di Bernardo Valli
È facile dimenticarlo: eppure sono ancora in guerra. I loro scontri si ripetono puntuali da due generazioni; sono routine; capita che siano sanguinosi, ma degenerano di rado in vere e proprie battaglie; si limitano per lo più a risse, a litigi. Per questo non ci facciamo troppo caso e scordiamo che le due Coree sono sempre ufficialmente in guerra.
Il loro agitato rapporto è come un ascesso. Un ascesso non ancora riassorbito o non ancora scoppiato. L’immagine non è poi tanto gratuita. Può essere preoccupante se si pensa che la Corea del Nord è già di fatto un Stato nucleare. Ha realizzato il primo test nel 2006 e un altro poco dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. E l’appesantimento delle sanzioni non ha raffreddato le ambizioni atomiche. Oggi, tenendo conto del materiale fissile di cui dispone, il suo arsenale potrebbe contare da 6 a 12 bombe basate sul plutonio. Ma non è provato che queste bombe siano in grado di funzionare. Esse non sono comunque in mani ritenute giudiziose.
Le due Coree sono in guerra da sessant’anni, poiché al semplice armistizio che mise fine alle ostilità aperte (’50-’53), e che confermò la divisione tra il Nord, governato da una dittatura comunista, e il Sud, governato allora da una dittatura anticomunista, non è mai seguito un trattato di pace. Il quale potrebbe rappresentare un passo formale verso una riunificazione. Oggi un sogno tendente all’incubo. Sono in pochi ad auspicarla sul serio. Per la Corea del …
di Tonio Dell’Olio
185/90 è una combinazione riuscita della società civile italiana. Non si tratta di numeri al lotto ma della legge che in Italia regola il commercio delle armi. Una volta tanto in giro per il mondo abbiamo raccolto consensi per una legislazione rispettosa, attenta e in grado di arginare il fenomeno che arma non soltanto polizie e forze armate di governi legittimi e democratici, ma anche terroristi e dittature. Con un colpo di coda il nostro governo cerca in questi giorni di allargare le maglie di questo fiore all’occhiello del nostro ordinamento. Quel che peggio è che lo fa con uno strumento (legge delega) che non consente la democratica discussione in aula. Per queste ragioni un presidio di rappresentanti di associazioni per la pace (www.disarmo.org) nel pomeriggio sarà alle porte del Senato per denunciare questo scippo che avviene nell’ombra. Che non succeda ancora una volta che un favore agli industriali delle armi si traduca nella possibilità di violare più facilmente i diritti umani e quel sale della democrazia che si chiama partecipazione.
(articolo del 23 novembre 2010, tratto dal sito www.mosaicodipace.it, rubrica “Mosaico dei giorni”)
di Valerio Gigante

Concilio, “Chiesa povera tra i poveri”, collegialità, primato dei laici nella sfera temporale, comunione ai divorziati risposati, viri probati. Questioni che oggi anche un teologo progressista o un laico impegnato nella sfera ecclesiale avrebbe timore ad affrontare. Eppure ad aver scritto “Per riformare la Chiesa. Appunti per una stagione conciliare” (la meridiana, pp. 80, euro 12: il libro può essere richiesto senza spese aggiuntive ad Adista, tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it, oppure acquistato online sul sito www.adista.it), è un esponente della gerarchia cattolica, mons. Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia. E il suo libro, agile nella forma e nella struttura quanto denso di suggestioni e temi, affronta “a viso aperto” tutti i nodi (irrisolti) che caratterizzano l’attuale fase ecclesiale: dai temi eticamente sensibili all’omosessualità, dai divorziati risposati all’alleanza trono altare, dai “ministeri” nella Chiesa alla riforma del ministero episcopale. E lo fa con franchezza e libertà d’animo e di parola. “Non è tempo di battaglie di retroguardia”, ammonisce il vescovo, quasi a motivare l’approccio “radicale” della sua analisi. “Bisogna uscire in campo aperto e camminare tutti insieme, con gli uomini e le donne di buona volontà”. Del resto, è lo stesso Casale a criticare quei “cattolici plaudenti” che “vivono tranquilli nelle loro posizioni di comodo, all’ombra dell’autorità. …
di Raniero La Valle
La politica vive anche di simboli. Quelli che sono stati evocati da politici e giornalisti per rappresentare la fine del potere di Berlusconi, alludono tutti a delle catastrofi. Il discorso con cui a Bastia umbra Fini ha chiesto le dimissioni del governo, è stato paragonato dai difensori del premier alla marcia su Roma: un colpo di Stato! I giornali che cercavano di descrivere la portata dell’evento, lo hanno paragonato al 25 luglio, quando solo la rivolta di ministri e gerarchi del duce poté provocare la fine del regime. Altri hanno assimilato il crollo del regime berlusconiano al 25 aprile, quando dopo la devastazione della guerra si dovette ricominciare tutto dalle macerie. I disastri culturali e ambientali hanno poi offerto facilmente il destro di richiamare gli ultimi giorni di Pompei, e le alluvioni del Veneto e del Salernitano, di cui il potere non si è accorto, sono state prese a simbolo di un governo allo sbando, incapace di lucrarci sopra come aveva fatto col terremoto dell’Aquila. Questi simboli apocalittici tirati in ballo per raccontare un’ordinaria crisi politica, sono più eloquenti di molte analisi. Vuol dire trasportare in un clima da caduta degli dei, quello che in democrazia dovrebbe essere un normale cambiamento di governo. Ma questo dice fino a che punto il sistema politico-istituzionale è stato snaturato dagli inventori di nuove repubbliche. Per licenziare un presidente del Consiglio ricusato anche dai suoi, e ormai impresentabile in ogni sede, persino nei “forum” governativi dove si discute …
di José Arregui
Intendo sottolineare alcuni elementi centrali del messaggio e della prassi di Gesù, a partire da una convinzione profonda: rappresentano un’alternativa per il mondo in cui viviamo e per il futuro che vogliamo ricostruire. J. Moltmann ha scritto: “Chi crede nel vangelo sperimenta le forze del mondo futuro ed entra nella primavera della nuova creazione. (…)”. (…).
1. Imparare ad essere buoni e felici
Se dovessi restare con un’unica parola del vangelo, rinunciando a tutte le altre, sceglierei questa: “Beati!”. Con questa parola Gesù ha inaugurato e riassunto tutto il suo messaggio. Ardeva in lui la fiamma di tutti i profeti, salì al monte come Mosè in altri tempi, ma, invece degli antichi dieci comandamenti scritti in tavole di pietra, proclamò ai quattri venti otto allegri decreti: “Felici voi!”.
Annunciò la beatitudine ai poveri, agli infermi, ai perseguitati e a tutti i derelitti: “Beati voi, non perché siete poveri, ma perché smetterete di esserlo. Beati voi, non perché piangete, ma perché invece del pianto vi giungerà la gioia. Beati voi, non perché siete perseguitati, ma perché è vicina la vostra liberazione. Dio vi libererà. Liberatevi dalla miseria gli uni con gli altri, perché Dio vi liberi. Siate felici, perché anche Dio sia felice. È tempo di essere felici”.
Così parlò Gesù dalla cima del monte, e con questa parola riassunse quanto aveva da dire: “Beati!”. Cosa sono i quattro vangeli e tutto il Nuovo Testamento se non un’eco prolungata di questa parola? Sapete quante volte appare nel …
di Giambattista Scirè
Dopo le esortazioni degli intellettuali durante un recente convegno fiorentino sul berlusconismo (“Società e Stato nell’era del berlusconismo”), sembra essersi finalmente svegliata quell’opinione pubblica “virtuosa” finora costretta quasi ad agire nell’ombra, senza alcuna visibilità mediatica. Viene alla luce quella sorta di “piazza pubblica” formata da cittadini critici e vigili sulle regole della democrazia, disposti a impegnarsi attivamente, nei rispettivi ambiti, per assumere comportamenti consapevoli e buone pratiche in una società sempre più globale. Firenze ritorna ad essere, per qualche momento, quel punto di incontro cruciale, culturale e politico, che fu ai tempi del sindaco La Pira. Pochi giorni dopo il convegno si è svolto, infatti, sempre a Firenze, il congresso fondativo di Sel, dove il discorso evocativo di Vendola è emerso come un tentativo di rispondere e reagire alla cultura imperante del berlusconismo.
Dalle riflessioni degli studiosi appare chiaro il significato del berlusconismo. Berlusconi rappresenta l’effetto e non la causa dell’attuale situazione politica. La conseguenza di tre elementi: dal punto di vista istituzionale, la crisi del sistema liberal-democratico; in ambito politico-sociale, il prosieguo del craxismo e dell’affarismo democristiano; culturalmente, la diffusione del consumismo esasperato e la crescita smisurata del ruolo della televisione. Il fenomeno invece è il frutto di un sistema in cui la volontà popolare non è più stata in grado di esprimersi criticamente perché influenzata dal potere televisivo. A far da collante, il rapporto privilegiato con una parte del mondo cattolico. L’interesse della Chiesa è sempre stato la tutela dei suoi privilegi materiali …
di Massimo L.Salvadori
Alla fine dell´Introduzione all´ampia antologia da lui curata e ora in uscita dalla Laterza, “Nel nome dell´Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini”, Alberto Mario Banti scrive di aver voluto trasmettere al lettore la visione di un Risorgimento come «un movimento ampio, ricco, complesso, contraddittorio», che appare «ancora oggi straordinariamente affascinante e degno di essere attentamente studiato, piuttosto che acriticamente giudicato, enfaticamente esaltato o liquidato senza appello». Meglio di così, alla vigilia della celebrazione del Centocinquantesimo dell´unità d´Italia non si sarebbe potuto dire. Lo studioso non vuole giustamente sapere del mito del Risorgimento in chiave semplificata e retorica. E perciò invita a considerare la «distanza storica che ci separa dal Risorgimento»: non già per lasciarlo da parte, ma per considerare quell´evento fondativo dell´unità italiana «con maggior freddezza e con minori passioni politiche (positive o negative)». Invita a guardare alle divisioni che opposero i repubblicani ai monarchici, i centralisti ai federalisti, i liberali ai democratici, i clericali prima al processo di unificazione e poi al nuovo Stato, che, appena costituito, si trovò a dover affrontare «una fase di furibonda guerra civile», quella del brigantaggio nel Mezzogiorno. Detto tutto ciò Banti pone la domanda cruciale (la domanda, appunto che avanzano le varie correnti anti-risorgimentali, a partire dai leghisti): se uno Stato nato da profonde lacerazioni interne non si presenti come «una compagine eticamente marcia dalle fondamenta»: e risponde acutamente che allora si dovrebbero «applicare le stesse considerazioni a qualunque altro Stato che incontriamo …
di Luca Kocci
Ottanta anni fa, in pieno ventennio fascista, si sarebbe detto “libro e moschetto”. Oggi, con un nome forse più politically correct ma non certo meno impegnativo, si chiama “Allenati per la vita”. La sostanza, però, è la stessa: la cultura militare a scuola. Si tratta di un Protocollo d’intesa tra il Comando militare esercito Lombardia e l’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia sottoscritto lo scorso 20 settembre – e benedetto dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e della Difesa Ignazio La Russa – che porta i soldati direttamente in cattedra a insegnare la vita militare agli studenti delle scuole superiori. Ovviamente, recita il Protocollo, nell’ambito della “sperimentazione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione” (da cui forse, però, è stato cassato l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) e prestando “particolare attenzione ai diritti e ai doveri del cittadino” e alla diffusione della “cultura della legalità”. Concretamente sarà un mini-corso di vita e cultura militare (con materie come armi e tiro, topografia e orientamento, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare, chimica e batteriologica), proposto a tutti gli alunni delle scuole superiori lombarde, per un massimo di un migliaio di partecipanti, valido come credito formativo per l’Esame di Stato, che si concluderà con una gara tra “pattuglie di studenti”. Come docenti un centinaio di soldati dell’Unione nazionale ufficiali in congedo (Unuci). Proclama il pieghevole propagandistico inviato alle scuole: “Vivere questo momento …
di mons. Giuseppe Casale
Per i cattolici italiani è giunto il tempo di un severo esame di coscienza. Quali responsabilità di fronte ai guasti della vita pubblica che si fanno ogni giorno più gravi? E non parlo solo dei quotidiani scandali che riempiono le pagine di cronaca. Parlo del degrado della vita politica e della tranquilla accettazione di un metodo di governo che promette illusioni e lascia affogare il Paese nella “monnezza”. Non solo a Napoli e a Palermo, ma dovunque si vive di malaffare, di illegalità, di soprusi.
Come hanno reagito i cattolici all’indegno trattamento riservato a migliaia di migranti (tra cui tanti profughi) respinti in veri campi di concentramento? Invece di reagire all’operato del governo, hanno applaudito o tacitamente acconsentito, preferendo difendere il loro risicato benessere, che si fa ogni giorno più precario. Chi ha levato la voce contro una situazione del lavoro che vede disoccupati migliaia di giovani e costringe tanti operai a sopravvivere con la cassa integrazione?
Non è sufficiente tenere in regola i conti dello Stato. Questo può farlo qualunque buon ragioniere. È urgente un’azione che ponga fine agli squilibri esistenti tra chi ha molto (in alcuni casi, troppo) e chi non ha niente, tra chi sguazza nel lusso e chi stenta a mettere insieme quanto serve per le quotidiane necessità. Abbiamo detto molte belle parole. Ma non abbiamo avuto il coraggio di denunciare i mali di un capitalismo globalizzato che aumenta i dividendi delle anonime finanziarie (vere centrali di ingiustizia) e tratta …
di Gustavo Zagrebelsky
Alcuni “fantasisti della Costituzione” immaginano e auspicano che, dalla situazione d’impasse politica che potrebbe nascere da un voto contraddittorio sulla fiducia al Governo espresso dalla Camera e dal Senato, si possa uscire semplicemente e immediatamente con lo scioglimento di quel ramo del Parlamento (nel nostro caso, la Camera dei Deputati) che ha votato la sfiducia. Ma la Costituzione dice tutt’altro. Purtroppo per il lettore, occorrono riferimenti tecnici. I seguenti. Secondo l’articolo 94, “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Se la fiducia viene meno, anche solo in una delle due, deve dimettersi. L’obbligo è tassativo. Solo nell’immaginazione di qualche fantasista della costituzione, si può pensare che nel Governo vi sia chi ragiona così: questa Camera, in questa composizione, mi è ostile, ma forse, in un’altra composizione, non lo sarebbe: dunque non mi dimetto (o mi dimetto solo pro forma, restando per l’intanto in carica), ne chiedo lo scioglimento e mi dimetterò effettivamente, se mai, solo dopo le nuove elezioni, nel caso in cui l’esito non mi sia favorevole. Avremmo così un Governo (non dimissionario) che resta in carica con la fiducia di una sola Camera.
Dopo un esplicito voto di sfiducia di una Camera (irrilevante è che l’altra abbia, prima o dopo, votato la fiducia), il Governo deve dunque “rassegnare” le dimissioni nella mani del Presidente della Repubblica: dimissioni che quest’ultimo non può respingere. Un Governo che restasse in caricacontro la volontà del Parlamento (anche solo di una sola Camera), sostenuto dalla volontà …
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