Se cominciamo a voler …
di Alberto Leiss
Strani giorni di agosto.Anche se non abbiamo capitali in Borsa, spiamo con apprensione aperture e chiusure delle piazze finanziarie globali. Il capitalismo si presenta come un personaggio imprevedibile e nevrotico.
Perché si comporta così?Come può essere possibile che la reputazione degli Stati Uniti – e in un certo senso di tutti noi – dipenda dalle valutazioni di una agenzia privata? Chi decide davvero le sorti del mondo? Un gruppo di speculatori ultramiliardari? I gerarchi del partito comunista cinese, unico potere politico che sembra ancora dotato di una qualche capacità di controllo sull’economia? Esperti e commentatori scrivono ogni giorno tutto e il contrario di tutto. Attacchi all’Italia da misteriose centrali tedesche. Ma no, i giudizi dei “mercati” sono giusti e fondati, anzi sacrosanti: chi si fiderebbe più di gente come Berlusconi, Bossi e Tremonti e della loro inconsistente politica economica?Meno male che sono stati “commissariati”. Dai banchieri Trichet e Draghi, e da un direttorio Merkel-Sarkozy, forse con lo zampino persino di Obama.
Ora abbiamo una “manovra” più dura che però non piace a nessuno (la apprezzeranno almeno i “mercati”?) e il cuore del premier “gronda sangue”.C’è una morale in questa storia? Fino a non molti giorni fa sembrava che l’emergenza, in Italia, fosse la diffusione del malaffare e del malcostume nel ceto politico. I giornali si erano riempiti di commenti sulla “questione morale” denunciata trent’anni fa da Enrico Berlinguer in una famosa intervista a Eugenio Scalfari. …
di Paolo Conti
Sarà una coincidenza, ma la lista degli enti pubblici con meno di 70 addetti e destinati alla soppressione è piena di prestigiosissime istituzioni culturali. Si rischia, col criterio meramente numerico, di amputare una parte delle radici su cui poggia la nostra stessa identità: la lingua, l’archeologia, la scienza (e anche lo sport: sparisce, infatti, quel che è rimasto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, il Coni, dopo la privatizzazione dell’ente). Ma bastano le storie di tre «enti», in realtà autentiche banche-dati culturali: l’Accademia della Crusca, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, il Museo storico della Fisica-Centro studi e ricerche Enrico Fermi.
La protesta dell’Accademica della Crusca ha già fatto il giro di mezzo mondo accademico: 428 anni di storia, il merito di aver stampato nel 1612 il primo vocabolario della lingua italiana in una penisola politicamente ancora frammentatissima. Strumento che diventò punto di riferimento per la linguistica europea. Assicura il ministro per i Beni e le attività culturali Giancarlo Galan: «L’Accademia non chiuderà. Troveremo la soluzione per non far morire questa istituzione storica che è l’unico baluardo a salvaguardia delle radici della lingua italiana». Aggiunge il suo sottosegretario Francesco Giro: «La sola idea che l’Accademia possa chiudere mi fa rabbrividire». La presidente della Crusca, Nicoletta Maraschio, ha annunciato un appello al presidente Giorgio Napolitano.
Assai meno rumore, almeno per ora, per l’Isiao, l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, nato nel 1995, dalla fusione tra il glorioso Ismeo, Istituto per il …
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