Gelmini, ministra impreparata

entero-gelminidi Enzo Costa

La ministra Gelmini, da Fazio, si applica ma non è preparatissima: dice che nella sparata contro la scuola pubblica lui è stato frainteso (e fin qui, la lezioncina l’ha imparata), però Fazio la interroga su “inculcare”: non è verbo sbagliato, grondante imposizione e non educazione, sia se riferito ai valori (negativi, per il Premier) trasmessi dai professori, sia se relativo a quelli (positivi, sempre per il Premier) proposti dalla famiglia? Ovvero: un capo del governo che, nel giudicare malamente la scuola pubblica, si esprime malamente, non dimostra – al di là del contenuto – di non essere all’altezza di giudicare la scuola pubblica? La ministra non risponde: fa finta di non capire, o – peggio – non capisce? Sarò fazioso: propendo per la seconda ipotesi. Però ha imparato altro: dire “piuttosto che” in senso disgiuntivo, per intendere “oppure”, “o anche”, è trendy, e perciò lo dice. Ma non sa che dirlo in quel senso è sbagliato. E’ sbagliato, ma lo dicono in tv, lo dicono molti anche di sinistra (figli di quelli che dicevano “nella misura in cui”?), e pure i radical chic: se la ministra scopre che parla come loro, avrà uno choc. E poi ha imparato a memoria, è il suo “argomento a piacere” preferito, quella del ‘68 origine di tutti i mali scolastici, fonte di qualsiasi disgrazia (dis)educativa, primo motore immobile di ogni sciagura (d)istruttiva. Qui va in automatico: lo dice e lo ripete. E quando Fazio  

Quella spada sul capo dei giudici

L´aula di giustiziadi Valerio Onida

Una delle norme del progetto di riforma costituzionale approvato dal governo prevede che «I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. La responsabilità civile dei magistrati si estende allo Stato».
L’articolo 2 della legge vigente sulla responsabilità civile dei magistrati (n. 117 del 1988) stabilisce che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale». Lo Stato poi si rivale sul magistrato (art. 7).

Se invece il danno consegue a un fatto costituente reato commesso dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni l’azione di risarcimento può essere esperita direttamente nei confronti del magistrato (art. 13).

Qual è la differenza fra la riforma annunciata e la legge già in vigore? Non è quella di rendere applicabile anche ai magistrati l’art. 28 della Costituzione sulla diretta responsabilità dei funzionari e dipendenti dallo Stato, «secondo le leggi penali, civile e amministrative», per gli «atti compiuti in violazione di diritti»:  

Un’Italia da rifare

Unita!
di Redazione de “Il foglio”

Festeggeremo anche noi il 17 marzo, senza solennità né entusiasmo. Festeggeremo perché dall’Italia e dalla sua storia abbiamo ricevuto molto, in bene e in male, di ciò che siamo, e perché per il bene di questo nostro Paese siamo da sempre impegnati. Senza troppa solennità, perché non è la più bella né la più importante delle date storiche nazionali.
Del 17 marzo 1861 rimane la bandiera tricolore, che è anche nella Costituzione. Non c’è più il regno, né i Savoia, né terre irredente, né leggi discriminanti tra italiani, né suffragio elettorale ristretto, né religione di Stato. Grazie a Dio. Quell’evento fu opera di qualche azione popolare, ma soprattutto delle armi dei Savoia, dei francesi, dei prussiani e di Garibaldi (avversari-alleati), dei maneggi di Cavour a spese dei soldati-contadini costretti, e di borghesi idealisti e nazionalisti…. Eppure fu anche un seme, un iniziale evento di libertà, tutta da realizzare nella vita quotidiana dei più poveri e sprovveduti.
Le date più importanti, vergognose o gloriose, che ci fanno cara l’Italia, sono altre. La vera unità d’Italia è il primo gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione, l’opera più civile e umana della nostra storia. Anche questo è un evento-promessa-impegno, è il dovere profondo del nostro popolo, sotto tutti i tradimenti, le barbarie, le ignoranze, le trame, le cadute e le riprese di questi 63 anni.
La festa della Repubblica e della Costituzione (questo  

La Merkel non passa il test

Angela Merkel - CDUdi Gabriele D’Ottavio

In Germania le elezioni regionali assumono spesso un significato che va ben al di là del contesto specifico in cui hanno avuto luogo. La perdita da parte della Cdu dopo 58 anni del Baden-Württemberg, il Land di Stoccarda e della Mercedes, potrebbe così delineare una piccola cesura storica, così come l’aveva segnata – mutatis mutandis – nel 2005 la perdita del Nordrhein-Westfalen da parte della Spd, che all’epoca lo governava da 39. Qualche osservatore precipitoso ha addirittura commentato che questa sconfitta potrebbe segnare l’inizio del tramonto dell’era Merkel.

L’attuale coalizione di governo cristiano-liberale di certo non gode di buona salute, ma al momento appare quanto meno prematuro parlare di crisi. Il risultato delle elezioni per il rinnovo dell’assemblea parlamentare in Baden-Württemberg (B-W) e Rheinland-Pfalz (R-P) parla chiaro: gli elettori hanno sanzionato, sia pure in misura significativamente diversa, le tre formazioni storiche della Repubblica Federale Tedesca (i cristiano-democratici, i socialdemocratici e i liberal-democratici) e premiato invece i Verdi, che per la prima volta avranno un loro ministro-presidente, peraltro in B-W, una delle regioni più ricche e popolose del paese.

Più nel dettaglio, in B-W la Cdu è stata riconfermata come primo partito con il 39% dei consensi, ma rispetto a cinque anni fa arretra di 5,2 punti percentuali, mentre in R-P consegue un modesto incremento (+2,4%) rispetto al risultato (32,8%) – il peggiore di sempre – ottenuto nel 2006. D’altra parte, se la Cdu  

Sul corpo delle donne africane

Moving Races, Mixing Culturesdi Tonio Dell’Olio

Le mutilazioni genitali sono tra le peggiori vergogne del mondo che si consumano sul corpo delle donne e che dovrebbero vedere una reazione internazionale più coesa e determinata. Per fortuna ci pensano le stesse donne africane per le quali continuiamo a chiedere il riconoscimento del Nobel per la pace! In questi giorni sono riunite a Roma per discuterne e assumere nuove iniziative. A dispetto di quanto si crede comunemente, la pratica delle mutilazioni genitali praticate sulle bambine continua ad essere applicata in 28 nazioni africane e, di queste, 19 hanno adottato leggi e hanno previsto sanzioni. Un cammino lungo e faticoso che si confronta con credenze ataviche e tradizioni ancestrali. Un cammino di liberazione che dovrebbe vederci tutte e tutti, in ogni parte del mondo, efficacemente mobilitati a fare la nostra parte perché non sia segnata, compromessa e messa in pericolo la giovane vita dell’Africa stessa. Una violenza che è stata condannata decisamente tanto dal cristianesimo quanto dall’Islam. Se a volte è necessario combattere una guerra, varrebbe la pena impegnarsi su questa, senza armi. Con un impegno culturale e politico di tutta la comunità internazionale.

(www.mosaicodipace.it , rubrica “Mosaico dei giorni”, 17 febbraio 2011)

L’invenzione della realtà

di Ezio Mauro

In poche ore accadono due eventi che riguardano il Presidente del Consiglio, il suo mondo aziendale, politico e personale – che coincidono dall´inizio e per sempre – e il nostro mondo reale, di cittadini ridotti a spettatori.
La prima scena è di ieri mattina. Chiamato a giudizio a Milano nel processo “Mediatrade” con l´accusa di frode fiscale e appropriazione indebita, il Capo del governo annuncia in anticipo che sarà presente in aula. Si può pensare, davanti a questo annuncio, che accetti di sottoporsi al giudizio senza delegittimare come sempre la magistratura che lo indaga e che deve pronunciarsi sui reati che gli vengono contestati, che intenda ascoltare le accuse e far valere le sue buone ragioni, dimostrando così che anche per lui vale il principio secondo cui la legge è uguale per tutti.
Ma in realtà si tratta di un´udienza preliminare, davanti al gup, dove si costituiscono le parti e si fissa il calendario delle udienze. Non è previsto che l´imputato parli, e lui lo sa bene. Dunque la presenza in aula ha una semplice funzione-civetta, serve da richiamo. Il vero evento politico riguarda quell´aula, nel senso che è concepito e messo in scena per condizionarla, ma avviene fuori: prima, e dopo. Prima, il Pdl ha mobilitato i suoi sostenitori per convocarli a Palazzo di Giustizia, replicando in grande l´operazione claque organizzata a tavolino una settimana fa, con la spedizione di anziani figuranti spaesati davanti all´aula del processo Mills, con tanto di coccarda azzurra  

Un passo falso

The entrancedi Raniero La Valle

C’è un caso serio che si è aperto nella Chiesa italiana e nella stessa comunità civile. È un’agenda di “problemi cruciali” e di cose da fare (detta “un’agenda di speranza per il futuro del Paese”) che è stata presentata dai vescovi a conclusione della recente Settimana Sociale dei cattolici tenutasi a Reggio Calabria. Che qualcuno si preoccupi di quel che ci sarebbe da fare in questo povero Paese per riaprire i cuori alla speranza è certamente una cosa positiva, come è positivo dire che tra le cose più ragionevoli e giuste da fare ci sia di accogliere gli stranieri. È motivo però di grande sconforto e allarme trovare che i “primi temi” indicati siano quelli attinenti al “consolidamento di una democrazia governante” (espressione che nell’attuale gergo politico indica la prevalenza dei poteri sui diritti) e che questi temi vengano identificati così: a) rafforzamento dell’esecutivo; b) sviluppo del federalismo; c) sistema elettorale maggioritario; d) bipolarismo; e) legge che disciplini la vita dei partiti e ne regoli la democrazia interna (ipotesi discussa, ma respinta, alla Costituente); e tutto ciò in una “forma di governance” che si preferisce definire “poliarchica” invece che democratica, con un richiamo non pertinente a Benedetto XVI che nell’enciclica “Caritas in veritate” usava sì il termine “poliarchico”, ma non per incoraggiare una frammentazione feudale dei poteri negli ordinamenti interni, bensì per sostenere una pluralità dei poteri sul piano internazionale, contro il mito di un unico governo  

Primavera araba. Forze in campo e prospettive

tuareg libiadi Valerio Ochetto

Su YouTube gira in questi giorni un video-montaggio che inizia con una citazione di al-Zawahiri, secondo di Bin Laden, mentre urla che la rivoluzione nei Paesi arabi potrà essere fatta solo con le armi. Segue uno spezzone di tunisini festanti che in avenue Bourguiba celebrano la caduta di Ben Alì e una voce sovrapposta dichiara: prima risposta. Poi vengono gli egiziani di piazza Tahrir e la stessa voce aggiunge: seconda risposta. È uno dei tanti video dei giovani e ignoti protagonisti della rivoluzione nonviolenta che sta scuotendo il mondo arabo e islamico. La “primavera” del mondo arabo è già stata paragonata ai tornanti storici del secolo scorso: al ‘68 della contestazione giovanile e al 1989-91 del crollo, sempre in forma nonviolenta, dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica.
L’annuale convegno, a Roma, della Comunità di Sant’Egidio (“Agenda della convivenza. Cristiani e Musulmani per un futuro insieme”, 23/2) ha agganciato l’attualità che ci tiene sospesi in questi giorni. Vittorio Ianari ha detto che questo elemento della nonviolenza smentisce chi, sinora, considerava l’islam intrecciato inestricabilmente con la violenza. L’eccezione, per il momento, è costituita dalla Libia, e non certo per volontà dei dimostranti, come nel 1989 era stata la Romania di Ceausescu.
Quali sono i protagonisti principali sulla scena, mentre le rivoluzioni continuano a diffondersi?
I movimenti giovanili che, dopo essere stati i protagonisti propulsivi, hanno già dichiarato (come il “Gruppo 6 aprile” in Egitto)  

Testamento biologico. Dovere alla vita o libertà personale?

Mina Welbydi Michele Di Schiena

Il disegno di legge sul cosiddetto “testamento biologico” approda in questi giorni alla Camera tra contrasti e riserve. Si tratta di un testo che appare più preoccupato degli effetti che potrà avere sugli umori elettorali che dell’esigenza di disciplinare nel migliore dei modi una materia assai delicata e complessa.
Nel redigere il testamento biologico, definito «dichiarazione anticipata di trattamento», il cittadino «esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari in previsione di una eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere». Il testo precisa che il dichiarante si deve pronunciare «circa l’attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari» e che può essere esplicitata la rinuncia a trattamenti «di carattere sproporzionato o sperimentale». Aggiunge inoltre che l’interessato può nominare un fiduciario che si impegna ad agire nel «migliore interesse del paziente».
Sembrerebbe quindi che la legge voglia dare un peso determinante alle scelte del paziente, ma in realtà così non è perché il testo aggiunge che «l’alimentazione e l’idratazione sono forme di sostegno vitale» che «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Ne consegue che il sondino nasogastrico diventerebbe obbligatorio dal momento che viene considerato un sostegno fisiologico e non un «trattamento sanitario» che, ai sensi dell’art. 32 della Costituzione, non può essere in alcun modo imposto a chi lo rifiuta. Ma c’è di più: ogni scelta dell’ammalato finirebbe per essere priva di qualsiasi efficacia vincolante perché il Ddl  

Un premier sotto ricatto

Processo Breve, Giustizia MORTAdi Massimo Giannini

Un presidente del Consiglio sotto ricatto. Un governo a responsabilità e a sovranità limitata. Da qualunque parte la si osservi, l´Italia offre di sé un´immagine da fine Impero. Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana. Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un´opinione pubblica confusa e disinformata, non vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della «democratura» berlusconiana. La «promozione» di Saverio Romano a ministro è l´ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale. L´emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l´ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio. Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa «campagna acquisti» che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini. La sparuta pattuglia dei cosiddetti «responsabili», assoldati tra le anime perse dei «disponibili» di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno. Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro. A costo di imbarcare, al dicastero dell´Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un´inchiesta per concorso  

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