di Ernesto Ferrero
Ha ragione Franco Marcoaldi, che in Nautilus ha affettuosamente scelto e assemblato una cinquantina di pezzi giornalistici di Beniamino Placido su la Repubblica lungo l’arco di trent’anni, grosso modo dal 1978 al 2007: più che articoli sono scherzi o divertimenti musicali, un modo di porgere pensieri originali, profondi o addirittura gravi nel segno del gioco, in cui vari elementi anche molto diversi tra loro si compongono in misurata eleganza, fino a rivelare una figura unitaria.
Gentiluomo del Sud a vocazione cosmopolita, Beniamino ha inventato un tono e uno stile di discorso intriso di humour e garbo settecentesco, senza mai cadere nel birignao. Ha letto tutti i libri e sa spremere da arcigni studi specialistici, pubblicati da University Press note a lui solo, gli elementi che ci consentono di «leggere» meglio certi classici o la fenomenologia baracconesca del nostro presente.
«La cultura come avventura», recita il sottotitolo del libro. Ma sia chiaro, è un’avventura minuziosamente organizzata, curata in ogni dettaglio. Beniamino è un capo spedizione che pensa a tutto, con la geometrica eleganza del ragno. Costruisce sapientemente una rete fittissima di connessioni e rimandi tra autori, generi, epoche, linguaggi, etimologie, in cui la prima pagina della Genesi finisce per saldarsi con il titolo originale del Giovane Holden, Marco Aurelio compare a sorpresa come una delle fonti di Cechov, i movimenti dei personaggi di Fitzgerald sono quelli dell’Ariosto; ma senza mai sopraffare il lettore o, peggio, annoiarlo.
Crea un vero e proprio sistema di sinapsi culturali, mai asseverative, …
di Marizio Ferraris
Umberto Eco, nel suo Alfabeto per intellettuali disorganici che apriva Alfabeta2 (e che è uscito su la Repubblica dell’ 8 luglio) sostiene che “intellettuale” è chi svolge una attività non manuale accompagnata da ragione critica. Certo, ma vorrei sottolineare che questa attività si esercita necessariamente in pubblico e per iscritto, o con qualche altra forma di registrazione, cioè comporta l’ uso di documenti. Se Zola non avesse avuto un giornale su cui pubblicare il J’ accuse, e un editore che stampasse i suoi romanzi, non sarebbe stato un intellettuale. Gli intellettuali dell’ Ottocento, quelli che costituiscono l’ emblema della categoria, erano anzitutto scrittori.A loro volta, erano gli eredi di chierici e di scribi, di mandarini e di notai. Per essere intellettuali non basta essere intelligenti: nessuno direbbe che un campione di scacchi è un intellettuale (e in più casi si può essere intellettuali senza essere intelligenti). E non basta nemmeno coltivare in privato un pensiero critico: bisogna esprimerlo, altrimenti resta nella sfera della coscienza, non in quella della opinione pubblica, come sapeva bene Federico il Grande, illuminato quanto si vuole, ma tiranno, che ai suoi sudditi diceva “Pensate come volete, ma ubbidite!”. Ecco perché per essere intellettuali è necessario produrre documenti, ossia con testi che riguardano almeno due persone, un autore e un lettore. Se cambiano i documenti e i loro luoghi di produzione (stampa, televisione, web) cambia l’ intellettuale. L’ evoluzione è pressappoco la seguente: l’ intellettuale nasce organico, in un convento, in una scuola, …
di Gianni Vattimo
Augusto Del Noce,che era nato a Pistoia nel 1910, fu anche lui tra gli allievi del torinese liceo D’Azeglio, dove si formarono i tanti intellettuali che fecero della capitale subalpina uno dei massimi centri della cultura antifascista degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Ma non era uno degli allievi di Augusto Monti, e per molti aspetti questo è come emblematico della sua diversa formazione e poi del suo pensiero maturo.
Francamente antifascista,ma insieme fin da giovane sincero cattolico e lettore di Maritain ai tempi in cui quest’ultimo sosteneva le ragioni dei repubblicani di Spagna, Del Noce fu la voce anti-illuminista dell’antifascismo torinese, nell’ambito del quale fu vicino a Felice Balbo e al romano Franco Rodano, autori alla fine della guerra di un effimero tentativo di creare un movimento dei «comunisti cattolici».
Il fatto è che – come spiega Luca Bagetto in uno dei più lucidi e informati libri su quel periodo della storia culturale di Torino (Il pensiero della possibilità, Paravia, 1993) – Del Noce si era trovato a simpatizzare con il marxismo considerandolo come una possibile via di superamento dell’idealismo, fino ad allora dominante in Italia; e vedendovi anche un possibile fattore di purificazione del cristianesimo dall’imborghesimento del periodo fascista.
Antifascismo, «tentazione» catto-comunista, sforzo diuscire dal clima idealista dominante costruendo una cultura cattolica capace di contribuire al rinnovamento civile dell’Italia – tutti questi furono anche i contenuti migliori della Democrazia Cristiana del dopoguerra, e ponevano Del Noce al centro più vivo del dibattito …
di Enzo Bettizza
Di Americhe ne ho viste tante, a cominciare da quella remota di Eisenhower, ma l’impatto con questa America di Obama, che corre velocissima scavalcando crisi e ostacoli d’ogni genere verso le elezioni di medio termine di novembre, è per me davvero sorprendente e anche sconcertante. Ho la strana impressione di aver sbagliato volo.
Di essere atterrato su un continente che non è l’America che conoscevo e immaginavo di ritrovare modificata, sì, ma non cancellata e rigenerata al punto di presentarmi il volto d’un Paese pressoché sconosciuto: una popolazione spesso bilingue, intensamente amalgamata nella diversità, con infiniti travasi di tinte epidermiche in un vivace tripudio del non apartheid. In sostanza, uno sfondo antropologico in tattile sintonia con la pelle, le idee, il sorriso, gli scatti elastici del primo presidente nero degli Stati Uniti.
A prima vista si direbbe che il tradizionale melting pot, il crogiuolo che una volta rimescolava a fuoco lento le diverse etnie e religioni, sia esploso e tracimato con forza inaudita dal Ground Zero, dopo la tragedia dell’11 settembre. Come se l’oltraggio subìto da tutti, neri e bianchi, avesse abbattuto o quantomeno spostato vecchi pregiudizi razziali, parametri psicosomatici, steccati culturali e linguistici dell’America anglosassone. Non a caso il primo gesto simbolico di Obama presidente è stato di togliere dalla Casa Bianca un troneggiante busto di Winston Churchill e di rispedirlo con i complimenti d’obbligo a Londra.
l resto l’hanno fatto i dieci anni d’inarrestabile ondata migratoria dall’America latina, in particolare dal Messico, ancorché duramente contrastata …
di Andrea Riccardi
Non è facile dire come si vedono gli «altri» dall’ Afghanistan profondo. Per il portavoce dei talebani, i medici occidentali trovati morti ieri sono «missionari cristiani». La prova sta nelle Bibbie in lingua dari che avrebbero trasportato. Ma il missionario, nell’ orizzonte tragico e semplificato dei fondamentalisti, diventa anche il collaboratore del crociato. Così i medici sono stati accusati di essere spie sotto le mentite spoglie dell’ aiuto umanitario, perché possedevano carte e navigatori Gps. Per questa colpa hanno meritato la morte assieme a due afghani che li accompagnavano. Un altro afghano, che era con loro, si sarebbe salvato, perché rivelatosi all’ ultimo momento musulmano. Una storia di crudeltà, violenza, forse ruberia, odio per lo straniero, controllo banditesco del territorio, su cui non sarà facile far luce. Ma una cosa è chiara: i talebani hanno voluto vedere in quei medici missionari e spie da condannare a morte, perché hanno aggredito il carattere integralmente islamico della popolazione afghana. È una tragica caricatura rispetto all’ identità vera di quei caduti. I talebani si sono rifiutati di vedere chi erano. Altrimenti sarebbero dovuti uscire da una visione del mondo in cui loro rappresentano il bene e lo difendono con tutti i mezzi contro gli agenti del male, gli occidentali. Non servono la globalizzazione e Internet a scalfire questa visione. Sembra che non servano nemmeno i contatti personali, né i viaggi fuori dal proprio Paese. Infatti questa visione è una difesa nei confronti di un mondo grande, democratico, inquietante, fatto …
di Antonio Carioti
Neppure la malattia – la spietata sclerosi laterale amiotrofica che lo stava martoriando da due anni, fino a paralizzarlo dal collo in giù – era riuscita a far tacere lo storico britannico Tony Judt: aveva continuato a scrivere, dedicando proprio alla sua condizione menomata una serie di articoli sulla prestigiosa «New York Review of Books». Ma venerdì il male ha avuto la meglio su di lui: si è spento in quella New York dove si era trasferito negli anni Novanta, dopo un’ esperienza a Stanford, per dirigere un istituto di studi europei intitolato allo scrittore pacifista tedesco Erich Maria Remarque. Proprio nell’ Europa e nella causa della pace si possono individuare i temi conduttori della ricerca di Judt e del suo impegno civile. All’ Europa e alla sua straordinaria capacità di ripresa dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale aveva dedicato il suo capolavoro “Dopoguerra” (pubblicato in Italia da Mondadori): un affresco di circa mille pagine in cui le vicende successive al conflitto vengono ripercorse fino al 2005, con una particolare attenzione per i fenomeni sociali e culturali che hanno scandito la rinascita e la trasformazione del continente. Alla causa della pace aveva consacrato molte energie, fino al punto di mettersi in urto con ampi settori del mondo ebraico da cui proveniva. Nato a Londra nel 1948, discendente da una famiglia di rabbini lituani, era accorso in Israele nel 1967 per dare il proprio contributo alla difesa dello Stato ebraico durante la guerra dei sei giorni. …
Le recenti vicende che hanno coinvolto Famiglia Cristiana in seguito alla pubblicazione dell’editoriale “La morale fai da te” del numero odierno ci amareggiano e ci rammaricano. In un clima di informazione controllata e spesso di omessa verità, vogliamo esprimere la nostra solidarietà alla redazione del noto settimanale cattolico. Siamo sempre più convinti, infatti, che solo un sano pluralismo e il civile confronto tra le idee siano condizioni basilari per la democrazia. Il timore che parole e riflessioni espressi a mezzo stampa possano “offendere” politici e governanti non può ledere il diritto essenziale di esprimere pubblicamente opinioni e perplessità sul clima complesso che attraversa e lacera la politica oggi, e di condividere criticamente alcuni interrogativi. Interrogativi condivisi peraltro da tanti cittadini, che assistono inermi allo sgretolarsi progressivo dello stato di diritto e alla perdita dei fondamentali principi che tengono unita una comunità nazionale e alimentano il senso del bene comune.
Sospendiamo per qualche settimana il nostro lavoro di redazione con l’auspicio che, alla ripresa dei lavori, si possano costruire, collettivamente, premesse e pilastri per una rinnovata democrazia, per una ritrovata partecipazione.
La redazione di Mosaico di pace
di Giovanni Bianco
Come scritto il frangente politico non è dei migliori, c’è chi è giunto a parlare di pagliacciata che può trasformarsi in tragedia (v.C.Maltese , “La catastrofe da evitare”, su “La Repubblica” di ieri). Lo scenario appare mobile e caotico, con una maggioranza che non si sa bene quale estensione abbia. Tuttavia si registra qualche segnale positivo che viene pure dalle ultime dichiarazioni di Bersani, che torna a parlare di dialogo tra le opposizioni, nuove possibili maggioranze, che evidenziano una forza politica non ripiegata su sè stessa, isolata ed inerme. Il segretario del Pd dimostra ancora una volta che vuole definitivamente abbandonare l’immagine gassosa ed incerta, confusionaria e moderata del Pd veltroniano (davvero senza un’anima e perdente). Parla di “rischio per la democrazia”, chiede una convergenza delle forze di opposizione, pone al centro del suo discorso pubblico la politica nel senso alto e strategico del termine, accenna alle alleanze. Ciò non vuol dire che non un colpo di bacchetta abbia cancellato tutti gli attuali limiti di questo partito, che restano evidenti. Ciononostante ha dato un segno di vitalità, di capacità di non trascurare le mutazioni in atto, di saper leggere gli eventi.
E, intendendo svolgere sul tema riflessioni di più ampio respiro, trascendenti rispetto alla comunque molto rilevante crisi politica accennata, sono da evidenziare la rilevanza del progetto bersaniano e gli ostacoli che esso incontra nello stesso Pd. A tal proposito Raniero La Valle ha di recente osservato (“Alla fine di un regno”, su l’ultimo numero …
di Giulio Ferroni
Se la letteratura siciliana ha costituito una sorta di strada maestra della letteratura italiana del Novecento, un sostegno essenziale della sua vitalità nella parte finale del secolo è stato dato certamente da Elvira Giorgianni Sellerio, con la casa editrice fondata, con il nome del marito Enzo Sellerio, condotta da lei con intelligenza, sensibilità, signorilità. So che la chiamavano «donna Elvira»: ma io non potevo pensare a lei senza premettere al suo nome l’epiteto «signora», come subendo la suggestione di un’eleganza dai caratteri tutti siciliani, che sprigionava da un senso fortissimo del valore della cultura e dell’esperienza, non disgiunto da una certa diffidenza e da qualcosa di sotterraneamente malinconico: «signora» per la sua sicilianità o «sicilitudine» (per usare un termine caro al «suo» Leonardo Sciascia), per quella sicilitudine che negli ultimi decenni ha dato ancora grandi prove di sé, con personaggi anche eroici, non privi di pessimismo, di sdegno, di senso della sconfitta, ma sostenuti da una grande volontà di fare, di costruire modelli di umanità e di giustizia, alla ricerca di equilibri razionali pur nella lacerazione, nel confronto continuo con un mondo incorreggibile, condannato alla violenza e al caos.
I miei incontri con la signora Elvira risalgono ormai a molti anni fa, quando ho avuto modo di collaborare ad alcuni saggi pubblicati dalla casa editrice, e quando ancora attivamente operava Sciascia: e sono ancora molto affezionato a un libretto collettivo che curai allora per la collana «Prisma», Ambiguità del comico (1983), che mi ricorda ancora gli …
di Giovanni Bianco
Il Signor B. ieri si è presentato in ritardo. E’ giunto alla fine del dibattito parlamentare, per ascoltare soltanto il capogruppo del Pdl; è stato accolto con il grido “Silvio, Silvio”, un grigio coro da stadio, che ricorda molto le “democrature” sudamericane, o i dittatorelli di Paesi del terzo mondo. E’ evidente che non ama ascoltare chi non la pensa come lui. Il dissenso lo irrita. Lui adora il “potere per il potere”, rifiuta le regole ed il buon senso. Perciò un manipolo di deputati scelti dal nuovo Principe lo ha accolto scaldandosi le mani e con cori adulatori.
E la democrazia? La democrazia che c’entra, verrebbe da dire? Il Signor B., in crisi evidente, furioso con i finiani per l’astensione sulla mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo, chiede lo scioglimento delle Camere, che ha sempre disprezzato, e le elezioni anticipate, con una legge elettorale bislacca ed assurda, voluta da lui. Dimentica i poteri che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed i tratti tipologici di una democrazia parlamentare; si mostra sicuro di sè, quasi che il Paese senza di lui fosse inevitabilmente destinato al disfacimento; scarta come pessima l’idea di un governo di transizione.
Questa volta il “capo proprietario” della destra pare essere in seria difficoltà, è con il fiato alla gola, sa bene che la realtà effettuale è ben altra rispetto a quella che dichiara; che vecchi equilibri politici non reggono più, che forse si potrà finalmente governare senza di lui e …
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