di Eugenio Scalfari
Il Marchionne intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora non è accaduto nulla di rilevante che non fossa già stato previsto: il mercato automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne nei grandi mercati dei paesi emergenti): la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi ci deve restare, che lo voglia o no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la manodopera che ci lavora.
Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne lanciò l’operazione Chrysler con l’accordo dei suoi azionisti, del Presidente americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori capirono che non era la Fiat a conquistare la Chrysler, anche’ essa in stato pre-agonico, per fare di due debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d’altra parte fu onesto nell’ammettere questa verità.
Previde anche – e lo disse – che la Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le previsioni. Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato che lui operava in una nuova era di economia globalizzata: usò …
di Alberto Cisterna
A Reggio Calabria si sta consumando uno scontro dal quale potrebbero emergere indicazioni vincolanti per chi voglia veramente porsi il problema di cancellare le mafie. Cosa sta accadendo nella città dello stretto? Uso immagini suggerite dal procuratore Pietro Grasso e da altri osservatori.Succede che un potere “altro” dalla ‘ndrangheta, e quindi “oltre” la mafia, utilizza per i propri obiettivi le cosche senza escludere, quando serve, la componente militare. Da più parti si sostiene che dietro l’ennesimo attentato, il più grave, contro il procuratore generale Di Landro, si dipanino le strategie di una ‘ndrangheta fortemente saldata a zone oscure della società calabrese e che la scelta di colpire a fondo il capo della magistratura inquirente sia il frutto di un convergente interesse delle cosche e di non meglio identificati poteri occulti. Che in Calabria massoni deviati, frammenti dei servizi segreti, altri interessi illegali abbiano agito in profondità, anche in collegamento con la ‘ndrangheta, non è seriamente discutibile; ma lo scenario reggino sembra evocare altri protagonisti. Gruppi d’interesse che avvertono come una minaccia l’intenzione degli apparati giudiziari reggini di affondare il bisturi nei gangli di quella che viene ormai definita borghesia mafiosa. Si teme che quest’azione provochi il ribaltamento del sistema di potere che ha assicurato prestigio sociale usurpato, ricchezze poco trasparenti, relazioni equivoche con le istituzioni.Reggio, da questo punto di vista, si offre come una sorta di laboratorio a cielo aperto in cui lo Stato ha la possibilità di meglio comprendere e affinare le strategie che …
di Adriano Prosperi
«No a formalismi costituzionali, decide il popolo». Questo il verbo dell’ autocrate populista, sordo a ogni richiamo alla correttezza delle forme. Nella cronaca avvelenata di questo agosto, sullo sfondo dello sfaldamento del conglomerato del “popolo della libertà”, si punta a un regolamento di conti elettorale in barba alle emergenze economiche e sociali che il prossimo autunno fa ragionevolmente temere. Su questa strada si presenta l’ ostacolo costituito dal necessario passaggio formale della verifica che il presidente della Repubblica è tenuto a fare sull’ esistenza o meno di una maggioranza politica in questo Parlamento. Dunque la frase di Berlusconi è in primo luogo una risposta ai richiami giunti in questi giorni proprio dal presidente della Repubblica: richiami fermi e quanto mai opportuni, se si pensa che perfino il ministro guardasigilli si è permesso di ritagliare a suo comodo il dettato dell’ articolo primo della Costituzione là dove si fissa con esattezza il punto di contatto e di concordia tra forma e sostanza: «L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Sostanza è la sovranità del popolo: forme sono quelle previste dalla Costituzione per guidare entro limiti determinati il percorso attraverso il quale la sostanza della sovranità deve diventare il volto istituzionale e politico del Paese. Tutt’ e due, sostanza e forma, sono necessarie. Senza la sostanza del popolo sovrano la forma politica di un paese diventa una vuota maschera; senza il rispetto …
di Paolo Di Stefano
Il tormentato percorso dei rapporti tra gli autori Mondadori antiberlusconiani e il premier, proprietario della casa editrice di Segrate, ha vissuto ieri una nuova tappa. L’ intervento su «la Repubblica» di Vito Mancuso, autore di ottimi saggi teologici come Il dolore innocente, si presenta essenzialmente come un caso di coscienza, dopo le rivelazioni sulla legge «ad aziendam». Un caso di coscienza e, insieme, un caso di riconoscenza per una casa editrice che – dice Mancuso – rappresenta il meglio sul piano della qualità (l’ indiscutibile prestigio del catalogo) e sul piano delle relazioni umane. In realtà la questione è vecchia, e venne fuori in tutta la sua flagranza nel 1994, quando l’ Einaudi entrò nell’ orbita berlusconiana. Come poteva una gloriosa istituzione della cultura di sinistra sottostare al leader della destra (anzi, a quel leader)? E come potevano autori decisamente schierati sul fronte opposto continuare a pubblicare per lo Struzzo del Cavaliere? Allora, gli unici intellettuali a fuggire furono Corrado Stajano («piuttosto che pubblicare per l’ Einaudi di Berlusconi preferisco scrivere sui muri», disse) e lo storico Carlo Ginzburg, che si dimise con una dura lettera («la casa editrice fondata da mio padre Leone non esiste più»). Da allora, periodicamente, la vexata quaestio si ripropone in varie forme: denunce di censura, come quelle a proposito dei libri di Giovanni Raboni, Franco Cordelli, Marco Belpoliti, José Saramago, tutti respinti dall’ Einaudi perché colpevoli di offendere la figura di Berlusconi (che il Nobel portoghese definiva un «delinquente»). …
di Corrado Stajano
Una volta, sul finire degli anni Cinquanta, si studiava nelle scuole medie una nuova materia, Educazione civica, protagonista la Costituzione della Repubblica. Giuristi e giornalisti di rango, Alessandro Galante Garrone, Filippo Sacchi, tra gli altri, scrissero testi accurati sui quali studiarono intere generazioni. C’ erano professori appassionati, non tutti certamente, nelle scuole pubbliche, ma anche dalle Orsoline, dalle Marcelline, dai Barnabiti, che spiegavano ai ragazzi la ragione, la funzione, la costruzione della Carta sulla quale si fondava (e si fonda) la Repubblica dopo la guerra rovinosa del fascismo e il sussulto di dignità della Resistenza. Adesso la materia è diventata una gran frittata, si chiama Cittadinanza e Costituzione, è affidata al professore di storia, preoccupato di completare il suo programma, e comprende anche l’ ambiente, l’ Europa, l’ organizzazione internazionale, la famiglia, l’ educazione all’ integrazione e all’ interculturalità che chissà cos’ è. Peccato perché la Costituzione rappresenta il fondamento del vivere civile di uno Stato. L’ ignoranza sembra invece sovrana, la malafede diffusa come l’ intolleranza. La somma Carta, per i più dei governanti di oggi, è considerata un inciampo, un ostacolo da rimuovere perché fissa regole, obblighi, comportamenti e impedisce che l’ interesse privato e di parte prevalgano sul bene collettivo. L’ opinione pubblica, forse complice la passività dell’ estate, non ha compreso del tutto la gravità dell’ accusa di «tradire la Costituzione» fatta al presidente della Repubblica da un deputato berlusconiano, il vicecapogruppo alla Camera. Napolitano non ha minimizzato, non ha fatto finta …
di David Sassoli
Termina una settimana con due fatti che hanno tenuto banco su giornali e tv: la morte di Cossiga e la crisi della maggioranza. La cronaca è spesso arcigna e si prende gioco di noi. A ben vedere non è difficile scorgere un nesso fra episodi così distanti che ci riportano all’origine dei nostri mali e alle deformazioni del nostro sistema politico. E’ il puzzle della storia, si dirà, perchè nonostante la retorica usata, Cossiga può ben dirsi il padre putativo di Berlusconi. Lo è stato forse in maniera inconsapevole, ma di certo ne è stato il gregario., l’apripista. I danni che ha provocato sono incalcolabili e oggi vengono a galla nella crisi acuta del sistema democratico. Fatti apparentemente diversi raccontano la stessa storia:quella di un ciclone che ha scassato un sistema senza sapere come ricostruirlo. Ancora viviamo di quello sbandamento, di quella mancanza di pedagogia, delle sue picconate. Ancora subiamo l’uso spregiudicato delle parole usate per bastonare e offendere. Se lo Stato non è riconosciuto dai cittadini lo dobbiamo anche a lui. Cossiga, infatti, è stato capace di mettere solo se stesso e il suo potere al centro della scena. Tutto il contrario di Aldo Moro, un leader che ha insegnato che la pazienza è virtù democratica, che il giudizio sugli uomini secondo l’insegnamento giovanneo deve sempre saper distinguere fra l’errore e l’errante, che il potere non deve mai far sentire appagato il cristiano impegnato in politica. Cossiga passerà alla storia come il …
di Claudio Magris
In un famoso film, in cui interpretava il ruolo di Giovanna d’Arco, un’incantevole Ingrid Bergman diceva a un capitano francese, rude soldataccio valoroso dal linguaggio colorito e sboccato, specie in battaglia: «Se proprio non potete farne a meno, capitano, dite “per le mie staffe”». Oggi difficilmente potrebbe rivolgere lo stesso invito a quei rappresentanti del popolo italiano il cui banale turpiloquio sta trasformando il mondo cosiddetto politico non in una caserma, ambiente ruvido ma dignitoso, bensì piuttosto in uno studio di registrazione di quei rumori che Dante, nell’Inferno, fa emettere a qualcuno dei suoi diavoli. Gli avversari che si scambiano laide contumelie non assomigliano a robusti ancorché rozzi uomini d’arme, ma piuttosto agli anonimi autori di sconci disegni sui muri. Qualcuno — l’onorevole Stracquadanio—auspica di adottare nei confronti degli avversari «il metodo Boffo», che disonora chi se ne serve, e si potrebbero citare molti analoghi esempi.
Anche le cosiddette parolacce fanno parte del linguaggio e dell’essere umano e talvolta si può e si deve usarle, come Dante insegna. C’è uno sdegno, un disprezzo e un coraggio che, in certe circostanze e soprattutto dinanzi al pericolo o a un’infamia intollerabile, le nobilita e le rende necessarie. Altrimenti esse sono soltanto eruttazioni ed è improbabile che un’eruttazione costituisca un ragionamento politico. C’è un’abissale differenza tra la parola «merda» che Cambronne — secondo una tradizione forse leggendaria— grida in risposta all’invito degli inglesi ad arrendersi, quando la sera scende sulla disfatta napoleonica a Waterloo, e la stessa parola «merda » …
 di Dino Messina
Il 17 marzo 2011 avvenne il miracolo dello Stellone, tutti uniti a celebrare i centocinquant’ anni dell’ Unità d’ Italia: laici, cattolici, di destra, di sinistra, governo, regioni, province, comuni. Ci fu una corsa impensata alla solidarietà: i Volontari dell’ integrazione, organizzati dalla Lega Nord, donarono agli immigrati clandestini permessi di soggiorno gratuiti a tempo indeterminato… Smessi per un momento i panni dello storico, Emilio Gentile, uno dei nostri maggiori studiosi del fascismo, immagina più o meno così il lieto fine delle prossime controverse celebrazioni unitarie, descritto da uno storico del 3011, nelle pagine conclusive del suo nuovo pamphlet, Né stato né nazione, edito da Laterza (pagine 116, 9). Poche righe di beneaugurante fantastoria e una forte dose di ironia a conclusione di una puntuale e brillante carrellata che si inizia con la famosa citazione di Massimo D’ Azeglio. Però la citazione giusta, perché lo scrittore e marchese di Torino mai scrisse «fatta l’ Italia bisogna fare gli italiani», ma qualcosa di molto somigliante: «Pensano a riformare l’ Italia, e nessuno s’ accorge che per riuscirvi, bisogna prima che si riformino loro». Siamo intorno al 1866 e già cominciano i primi corrosivi dubbi su amor patrio, senso di cittadinanza, sentimento nazionale. Le due tappe fondamentali nell’ analisi condotta da Gentile sono il primo e il secondo giubileo della nazione unita: 1911 e 1961. Nell’ Italia liberale d’ inizio Novecento, dove le ragioni d’ ottimismo potrebbero essere tante, a cominciare dalla stabilità politica garantita da Giovanni Giolitti, …
di Eugenio Scalfari
Se si eccettuano Ciampi e Andreotti, non ci sono stati altri in Italia che abbiano avuto un “cursus honorum” così altisonante come quello di Francesco Cossiga: fu sottosegretario alla Difesa con delega sui Servizi, ministro dell’Interno, presidente del Consiglio, presidente del Senato, presidente della Repubblica. Durante questo lungo percorso militò nella Dc e in particolare nella sinistra di quel partito. Ci furono varie sinistre democristiane: quella di Gronchi, quella di Fanfani, quella di Moro, di Tambroni, di Marcora, di De Mita, ed ebbero diversi destini e diversa dignità. Cossiga militò in una sinistra che aveva lui soltanto come aderente. Una sinistra estremamente mobile e capricciosa, capace di spostarsi su tutto il ventaglio della politica italiana ma con alcuni punti di riferimento fermissimi: i servizi di sicurezza, l’arma dei Carabinieri, l’arma della Marina, gli Stati Uniti d’America e la Corona britannica. Per quest’ultima nutriva una sorta di culto. Anche la massoneria, ma non per adesione ma perchè segreta, almeno di nome e di tradizione. Tutto ciò che era segreto lo affascinava, comprese le tecnologie che maneggiava con grande abilità. Fu un solitario con pochissimi amici. Fu un sardo integrale. E fu un depresso per tutta la vita. E’ impossibile ricordare e capire Cossiga se non si ha presente la sua depressione. Io l’ho conosciuto bene , gli sono stato amico, e lui a me, per molti anni, direi dal ’78 al ’90. Poi l’amicizia finì quando lui cominciò a picconare dal Quirinale …
di Liana Milella
«La Costituzione è ancora in vigore. E non esiste una costituzione materiale alternativa». Come vorrebbero invece quelli del Pdl. L’ ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky mette in sequenza i fatti e sul Quirinale dice: «È pienamente nel solco della Costituzione». Come giurista prende le distanze dalle ultime mosse dei berlusconiani, ma come cittadino «è angosciato». E sull’ ultima stagione dei dossier dice: «L’ evocazione della piazza e il linciaggio giornalistico, quanto a violenza, sono paragonabili alla brutalità e alla volgarità dell’ attacco al Quirinale».
Mentre Napolitano chiede il rispetto della Costituzione, c’ è chi, ministri e parlamentari del Pdl, avanzano dubbi, anzi accuse esplicite, d’ intenzioni incostituzionali proprio da parte sua. Ha detto Bianconi: «La Costituzione la puoi tradire non rispettandola, o fingendo di rispettarla». La sua impressione?
«Innanzitutto, si deve distinguere politica e interessi politici da Costituzione e sua applicazione. La confusione è molto pericolosa, anzi irresponsabile. Il partito del presidente del Consiglio e quello di Bossi chiedono le elezioni anticipate immediate, in caso di crisi di governo. Questa è una richiesta politica e, come tale, perfettamente legittima, così come altrettanto legittimo è che altri pensino a soluzioni diverse. Il capo dello Stato, come garante di tutte le legittime posizioni in campo, dovrà valutare le diverse possibilità alla luce della Costituzione che è in vigore, di cui è garante, non alla luce di una costituzione che qualcuno siè costruito nella sua testa, a proprio uso e vantaggio».
Perché? La richiesta di scioglimento delle Camere …
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