Il nemico francese

di Filippo Ceccarelli

Ecco, ci mancava giusto il nemico francese. «Alla Francia il petrolio, a noi gli immigrati» si legge su certi manifesti comparsi in questi giorni a Roma. Il vittimismo antifrancese unifica i seguaci della destra sociale di Alemanno a quelli nordisti di Bossi che di fronte al fatto compiuto dei bombardamenti in Libia ha concluso con la consueta eleganza: «Finirà che ce la prendiamo noi in quel posto». Berlusconi è nero con Sarkò.
Raramente gli capita di sentirsi gabbato, e stavolta è successo che mentre lui volava a Parigi, per giunta nel pieno dell´irresolutezza, quell´altro non solo si era già messo d´accordo con inglesi e americani, ma era già partito con i bombardieri. La situazione ricorda l´incipit di una di quelle barzellette che al Cavaliere piace tanto raccontare. Ma il finale è aperto. In Parlamento e fuori il ministro Frattini è stato molto poco diplomatico, la grana sulla Nato e sul comando delle operazioni militari era quasi dovuta, però è arrivata tardi e sapeva di ripicca.
La contemporanea guerra commerciale sulla Parmalat rinfocola, a colpi di decreti legge, l´avversione antifrancese. L´autocompatimento si estende ai tanti, ai troppi posti che Parigi occupa nelle istituzioni finanziarie, Fondo Monetario, Bce. È la variante tecnocratica di un´antica antipatia che i governanti italiani, specie quando si trovano nelle peste per faccende di scontento sociale o di cialtronate che di colpo si rivelano tali, riattizzano con la malcelata speranza di spostare l´attenzione su qualcosa che  

Il senso della Pasqua per chi non crede

di Carlo Maria Martini

Mentre il Natale suscita istintivamente l’immagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse. È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di un’esistenza ridonata a chi l’aveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un po’ in tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) un’atmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile. Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno dell’oscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia». Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.
Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come  

Se i giovani fuggono dalla Università

di Tito Boeri

Il ministro dell´Istruzione, Università e Ricerca è intervenuta più volte nelle ultime settimane sui mass media. In nessuna di queste occasioni ha ritenuto di commentare i dati sul forte calo delle immatricolazioni alle università italiane nel 2011-12. È un silenzio molto eloquente. Assieme ai suoi colleghi di governo, sembra intenzionata ad assecondare il disinvestimento in capitale umano che il nostro Paese sta inconsapevolmente compiendo. Il governo ne è però consapevole: nel Piano nazionale di riforma, predisposto nell´ambito della nuova programmazione economica europea, si pone l´obiettivo di tenere saldamente i livelli di istruzione terziaria da qui al 2020 al di sotto di quelli della Romania, candidandosi ad essere il fanalino di coda dell´Unione in quanto a percentuale di laureati sulla popolazione. È un disinvestimento, dunque, voluto, posto come obiettivo strategico per i prossimi dieci anni.
Nei periodi di crisi le iscrizioni ai corsi universitari aumentano perché il tempo dedicato allo studio non viene sottratto ad attività remunerative, dato che non si trova comunque lavoro. È avvenuto anche nella Grande Recessione. Ovunque, tranne che da noi. Negli ultimi tre anni abbiamo subito una riduzione di quasi il 10 per cento delle immatricolazioni, pur avendo già ora uno dei rapporti tra laureati e popolazione in età lavorativa più bassi dell´Unione europea. Non si tratta di un fenomeno legato all´invecchiamento della popolazione. Non c´è stata una diminuzione delle coorti in uscita dalla scuola secondaria. Al contrario, nel 2010 ci sono stati 5.000 diplomati  

I nuovi notabili

Urnadi Massimo Grimellini

La maggioranza degli storici e dei commentatori ha celebrato i nostri 150 anni dibattendo unicamente intorno alle origini dello Stato: come se alla commemorazione del nonno i nipoti sfogliassero l’album fotografico del suo battesimo, disinteressandosi del seguito. Purtroppo figure gigantesche come Cavour e Garibaldi non hanno molto a che spartire con l’Italia del 2011. Mentre basta spostarsi all’epoca successiva, l’ultimo scorcio del Ottocento, per respirare subito un’aria più familiare. Valori smarriti, partiti ridotti a comitati d’affari, compravendita di parlamentari, corruzione, scandali, cricche, mazzette. L’Italia dei notabili, la battezzò Indro Montanelli.

Cessata la spinta ideale, la politica diventa una palude nella quale sguazzano coccodrilli di modesto spessore, ma dotati di un appetito mostruoso. I due partiti «forti» nati dal Risorgimento, la destra cavouriana e la sinistra garibaldina (e qui il parallelismo con la Dc e il Pci forgiati dalla Resistenza è abbastanza impressionante) lasciano il posto a un vuoto morale e a una casta di capibastone legati al territorio, ciascuno titolare di un proprio pacchetto di clienti e di voti. Sono questi uomini, mossi esclusivamente da interessi di piccolo cabotaggio contrabbandati per «spirito di servizio», a fare e disfare maggioranze e governi, inaugurando la pratica del trasformismo e utilizzando «la macchina del fango» per sbarazzarsi degli avversari.

Crispi viene estromesso dal collega Nicotera, che passa sotto banco a un giornale le prove della sua bigamia. Qualche anno dopo è Crispi che costringe alle dimissioni Giolitti con una serie di rivelazioni compromettenti  

Il processo breve di re lanterna

Où Allons Nousdi Franco Cordero

Vanno in scena trucchi berlusconiani. Sui tribunali e corti d´Italia pende la minaccia d´una mutazione mai vista nella monstrorum historia. I processi durano troppo. Vero, e in larga misura dipende da procedure perverse: ormai il capolavoro difensivo sta nello schivare la decisione sul merito (se esista o no un colpevole), finché la prescrizione inghiotta reato, pena, processo; già accorciati pro domino, i termini aspettano un secondo taglio. Gl´intenditori sanno quale sia l´antidoto: tempi stretti, economia verbale, contraddittorio serio, disciplina dell´udienza, ossia garantismo accusatorio; ma bisogna rimettere le mani nel codice estirpando antichi vizi; argomento malvisto dai dulcamara Pdl, nel cui quadro mentale la procedura è arte del perditempo leguleio (ad esempio, togliere al giudice il vaglio d´ammissibilità e rilevanza della prova, sicché l´imputato ricco, astutamente assistito, ingolfi il dibattimento d´oziose messinscene istruttorie allungandolo finché vuole).
Ed ecco il rimedio sovrano: imporre termini perentori, correlativi alle varie fasi (dall´imputazione all´accusa o non doversi procedere, dibattimento, appello, procedimento in cassazione, eventuale sèguito); scaduto uno dei quali, voilà, il processo svanisca, anche fossero state emesse condanne all´ergastolo, magari confermate in appello. Ripetiamolo: non esiste precedente nella storia degl´istituti aberranti; fantasie simili indicano un´ignoranza vandalica. Chiamiamola estorsione: «Se non ottengo l´immunità sotto qualche forma, fracasso il sistema»; e vanno in fumo enormi carichi giudiziari. Viene in mente Mackie Messer, senza la poesia nera che Kurt Weill ha insufflato musicando John Gay e Bertold Brecht. L´equazione era calcolata sull´interesse del  

Fine vita, una legge che da di muffa

Sì al testamento biologicodi Aldo Schiavone

Non c´è, per gli umani, esperienza più soggettiva e incomunicabile della morte: ma insieme anche più condivisa. Questo doppio statuto – il massimo dell´impenetrabilità per il massimo della diffusione – contribuisce ad avvolgerla in un paradosso d´ombra che sempre si rinnova, e da cui non si esce. Ma non è solo un grumo pietrificato nell´immobilità, la morte. Per attenuare l´impatto emotivo della sua presenza, la fantasia mitico religiosa di molte civiltà ha spesso cercato di distendervi sopra immagini meno dure, che racchiudessero almeno un punto di luce. Fra le più comuni, quelle del viaggio, della partenza: con acque da attraversare e nocchieri da ricompensare, fino alle parole struggenti del Vangelo di Luca – «Ora lascia che il tuo servo vada, Signore… Nunc dimittis servum tuum, Domine», o al congedo misterioso e incantato di Socrate dai suoi giudici, nell´apologia platonica.
È anche storia, dunque, la morte. Storia delle emozioni che induce; storia delle pratiche – tecniche e sociali – che l´accompagnano e ne definiscono la condizione. Ebbene, è proprio questo punto capitale – della storicità del morire – quello che lo sgangherato disegno di legge sul cosiddetto testamento biologico più colpevolmente ignora, con conseguenze culturalmente e normativamente disastrose. I nodi che vengono al pettine sono due, ed entrambi decisivi: quello della pretesa “naturalità” della morte, e quello della “indisponibilità” assoluta della vita: la loro combinazione determina la cornice ideologica che fa da supporto all´intero  

Perchè è possibile rinunciare al nucleare

Il Nucleare non serve all´Italia (C-DAY 12.03.2011 Roma)di Mario Pirani

Ho sempre avuto grandissima stima ed affetto per Umberto Veronesi come uomo e come Maestro delle scienze medico-chirurgiche. La sua competenza oncologica rende altresì, sotto questo aspetto, prezioso il contributo che potrà dare all´Agenzia della sicurezza nucleare che è chiamato a presiedere. Ma, mentre apprezzo la conclusione del suo articolo (Repubblica del 19 marzo) circa l´opportunità di una moratoria per dar tempo a un ripensamento, nutro forti dubbi sulla sua affermazione secondo cui sarebbe «scientificamente vero che senza l´energia nucleare il nostro pianeta, con tutti i suoi abitanti, non sopravviverà, per cui non dobbiamo fare marcia indietro, ma andare avanti, ancora più in là con la conoscenza». Temo che questa convinzione non poggi allo stato dei fatti su basi solide. Oggi resta purtroppo incontestabile che nessuno è ancora in grado di valutare quali possono essere nel tempo e nello spazio i danni di una catastrofe nucleare. È una non misurabilità che si accompagna alla constatazione che non esistono finora difese preventive (ancor meno per i depositi del materiale fissile consumato) tali da garantire il 100% di sicurezza o di avvicinarvisi. Il Giappone, seconda potenza economica e tecnologica del mondo, sta lì a provarlo.
Vi è piuttosto una propensione prometeica allo sviluppo insostenibile, alla sua sovrapposizione ai valori del progresso umano e, soprattutto, una preminenza del profitto e dell´iper consumo che alimenta teorie e principi culturalmente  

Unità e Costituzione

Woody in difesa della Costituzionedi Andrea Manzella

“Unità e Costituzione” non fu solo la felice formula politica degli anni tumultuosi della tessitura italiana. Furono anche le parole che resero possibile il nostro Risorgimento. Esse dettero infatti alla vicenda italiana il significato di una progressiva conquista di libertà. Legarono perciò l´identità del nuovo Paese non al fatto territoriale di una serie di annessioni nazionalistiche, ma al grande movimento liberale che attraversava l´Europa. In questo senso la nostra identità fu un fatto “europeo” prima ancora che nazionale-italiano.
“Noi credevamo”, allora, in quelle due parole. Anche quando le speranze di farcela erano assai poche. Furono quelle anzi le parole che permisero la creazione di uno spazio, piccolo ma decisivo, di convivenza degli opposti: monarchici e repubblicani; cattolici e laici; ceti “ristretti” e classi popolari. Il nostro “mondo di vita” nazionale prendeva le forme istituzionali di una comunità democratica. Fu, dunque, il nostro, fin delle origini, un “patriottismo costituzionale”.
Quando, con il fascismo, quella formula si ruppe, quando ci fu la scissione tra il valore dell´unità-statale e i valori costituzionali, venne meno la stessa identità del Paese. Si deformò il suo “volto” originario in cui tutti si erano riconosciuti. Lo Stato “illiberale” fu l´anti-Italia, nonostante l´ossessivo richiamo all´idea di nazione.
La perdita della “legge-fondamentale”, come bussola e ragione della cittadinanza, determinò la secessione silenziosa di tutti quegli italiani che si sentivano tali perché c´era stato il Risorgimento. Essi videro nello  

Crisi politica. Ecco perchè siamo caduti così in basso.

No B Daydi Vincenzo Visco

Perché ha vinto sempre il Cavaliere? È che con la crisi della prima Repubblica si è aggirato il tema vero: una ristrutturazione profonda del sistema di potere. Molti si chiedono in questi giorni come abbiamo fatto a cadere così in basso, come è possibile che accada ciò che accade. Si tratta di domande cui tutti dovremmo cercare di rispondere. A ben vedere uno degli aspetti singolari delle vicende attuali consiste nel fatto che i protagonisti di oggi sono in buona misura gli stessi che già operavano nei governi della «prima Repubblica» o loro collaboratori e sodali. Ciò è vero per il capo del Governo per alcuni ministri e persino per i faccendieri in attività, alcuni dei quali presenti non solo negli elenchi della P2, ma anche nelle cronache politicogiudiziarie del passato in quanto collegati alle vicende SindonaCalvi, o al riciclaggio di capitali, o alla mafia, alla camorra, alla banda della Magliana… In altre parole la seconda Repubblica appare come una prosecuzione distorta della prima; la vicenda di tangentopoli non è servita né a superare il malaffare di allora né tanto meno a creare una nuova classe dirigente come molti speravano potesse avvenire. La decadenza etica e politica che quella vicenda rendeva esplicita è continuata, anzi si è incrementata. Non vi sono anticorpi in azione né si vede capacità di riscossa, al contrario il Paese sembra avviato su un sentiero di decadenza economica e morale senza precedenti.

Un governo sempre in difesa

_BYE_BYE___BERLUSCONIdi Luigi La Spina

Da mesi, ormai, c’è una sola domanda che domina le chiacchiere degli italiani, sia quelli che la politica la osservano da lontano, magari con distacco e sfiducia, sia i tifosi dell’uno o dell’altro schieramento, smaniosi più di vedere nella polvere l’avversario che al potere la propria parte: questo governo Berlusconi arriverà fino alla fine della legislatura?

La risposta sembra variare di giorno in giorno, come gli indici di Borsa, in un’altalena legata ad altre domande, al contrario, del tutto contingenti. Dipenderà, si dice, dal raggiungimento o no della ormai famosa «quota 330», il margine di deputati della maggioranza che il presidente del Consiglio ritiene possa garantire una navigazione parlamentare meno affannosa per i provvedimenti del suo ministero. Dipenderà, si dice ancora, dall’andamento dei suoi processi, un fronte sul quale si svolge una battaglia pornoleguleia del tutto imprevedibile. Oppure, si dice infine, dipenderà dagli umori tellurici di Bossi, scossi tra gli impegni di Stato del suo ministro Maroni e i brontolii di sondaggi, non più così confortanti, sulle opinioni dei suoi elettori. La domanda che, invece, sarebbe più opportuno farsi è diversa: altri due anni di questo governo per fare che cosa?

Certo, al potere si devono anche fronteggiare le emergenze. E di emergenze, a partire da quella immigratoria dopo lo scoppio del cosiddetto «risorgimento arabo», ne abbiamo sotto gli occhi una davvero tragica, dal punto di vista umano, e complicata, da quello politico. È vero che la gestione dell’esistente,  

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