La regola del più forte

di Stefano Rodotà

Le parole, i toni, l’argomentare sono di fastidio di fronte alla critica, alla discussione pubblica che pure è il sale della democrazia. Pare evidente che Sergio Marchionne voglia mostrare la regola della forza.

Sergio MarchionneHa ribadito che suo, e soltanto suo, è il potere di vita o di morte su Mirafiori. Una spada gettata su una bilancia già sospetta d’essere alterata. È così eccessivo questo atteggiamento che viene quasi il sospetto che l’amministratore delegato della Fiat voglia favorire il “no” al referendum, per essere finalmente libero di muoversi in un mondo globale dove tutti gli aprono le porte e gli offrono braccia a qualsiasi prezzo. Un referendum, peraltro, che egli stesso svuota del suo significato proprio, visto che ne rifiuta pregiudizialmente uno dei possibili risultati. Lo sappiamo da sempre che è facile volgere a proprio vantaggio una guerra tra poveri. Per sfuggire a un impoverimento che attanaglia un numero crescente di persone, vi è sempre qualcuno che accetta di vendere la sua forza lavoro riducendo garanzie e diritti. È questo il dono del realismo del Terzo Millennio, dove l’efficienza economica cancella ogni altro valore?

Se vogliamo analizzare più in profondo le dinamiche in corso, ci accorgiamo che qualcosa accomuna la vicenda Fiat e quella che riguarda WikiLeaks. Si tratta del modo in cui il potere si sta redistribuendo nel mondo globale, chi lo esercita, chi può controllarlo. E questa novità non si coglie con i soli  

Morire di carcere

di Tonio Dell’Olio

Un altro detenuto si è ucciso nel carcere di Perugia. E sono 6 dall’inizio dell’anno, il terzo nel solo carcere umbro. Un meridionale di Taranto che scontava un cumulo di pena. La nostra civilissima coscienza dovrebbe lasciarsi provocare da una percentuale così alta di persone che si tolgono la vita. Da carceri come quello di Perugia che possono ospitare fino a 350 persone e che oggi ne contiene 519. Ce ne sono tanti che parlano altre lingue. Ce ne sono tanti che potrebbero stare più utilmente altrove. Ad esempio a scontare le pene in modo alternativo alla carcerazione. 67.000 persone in carceri che in totale possono contenerne 45.022. Spazi angusti e ridotti, vissuti nell’inerzia più completa perché solo il 22% ha la possibilità di lavorare. Con queste persone abbiamo stipulato un patto che siamo tenuti ad onorare. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. Articolo 27 della Costituzione italiana

(articolo tratto dal sito www.mosaicodipace.it rubrica “Mosaico dei giorni”, 9 gennaio 2011)

Fuga dalla libertà. Dostoevskij, le seduzioni del grande inquisitore

di Gustavo Zagrebelsky

A giudicare non sol dalla quantità, ma anche dalla qualità delle citazioni, delle sue interpretazioni letterarie, teatrali e cinematografiche la forza attrattiva della Leggenda del Grande Inquisitore contenuta ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, a distanza di quasi un secolo e mezzo non è diminuita. Anzi, è cresciuta. E la ragione determinante è la forza con a quale essa solleva dal fondo questioni che sempre si rinnovano cl volgere delle epoche e non si possono eludere. La libertà di fronte al bene e al male; libertà come benedizione o maledizione; il nichilismo e la violenza; la felicità, l’infelicità degli esseri umani, cioè la natura del loro essere; il significato della vita e del sio esito nella morte; il dolore e la redenzione dal dolore e dal peccato; la religione e l’ateismo; il Cristianesimo, nella versione cattolico-romana, e il socialismo come strumenti di controllo delle coscienza e di livellamento della società. [...] Oggi, ora che ciò che allora si annunciava è davanti ai nostri occhi, pienamente dispiegato, la voce del Grande Inquisitore può essere ascoltata diversamente, al di sopra delle interpretazioni politiche, come una previsione, una profezia di sventura, se non come un annuncio apocalittico che riguarda tutti nel tempo presente.
Qui, per iniziare, assumiamo la Leggenda come un discorso generale sul governo. Da dove nasce l’obbedienza nel cuore degli esseri umani? Il grande Inquisitore ha una risposta, ed è spaventosa, disumana o forse troppo umana: l’obbedienza nasce dall’odio della libertà. Ma questa affermazione è generica.  

Le ragioni di Marchionne e le ragioni di tutti

di Ezio Mauro

(c) Claudio Vaccaro

Due, tre cose sulla Fiat e il Paese prima che si conoscano i risultati del referendum di Mirafiori. Prima, per ragionare fuori dall’orgia ideologica di chi si schiera sempre con il vincitore e di chi pensa che i canoni della modernità e del progresso – oggi – sono sanciti dal rapporto di forza. Il voto e la sfida di Torino non disegneranno un nuovo modello di governance per l´Italia, come sperano coloro che oggi attendono da Marchionne quel che per un quindicennio ha promesso Berlusconi, senza mai mantenere. Soprattutto non daranno il via né simbolicamente né concretamente – purtroppo – ad una fase generale di crescita del Paese. Il significato della partita di Mirafiori è un altro, e va chiamato col suo nome: la ridefinizione, dopo tanti anni, del rapporto tra capitale e lavoro.
Un manager che è lui stesso transnazionale, che ha spostato il baricentro della Fiat da Torino a Detroit, ha liberato la famiglia proprietaria dal vincolo centenario con l´automobile ma anche dalla responsabilità verso il Paese, ha deciso un assemblaggio multinazionale dei prodotti che cambierà per sempre la fisionomia e la natura dell´automobile italiana, cambia a questo punto anche le regole del gioco.
Se devo vendere nel mercato globale – dice Marchionne all´operaio – devo produrre al costo e alle condizioni di quel mercato, e se in Italia le condizioni e i costi sono diversi devono adeguarsi: solo così io investirò  

Caduto il privilegio. Il premier va alla guerra

di Giuseppe D’Avanzo

C’è una confortante novità e un paio di pessime notizie. La buona nuova è questa: la Consulta demolisce la legge sul “legittimo impedimento”. Berlusconi se l’era affatturata per il presente e per il futuro; per i processi in corso a Milano e per le tegole che (non si mai e chi meglio di lui può saperlo) gli potrebbero piovere sul capo. ll premier ha pensato, e non è un mistero pe rnessuno: quei processi mi spaventano, posso obiettare che devo governare, posso dire che è il compito che mi ha assegnato il popolo sovrano e quindi che non ho tempo per i processi- ma nemmeno un pomeriggio, neanche due ore, nemmeno il sabato o la domenica: la mia agenda non ha buchi- e quelli i giudici che possono fare?
Devono rinviare l’udienza. Può bastarmi? Posso fidarmi? No che non posso. Una legge deve obbligarli, vincolarli — sl, costringerli— altrimenti corro dei rischi. Nasce così la legge sul “legittimo impedimento” che, in attesa della sospirata immunità costituzionale, assicura al Cavaliere di non essere processato. L’arnese scelto è il più prepotente. Si può definire autocertificazione: è lo stesso capo del governo che dirà, senza alcun possibilità di essere contraddetto, di avere molto da fare. Magari per i sei mesi che vengono perché non conta soltanto l’impegno pubblico che rende legittimo l”‘impedimento”, ma anche tutto il lavoro di prima e di dopo o comunque essenziale a far fronte a quell’appuntamento istituzionale. Chi può sindacare quanto tempo sia necessario?  

La democrazia provvisoria

di Ilvo Diamanti

È da almeno sei anni che siamo in campagna elettorale. Permanente. Non solo perché – nel regno dell’Opinione Pubblica – intorno a ogni decisione, il governo cerca di costruire il consenso e l’opposizione il dissenso.

Ma perché, effettivamente, si è votato sempre. Ogni anno o quasi. Nel 2004: le Europee. Nel 2005: le Regionali. Nel 2006: le Politiche. Silvio Berlusconi ne ha sempre contestato l’esito. E, al Senato, la maggioranza di Prodi era, comunque, troppo esile per offrire speranza di (lunga) vita. Così la campagna elettorale è proseguita, senza soluzione di continuità, fino al 2008, quando si è tornati alle urne per ri-eleggere il Parlamento. Da allora è ricominciata la sequenza. Nel 2009: di nuovo le Europee. Nel 2010: ancora le Regionali. Insomma, le campagne elettorali non finiscono mai, per parafrasare Eduardo. Neppure quando le elezioni dovrebbero essere lontane nel tempo. Come nell’Italia d’oggi, dove il centrodestra nel 2008 ha conquistato una maggioranza parlamentare larghissima. Guidata da un Presidente del Consiglio che sostiene di essere il più amato di tutti, su scala Europea. E forse non solo. Per cui non dovrebbe aver problemi a governare il Paese fino al 2013, scadenza naturale della legislatura.

Non è così. Probabilmente Berlusconi non è il più amato dagli italiani, a leggere i dati di molti sondaggi (che egli considera, naturalmente, “tarocchi”). Di certo, però, la campagna elettorale prosegue.

Permanente. E dopo le Regionali dello scorso aprile è ripresa, più violenta che mai. Anche se a chiedere il voto anticipato  

La tristezza della lussuria

di Enzo Bianchi

La sapienza dei padri della chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi – passibili di “scomunica” e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto… – ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi “capitali” che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda, comportamenti generati da “pensieri malvagi” che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici “vizi dell’anima”, che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati. Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.
Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella “quantità”, nella compulsione, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità. L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico… Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla  

E la bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella

di Eugenio Scalfari

Un secolo e mezzo è trascorso da quando nel cortile di Palazzo Carignano a Torino il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato italiano. L´anniversario si presta ad alcune riflessioni, rese ancor più attuali e necessarie dopo il discorso di Giorgio Napolitano a Reggio Emilia, luogo storico del Risorgimento, perché fu lì che la bandiera tricolore sventolò per la prima volta, portatavi dall´armata napoleonica che aveva fondato la repubblica Cisalpina su un territorio strappato all´Austria e ai Savoia, più o meno corrispondente a quello che la Lega usa chiamare Padania. Riflettere sulle condizioni dell´Italia dopo 150 anni di storia unitaria, dei quali 85 di monarchia e 65 di repubblica, si presta anche ad un consuntivo che riguarda al tempo stesso le condizioni economiche e politiche del paese e i suoi valori culturali e morali.
Il tema consentirebbe molte citazioni, poiché i protagonisti sono tanti e ancor più quelli che hanno studiato quelle vicende, ma prometto di non farne alcuna e di dire ciò che penso con parole mie salvo una di Ingeborg Bachmann, che traggo dal bel libro di Marcello Fedele Né uniti né divisi. Eccola: «In ogni testa c´è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine».
Si direbbe che il nostro presidente della Repubblica abbia avuto presenti quelle parole quando ha ammonito che trasformare uno  

La politica come merce nell’era del berlusconismo

di Aldo Schiavone

Mentre il calibrato e studiatissimo allontanarsi di Tremonti sta aggiungendo un´altra spinta – decisiva? – alla frana del sistema di governo varato dal centrodestra dopo la vittoria del 2008, il Presidente del Consiglio non sembra saper far altro che parlare al Paese di comunisti e di magistrati: non della crisi da cui non si riesce a venir fuori, non dei giovani cui non si è capaci di offrire prospettive, non di lavoro e di produzione nel mondo che ci aspetta, ma solo delle ossessioni che non hanno mai smesso di accompagnarlo, e che in altri tempi era stato in grado di trasformare in parole d´ordine per una mobilitazione emotiva di massa tanto inconcludente quanto vittoriosa.
In realtà, oltre ai suoi fantasmi, c´è però un altro tema che prende in questi giorni Berlusconi: la sua personale “campagna acquisti” di parlamentari d´ogni provenienza, nell´estremo tentativo di dare spessore a una maggioranza esigua fino all´inconsistenza. Sbaglieremmo, se liquidassimo l´ostinazione con cui questo sforzo viene reiterato spiegando tutto soltanto con la disperazione dell´ultima ora, con un deficit strategico che non consente altra via di salvezza a ciò che resta di quanto era stato (sembra secoli fa) una maggioranza imponente. Insomma, con una contingenza del momento.
C´è invece qualcosa di più profondo che si rivela nell´accanimento su questo obiettivo. Qualcosa che attiene “strutturalmente” al berlusconismo: non solo al suo estenuante e azzardoso epilogo, a quella specie di interminabile “via crucis” cui sta sottoponendo la democrazia italiana, ma che riguarda  

Globalizzare la competizione dei diritti

di Tonio Dell’Olio

Non sono un industriale e pertanto non so pensare come un industriale. Non sono un sindacalista e non conosco il dettaglio dei contratti in discussione in questo momento nel nostro Paese. So che globalizzazione della produzione e competitività sono le parole chiave degli accordi e del dissenso. Semplicemente mi chiedo: perché globalizzazione e competizione devono necessariamente coniugarsi con la convenienza e non con i diritti? Diritti che sono riconosciuti e validi da noi, dovrebbero esserlo in ogni parte del mondo. Globalizzazione e competizione sui diritti sarebbe forse la leva migliore per un mondo migliore per tutti e tutte. Non una contrattazione nazionale ma, in un mondo globalizzato, una contrattazione sovranazionale. Allora sì la competizione avverrebbe esclusivamente sulla qualità e non sulla convenienza (dei padroni delle industrie e dei consumatori) perché il parametro sarebbe quello dei diritti. Mi spiego: non deve essere consentito a nessuna nazione importare prodotti che affamano, umiliano, degradano i lavoratori e le lavoratrici. E se la qualità della vita e dei posti di lavoro, le ferie e le pause, la malattia retribuita e la pensione dignitosa… sono diritti qui, devono diventarlo anche in Cina, India, Thailandia, Vietnam e Ucraina. Oggi sta succedendo esattamente il contrario e persino in Italia gli operai sembrano costretti a rinunciare a parte dei propri diritti sotto la minaccia e lo spettro della chiusura e del licenziamento. Troppo difficile? Troppo semplice? Forse solo troppo. Per chi ha a cuore la borsa più della vita.

(articolo tratto dal sito  

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