La memoria come rimedio al male: il caso Moro

La memoria come rimedio al male: il caso Moro - 29 maggio 2010 - ore 17,30 - Biblioteca "Gianni Rodari" - via Settembrini, San Mariano (PG) - Interverranno: Prof. Giovanni Bianco (Docente di Dottrina dello Stato, Università di Sassari), Sen. Sergio Flamigni (Saggista, fondatore dell'Archivio Flamigni), Prof. Fabrizio Bracco (Regione dell'Umbria, Assessore alla cultura) - Incontri, Riflessioni, Discussioni - Associazione Vivere Corciano

La memoria come rimedio al male: il caso Moro - 29 maggio 2010 - ore 17,30 - Biblioteca "Gianni Rodari" - via Settembrini, San Mariano (PG) - Interverranno: Prof. Giovanni Bianco (Docente di Dottrina dello Stato, Università di Sassari), Sen. Sergio Flamigni (Saggista, fondatore dell'Archivio Flamigni), Prof. Fabrizio Bracco (Regione dell'Umbria, Assessore alla cultura) - Incontri, Riflessioni, Discussioni - Associazione Vivere Corciano

Cattolici e politica. Cattocomunisti, cattofascisti, cattoleghisti

di Luigi Bettazzi

Era di moda, alcuni decenni fa, indicare come “cattocomunisti” i cattolici che, ponendosi dalla parte dei lavoratori, degli emarginati, dei più poveri, si trovavano schierati con i comunisti, ispirati da Karl Marx nella promozione del proletariato, cioè di coloro che, lavorando alle dipendenze di chi domina in forza del proprio “capitale”, di denaro o di beni, non poteva contrapporre che il capitale della propria prole.

Questa denominazione, cara ad esempio al defunto don Gianni Baget Bozzo, viene talora ancora usata, tanto da essere stata apposta di recente anche ad un prelato vaticano – tra l’altro noto per le sue posizioni “tradizionaliste”, tali da farlo inserire nella lista dei “conservatori” – solo perché si era fatto difensore degli immigrati. Io stesso me la sono sentita affibbiare da quando, presidente di Pax Christi, avevo promosso l’obiezione di coscienza al servizio militare (e dire che essa era proibita nei Paesi comunisti!), ma soprattutto quando, rispondendo alla mano tesa ai cattolici da parte di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, l’avevo stimolato a mettere tra parentesi le ideologie e ad aprire campi di impegno in cui anche i cattolici potessero collaborare a favore dei settori più disagiati della società. Berlinguer aveva risposto che il suo partito non era né teista, né ateista, né antiteista, ma voleva essere invece un partito “laico” a vantaggio dei lavoratori. E questo mi faceva già pensare come le discriminazioni usuali nel mondo “borghese”, e soprattutto le loro motivazioni, costituissero quasi un riconoscimento di priorità  

Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani

Melis Guido, Haria Alina - Romeni la minoranza decisiva per l'Italia di domani (Rubbettino, 2010)

di Carlo Bersani

Una minoranza può essere «decisiva» per tutti? Alcuni buoni motivi per rispondere sì, ce li ricordano Alina Harja, giornalista, e Guido Melis, parlamentare della Repubblica (e fra i maggiori storici delle istituzioni italiani) in “Romeni” (Rubbettino, 2010, pp. 171, € 14,00).
E’ un libro lucido e lineare, attentissimo a sostenere ogni ragionamento con una solida base fattuale e documentaria, e questo lo rende, fra l’altro, ricchissimo di dati (oltre che di interviste particolarmente limpide): «un punto del pil italiano, pari a 2,3 miliardi di euro, è frutto del lavoro dei romeni» (p. 60); «in totale sono ristretti nelle carceri italiane (il dato è di fonte governativa e risale al 28 luglio 2009) 23.473 detenuti stranieri, dei quali 2.921 cittadini romeni. Di essi, stando al rilevamento dell’Ufficio per lo sviluppo e la gestione SIA (Servizio Informatico Automatizzato), i romeni, distinti per posizione giuridica, sono: 1.818 in attesa di giudizio; 1.092 con condanna definitiva; 11 internati» (p. 52, sui circa 780.000 romeni residenti in Italia all’inizio del 2009, p. 12). Eccetera. Ma ci sono anche dati che testimoniano la riemersione di «qualcosa di atavicamente barbarico», finora sepolto nell’«inconscio collettivo» degli italiani (p. 37). E c’è da chiedersi: dei soli italiani? Non sarà una “atavica” modernità tutta occidentale, quella che gli italiani stanno perseguendo, con lo spirito avanguardista che li caratterizza da circa un secolo? Su questo punto il libro si basa su numerosi fatti di cronaca (ad es., pp. 117 ss., o p. 121), ma anche su  

L’europa al bivio

di Jürgen Habermas

Due date fatidiche: l’8 maggio in Occidente, il 9 maggio in Russia si celebra la vittoria contro la Germania nazional-socialista; e anche noi tedeschi, nel linguaggio ufficiale, parliamo dei «giorni della liberazione».

Quest’anno, le forze armate allora coalizzate contro il Reich (compresa anche un’unità polacca) sono sfilate insieme a Mosca; e Angela Merkel è apparsa sulla Piazza Rossa a fianco di Putin. La sua presenza ha sottolineato lo spirito di una «nuova» Germania: i tedeschi delle generazioni postbelliche non hanno dimenticato che il loro Paese è stato liberato anche dall’armata russa, che ha pagato il più alto tributo di sangue.

La cancelliera arrivava da Bruxelles dove aveva assistito, in un ruolo completamente diverso, a una sconfitta di tutt’altro genere. L’immagine della conferenza stampa in cui i capi di governo dell’Ue hanno annunciato la creazione di un fondo di salvataggio comune per l’euro in difficoltà tradisce una mentalità rigida e contratta: non quella di una nuova Germania, ma del Paese quale è oggi. L’effetto di quella foto è stridente: i volti di Angela Merkel e di Sarkozy appaiono impietriti, come logorati dai conflitti: due capi di governo che non hanno più nulla da dirsi. Sarà questo il documento iconografico del fallimento di una visione che per oltre mezzo secolo ha contrassegnato la storia del dopoguerra europeo?

Se a Mosca la sua figura si staglia all’ombra della vecchia Rft, a Bruxelles l’8 maggio Angela Merkel era reduce da un’intera settimana di scontri con lobbisti più che mai agguerriti,  

Sull’intreccio tra discorso e mito in politica ed etica

di Francesco Garritano

Predisponendosi a dialogare con il suo interlocutore a proposito del discorso di Lisia, Socrate subisce nel Fedro la fa­scinazione di quanto si dispone ad essere oggetto del logos e preannuncia il primato di questo. Nella parte iniziale del dia­logo, prima che abbia luogo la riflessione con la quale viene confutata la tesi di Lisia (bisogna compiacersi che l’amore prenda coloro che rifuggono dalla passione e che in quanto tali non rinunciano alla prudenza), Socrate manifesta le sue per­plessità circa il fatto che taluni “sapienti” tendano a dare una spiegazione razionale e verosimile dei miti. Queste perplessità lo spingono a congedare i miti ed a dedicare la propria atten­zione alla conoscenza di sé: «Di conseguenza, dato un addio a queste cose e attenendomi invece alle credenze correnti su di esse, come dicevo poco fa, indago non queste cose, ma me stesso, se per caso io non sia una bestia più complessa e più fumante di orgoglio di Tifone o un vivente più mite e più semplice, partecipe per sua natura di una qualche sorte divina e senza fumi di orgoglio»[1]. Questo passo è significativo, dal momento che Socrate precisa il punto di vista di Platone intorno alla sofistica o, per essere più precisi, sul metodo: il sofista prende le mosse dal mito, da qualcosa che non ha stabilità e fondatezza ed a partire da tutto questo argomenta facendo uso della ragione, che, tuttavia, rimane nella verosimiglianza. Come il lettore ben sa, le parole fatte pronunciare a Socrate  

Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione

di Eugenio Scalfari

Quando fissammo la data del nostro incontro il cardinale Carlo Maria Martini mi disse che il tema sul quale desiderava si svolgesse la conversazione era la Resurrezione. Ne rimasi un po’ stupito e anche preoccupato; gli feci osservare che su quell’argomento avremmo avuto assai poco da dirci. Se c’è un punto sul quale il non credente non ha alcuna possibilità di contatto con un cristiano doc come Martini è proprio quello. Ma il cardinale insistette. “Vedrà – mi disse – avremo tutti e due molte idee da scambiarci su quell’argomento. Del resto la Resurrezione è da tempo il fulcro della mia vita e ho molta voglia di discuterne con lei”.

Ci siamo incontrati il 10 maggio scorso a Gallarate, nella casa di riposo della Compagnia di Gesù dove Martini alloggia da qualche anno dopo i mesi passati a Gerusalemme. In due anni questa è la terza volta che vado a trovarlo. Nel frattempo ci siamo scritti e sentiti, ormai siamo in confidenza. Io gli voglio bene e credo che me ne voglia anche lui.

Il tempo, è vero, passa con grande rapidità, ma lui non mi è parso cambiato. La voce si è affievolita, quella sì, è meno sonora o io son più duro d’orecchio; abbiamo avvicinato di più le poltrone sulle quali eravamo seduti.

“Lei ha scritto un libro di recente”.

“Sì, un viaggio nella modernità. Temo che, se avrà voglia di leggerlo, non sarà d’accordo su molte cose”.

“Non ne sia così sicuro: tra  

Se le bestie avessero l’anima

di Umberto Eco

Descartes, che seguiva Aristotele nel dichiarare che gli animali erano sforniti di linguaggio, ci dice che «le bestie non parlano come noi per il fatto che non hanno alcun pensiero, e non perché manchino loro gli organi». La posizione di Descartes conseguiva e dal suo meccanicismo e dal suo dualismo. Un corpo animale è una macchina, pura res extensa e non res cogitans. Gli animali avvertono gioia, timore o dolore, ma in modo non riflessivo, e cioè senza essere capaci di comprendere questa passione in modo razionale.

Nasce dalla posizione cartesiana una polemica che si sarebbe protratta a lungo, coinvolgendo Leibniz, Locke, Cudworth, More, Shaftesbury, Cordemoy, Fontenelle, Bayle, Buffon, Rousseau e altri, e dove spesso è difficile stabilire quale fosse veramente la posta in gioco. Si trattava di riconoscere un linguaggio agli animali, di riconoscere loro anche un’ anima, o di contrastare un meccanicismo che avrebbe potuto (e per esempio potrà con La Mettrie) trasformarsi in materialismo totale, sottraendo l’ anima anche agli umani?

Una posizione meccanicistica poteva evitare molti rovelli morali circa la crudeltà verso gli animali, dato che non si può parlare di crudeltà nei confronti di una macchina. In secondo luogo agiva una sorta di difesa nei confronti della cosiddetta «superstizione pitagorica», e cioè la questione della trasmigrazione delle anime. Se gli animali non hanno anima, non possono riceverne per trasmigrazione (bell’ argomento, che però non esclude che trasmigrazione possa esservi tra esseri umani).

In polemica con il meccanicismo dualistico, tra Seicento e  

“Ratzinger da solo non può farcela lo affianchi un comitato di saggi”

Intervista ad Hans Küng a cura di Zita Dazzi

«La prima cosa che mi preme dire è che mi sento vicino a Papa Ratzinger, che si trova in una situazione veramente difficile a causa di tutti questi scandali che investono la Chiesa cattolica. E spero davvero che il Papa trovi la strada giusta per portare la Chiesa fuori da questa crisi che ormai ha raggiunto dimensioni inaudite. Ma serve che lo faccia molto rapidamente, non si può continuare a pensare in termini di secoli per uscire da questa drammatica situazione». Hans Küng, grande teologo svizzero, compagno di studi di Ratzinger, da decenni noto per le sue posizioni spesso critiche verso la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, è a Milano dove ha registrato la puntata della trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio.
Professore, che cosa pensa delle accuse lanciate dall’arcivescovo di Vienna cardinale Christoph Schoenborn all’ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano, che riportano alla ribalta internazionale lo scandalo della pedofilia nella Chiesa cattolica?
«Io sono il primo a dispiacermi quando leggo ogni giorno sull’Herald Tribune o sul New York Times dei nuovi scandali che investono la Chiesa cattolica e il Vaticano. Mi pare che si tratti ormai di una crisi di fiducia che necessita un intervento serio e rapido da parte della Santa sede».
Secondo il cardinale Schoenborn, Sodano coprì l’ex arcivescovo di Vienna Hans Hermann Groer. E queste accuse arrivano proprio nel giorno in cui la Santa Sede ha accettato le dimissioni del  

Il furore ingiusto contro la Chiesa

di Claudio Magris

In uno spettacolo teatrale, “Sono romano ma non è colpa mia” di Enrico Brignano, una battuta –che vorrebbe pateticamente essere spiritosa- dice che, se d’improvviso fosse annunciato l’arrivo del Papa, bisognerebbe mandare a casa i bambini. Sarebbe augurabile che i bambini venissero allontanati prima di quella battuta, perché atrofizzare l’intelligenza e rovinare il senso dell’umorismo sono anch’esse colpe gravi, anche se certo meno dell’abietta pedofilia.

Ma un’uscita di pessimo gusto la si può lasciar passare con indulgenza, come si fa con una bestemmia o con altre volgarità che, come eruttazioni, scappano talora di bocca a quasi tutti noi. E’ lecito piuttosto pretendere un minimo di civiltà da chi esercita la nobile professione forense e difende i diritti dei cittadini. I giornali hanno invece riferito l’indecente pubblicità di uno studio legale statunitense, la quale suona: “Se vuoi guadagnare un milione, manda tuo figlio in parrocchia per qualche tempo e poi vieni da noi”.

Il record dell’imbecillità spetta tuttavia al testo di un funzionario del Foreign Office – Ministero degli Esteri di un Paese un tempo grande- inserito nel dossier sui preparativi della visita del Papa in Gran Bretagna e apparso sul Sunday Telegraph. Esso dice (cito La voce del Popolo, quotidiano della Comunità degli Italiani di Fiume): «Quando il prossimo settembre verrà nel Regno Unito il Papa dovrebbe benedire un matrimonio gay, inaugurare in un ospedale un reparto per gli aborti e magari lanciare un nuovo tipo di preservativo chiamato “Benedict”». Non invidio l’ambasciatore di Sua Maestà  

Crisi e «tintinnar di sciabole»: così si spense il centrosinistra

di Dino Messina

«Caro Nenni, ho letto ieri sera l’articolo di fondo su L’Avanti! che viene attribuito alla tua penna incisiva e non posso che essere profondamente ferito per l’accenno che tu fai, alludendo a me, come al capo di un preordinato governo di carattere fascistico-agricolo-industriale, avente il disegno strategico di umiliare il parlamento, i partiti e i sindacati!».
È il 23 luglio 1964, il secondo governo di centrosinistra, con presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente Pietro Nenni, ha appena giurato davanti al capo dello Stato, Antonio Segni, ma i protagonisti di quell’estate difficile hanno ancora il pensiero allo scontro appena concluso. Così il presidente del Senato, Cesare Merzagora, ispiratore di una svolta moderata e possibile capo di un governo tecnico, scrive al leader socialista questa lettera che trasuda risentimento. Nenni risponde immediatamente con toni secchi: «Caro Merzagora, l’articolo a cui ti riferisci era mio e non ho ad esso nulla da togliere e nulla da aggiungere. (…) Le tue intenzioni possono essere eccellenti o mediocri. Il governo di emergenza, presieduto da un “eminente Dc” o da te non poteva essere se non con un carattere “fascistico-agricolo-industriale” per dirla con parole tue». L’espressione infatti non era di Nenni, che l’avrebbe utilizzata in maniera provocatoria in un successivo articolo.
Questo interessante e poco conosciuto scambio epistolare, custodito nelle carte di Aldo Moro presso l’Archivio centrale dello Stato si può ora leggere in appendice al saggio della storica Elena Cavalieri, «I piani di liquidazione del centrosinistra nel 1964»,  

Visitatori

  • 125489 visite totali
  • 72 visite odierne
  • 3 attualmente connessi