Fukushima

Il potere dei soldidi Raniero La Valle

Una delle novità portate dalla nuova cultura della nuova destra della nuova Repubblica è di avere derubricato l’osceno. Esso non deve più essere nascosto, ma entrare “in scena”; difatti ha preso dimora nelle ville e nei palazzi del potere, è salito al governo, è entrato nel processo di formazione di un Consiglio regionale, trabocca nelle barzellette e nelle bestemmie del presidente del Consiglio. Tuttavia l’osceno maggiore è stato mostrato dalla Camera dei Deputati inchiodata per giorni e notti ai pulsanti del voto per decidere, sostituendosi ai giudici di Milano, di archiviare un processo di corruzione in atti giudiziari a carico del capo del governo. L’aula parlamentare al posto di un’aula di giustizia: non si potrebbe immaginare un conflitto di attribuzioni più evidente e ostentato di questo.
Allo spettacolo hanno concorso ministri che nelle stesse ore avrebbero dovuto affrontare la tragedia degli sbarchi a Lampedusa e dei naufragi a Pantelleria, ricucire lo strappo con l’Europa prodotto dalla politica xenofoba della Lega, gestire una inconsulta guerra con la Libia, trovare qualche rimedio alla caduta del reddito e dell’occupazione, mettere un freno all’impoverimento generale del Paese; invece di governare, ecco i ministri a presidiare il fortino di Montecitorio, per resistere ai Tartari che però non arrivano mai.
La realtà è che abbiamo perduto il Parlamento, proprio l’istituzione suprema della democrazia, l’estremo baluardo delle pubbliche libertà. Il vero dissesto nei rapporti tra i poteri dello  

Vento di pace

Assisi - Basilica S. Francescodi Giancarlo Maria Bregantini

Credo che non sia sfuggita a nessuno la triste coincidenza tra due date, con una cadenza terribile: fu, infatti, il 19 marzo del 2003 che iniziò la guerra contro l’Iraq. E proprio il 19 marzo del 2011 è incominciata la guerra contro la Libia. Otto anni di inutili stragi, che non ci hanno insegnato nulla. Davanti alla guerra in Iraq si levò subito il monito durissimo di papa Giovanni Paolo II, che ben conosceva il dramma di conflitti, apparentemente facili all’inizio, ma tragici nel loro imprevedibile svolgersi. La guerra, infatti, resta sempre un’avventura senza ritorno.
E quando nel 2003, come cattolici, anche su importanti riviste come Famiglia Cristiana, prendemmo netta posizione contro quella guerra, quante pesanti lettere minacciose ricevemmo!
Anche da parte di preti e di cattolici, che ci definivano superficiali, incapaci di capire la realtà, nemici degli americani. A otto anni di distanza, sarebbe bello rileggere quelle lettere, per cogliere chi aveva ragione, chi era realmente nemico degli americani. La guerra in Iraq non ha avuto né vinti né vincitori. Tutta l’umanità ha fatto un passo indietro. E l’Italia non ha saputo ripudiare la guerra come mezzo di soluzione dei conflitti internazionali, come chiesto dalla nostra bella Costituzione!
Anzi, la guerra si è estesa all’Afganistan, con tanti morti anche tra i nostri ragazzi, mandati a “difendere la pace”. Ogni volta seppelliti tra commoventi liturgie, che però  

Difendere la Resistenza

di Benedetta Tobagi
25 aprile
Che foste in piazza oppure no, tutti possiamo contribuire alla “resistenza culturale”. Il 25 aprile deve travasarsi in un lavoro quotidiano che non consente deleghe: un compito a cui siamo chiamati tutti, faticoso, ma irrinunciabile. In una Milano deserta, il corteo era affollato come sempre, colorato, tranquillo: l’invito a disertarlo per la gita di pasquetta
è caduto nel vuoto. Buon segno. E per fortuna non piove.Sui volti e nei discorsi delle persone che inondano le vie di una città ancora scossa dai manifesti osceni che paragonavano i magistrati alle Br affiorano però anche i sentimenti che ho incontrato di frequente nelle ultime settimane tra amici, colleghi, sconosciuti incontrati per caso: un forte senso d´impotenza, esasperazione, stanchezza. Sentimenti che io stessa ho provato. Sprazzi di rabbia – nei ragazzi che urlano dai carri “via il Rais”, un Berlusconi dipinto con la faccia da Joker, il nemico di Batman. Nelle strade, su cartelli, magliette, spille e striscioni, si sente l´effetto di logoramento psicologico prodotto dalle violente esternazioni antisistema di Berlusconi e dell´ala più oltranzista dei suoi sostenitori, a cui si è aggiunto il solito can can di dichiarazioni che sviliscono la festa nazionale di Liberazione.
Camminare in questa folla ripropone più urgenti domande e riflessioni: che effetti cerca chi da anni avvelena sistematicamente i pozzi mistificando i fatti, equiparando partigiani e ragazzi di Salò, magistrati e brigatisti (o trasformando i mafiosi in eroi e i  

Zapatero abbandona. E ora? Analisi e idee

ZAPATERO - Gavà 2007di Josep Maria Carbonell

Intendo cercare di spiegare come il PSOE sia riuscito a restare al potere durante questi ultimi sei anni e perché nei sondaggi di opinione si collochi, con uno scarto tra gli 8 e i 10 punti, al di sotto del Partito Popolare. In terzo luogo, vorrei fare alcune riflessioni sul futuro della sinistra socialdemocratica in Spagna e in Europa.

1. Il recupero del potere politico da parte del PSOE in 2004.

Ricordiamo che il PSOE ha governato ininterrottamente in Spagna dal 1982 al 1996. Sono stati 14 anni emblematici nella storia politica della Spagna. Anni nei quali si riuscì a superare la crisi politica originata dal tentato colpo di Stato del 1981 e nello stesso tempo una profonda crisi economica e sociale. In quei 14 anni nei quali è stato al governo in Spagna e in diversi enti locali e molti comuni, si creò un partito politico esteso a tutta la Spagna. Durante i diversi governi di Felipe González, la Spagna visse cambiamenti strutturali che permisero il suo ingresso nell’Unione Europea, un ridimensionamento del ruolo delle Forze Armate e, in molti sensi, lo ribadisco, la spinta verso una trasformazione storica della Spagna.

Oggi, questo periodo è ancora presente nella cultura politica del Paese. E’ una delle ragioni che spiegano perché il socialismo democratico, il centrosinistra spagnolo, mantenga una forza significativa in Spagna. Ricordiamo che González perse le elezioni per il sorgere di diversi  

La teologia della liberazione piange Josè Comblin, “teologo del popolo e con il popolo”

di Claudia Fanti

Padre José Comblin en el banquillo

La Chiesa della liberazione perde, uno dopo l’altro, i suoi figli più illustri. Senza neppure la consolazione che vi sia, almeno per ora, chi possa prenderne il posto. Ad andarsene è stato, lo scorso 27 marzo, il prete belga naturalizzato brasiliano José Comblin, uno dei padri fondatori della Teologia della Liberazione, nonché uno dei massimi ispiratori della Chiesa dei poveri in America Latina. È morto di infarto, nella città di Simões Filho, nello Stato brasiliano di Bahia, in cui si era recato per tenere, come innumerevoli volte aveva fatto durante la sua vita, un corso per le Comunità di Base. Lo hanno trovato senza vita, seduto nella sua stanza, dove erano andati a cercarlo non vedendolo arrivare alla preghiera del mattino. Aveva da poco compiuto 88 anni.

Laureato in Teologia all’Università Cattolica di Lovanio, José Comblin era giunto in Brasile nel 1958, rispondendo ad un appello di Pio XII, il quale, nel documento Fidei donum, aveva auspicato la presenza di missionari in regioni povere di sacerdoti. Dopo tre anni passati in Cile, il teologo si era recato, nel 1964, in Pernambuco, su invito di dom Hélder Câmara (appena nominato da Paolo VI arcivescovo di Olinda e Recife), dove si era dedicato alla formazione di seminaristi sulla base di una metodologia adeguata al mondo rurale, nota come Teologia della zappa (Teologia da Enxada).

 

Se io fossi un tunisino

Immigrati Lampedusadi Adriano Sofri

Mettiamo che io sia un tunisino di vent´anni su uno spiazzo di Lampedusa. Aspetto di essere imbarcato ma sotto il maestrale il mare urla e biancheggia. La polizia ci ha tolto, uno per uno, le cinture dei calzoni e i lacci delle scarpe. (Dove le metteranno? Ce le restituiranno?)
Perché ce le tolgono? Come potremmo minacciarli con i lacci da scarpa? Forse vogliono impedirci di impiccarci. Ma allora sta per succedere qualcosa di così terribile che vorremo suicidarci? In ogni caso, è davvero umiliante essere spogliati dei lacci e restare coi pantaloni in mano.
Mettiamo che io sia un poliziotto di vent´anni e stia ritirando lacci e cinture a questi tunisini, ragazzi per lo più, che continuano a dire “Italia Italia” e “Libertà libertà”. Mi hanno mandato qua – avrei voluto venirci in vacanza – e da 48 ore stiamo occupandoci, senza dormire e mangiando male, di questi disgraziati che non mangiano e non dormono. Pare che, una volta salpati, li porteremo indietro a loro insaputa in Tunisia. Sarà per questo che gli leviamo cinture e lacci, perché non si impicchino per disperazione. Ma se si immagina che possano farlo, che cos´altro si deve aspettarsi che facciano?
Mettiamo che io sia un abitante di Lampedusa, non so, un pescatore. Non ho niente, davvero, contro questi spiaggiati. Le loro facce mi sono familiari, con tanti di loro ho parlato. So quanti se ne perdono in questo  

Anarchia in Università

entero-gelminidi Gilberto Capano

Le università stanno lavorando alla predisposizione dei nuovi statuti. La legge Gelmini concede loro sei mesi (più tre di deroga) per cambiare gli assetti statutari del governo dell’ateneo e alla sua organizzazione interna. Un passaggio che potrebbe rappresentare una svolta storica per l’università italiana oppure un’occasione perduta.
La legge, infatti, cerca di ridisegnare gli assetti istituzionali interni degli atenei, mirando a risolvere quell’irresponsabilità decisionale che ha caratterizzato l’università dell’autonomia.
Sia chiaro: la legge, paradossalmente, lascia troppa autonomia alle università nel decidere cosa fare sulla governance istituzionale rispetto, almeno, alla legislazione di riforma introdotta negli altri paesi europei. Infatti, in Francia, Danimarca, Austria, Olanda, Portogallo, Svezia, Germania, Svizzera e Finlandia, la legge ha “imposto” agli atenei come organizzare il proprio governo interno. In Italia, invece, si è scelto di dettare dei principi generali che gli atenei possono interpretare con ampi margini di autonomia. Bello a dirsi, vero? Peccato che poi, nella realtà, si rischi davvero che gli autonomi atenei continuino a commettere gli stessi errori di prima, attuando quindi i principi di legge in modo da cambiare poco o niente la realtà.
Due sono le questioni rilevanti sulle quali si rischia decisioni inutile se non dannose: la questione del governo dell’ateneo e il coordinamento della didattica. Sul primo punto, nonostante la legge sia chiara (l’organo che decide le strategie è il cda, il rettore governa, il senato accademico, rappresentando la comunità universitaria tutta, propone e suggerisce), molti atenei  

L’atomo in Italia, ne vale davvero la pena?

Intervista ad Alessandro Ovi di Lucilla Guidi

Atomium

“Conviene riprendere il programma nucleare dopo quasi 25 anni di sospensione? Vale la pena avviare un processo complesso e molto oneroso, quando il problema della sicurezza resta drammaticamente irrisolto e la prima centrale vedrebbe comunque la luce tra minimo 15 anni?
E tutto questo, a fronte di quali certezze sui costi? Non converrebbe invece investire sulle rinnovabili, i cui costi tendono a diminuire nel tempo, puntando su un sistema diffuso di produzione dell’energia, in grado di sfruttare le reti intelligenti di cui già l’Italia dispone? ” .
Alessandro Ovi, ingegnere nucleare, Direttore dell’edizione italiana della “Technology Review”, la rivista del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, suggerisce alcune questioni fondamentali sulle quali l’Italia deve riflettere dopo che il disastro di Fukushima ha costretto tutti i paesi del mondo a porre la questione energetica ai primi posti dell’agenda politica, mentre l’Italia ha congelato il programma nucleare e la battaglia per il referendum è già cominciata.

Cosa comporterebbe rimettere in piedi in Italia il programma nucleare?

Dopo il referendum del 1987, l’Italia non solo ha spento le centrali ma ha interamente smantellato il programma. Oggi abbiamo un unico asset di gestione del nucleare – l’Enel – nessuno sul fronte della produzione, un’enorme carenza di know how. Il cammino sarebbe molto lungo e richiederebbe investimenti notevoli. La domanda è: ne vale la pena? Il problema della sicurezza continua  

La monomania della guerra

The warriors(Appeared again scrap iron)di Raniero La Valle

I monarchiani erano quegli eretici dell’antichità cristiana che per affermare l’assoluta unicità di Dio si opponevano alla nascente elaborazione teologica trinitaria; contro i diversi modi di intendere la distinzione tra il Padre e il Figlio incarnato, proclamavano: “monarchiam tenemus”, donde il nome di monarchiani. Da lì derivarono tutte le eresie monistiche: monofisismo, monotelismo, monoenergismo (una sola natura in Cristo, una sola volontà, una sola energia); vedendo una sola cosa quegli eretici non riuscivano a vederne e a concepirne altre, cioè non riuscivano a vedere il cristianesimo; erano maniaci di una sola cosa, non teisti, ma idolatri.
Anche gli statisti moderni sono monarchiani, conoscono una sola cosa, sanno fare una sola cosa, sono maniaci di una sola cosa: la guerra. Ci vuole il petrolio, bisogna allargare i mercati, c’è un dittatore, i diritti umani sono violati, un Paese è invaso, gli insorti sono repressi? Subito è pronta la risposta, quella “fretta della guerra” che è stata denunciata all’inizio dell’intervento contro la Libia dal vescovo Giudici presidente di Pax Christi; la monocultura della guerra non sa produrre altra idea che questa. Così avvenne con l’Iraq, così con la Iugoslavia, così con l’Afghanistan, così con la Georgia, per non parlare dei mille conflitti dimenticati che fanno della guerra un “continuum” nel succedersi delle stagioni.
È vero che la sovranità moderna nasce con questo segno di identificazione: sovrano è chi ha il diritto  

La riforma epocale e le “prove di regime”

Palazzaccio(Particolare)
di Domenico Gallo

Sono tre anni che il governo Berlusconi agita la spada di una riforma complessiva del sistema giustizia. Sinora, però, la macchina da guerra di Arcore si è impantanata in una guerra di trincea aprendo due fronti: la legge sulle intercettazioni ed il processo breve. Le iniziative su questo terreno più che riformare il sistema puntano a neutralizzare il contrasto alla criminalità, togliendo alla polizia gli strumenti di indagine (intercettazioni), fino al punto di cancellare il potere punitivo dello Stato, anche nei confronti della mafia, attraverso la decadenza del processo (processo breve, v. Adista n. 53/10). Si tratta di provvedimenti inusitati, inconcepibili, perché hanno natura demolitiva nei confronti della giurisdizione quale funzione essenziale nel contratto sociale per garantire la convivenza pacifica dei cittadini.
Il progetto sotteso a queste due riforme, che tanto stanno a cuore al presidente del Consiglio, si è arrestato per la defezione dei finiani che, proprio sul tema della legalità, hanno trovato la ragione sociale della scissione. Nel frattempo è esplosa per Berlusconi la grana del processo Ruby, che ha fatto precipitare il livello dello scontro. È uno scontro che non consente alcun tipo di mediazione, per cui o vinceranno le istituzioni democratiche e Silvio Berlusconi dovrà rispondere dei suoi guai con la giustizia come ogni altro cittadino, oppure le istituzioni democratiche saranno travolte. Non c’è dubbio che nell’orizzonte di Berlusconi quelle che devono essere travolte sono le istituzioni democratiche e, a questo punto,  

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