L’ acqua è un bene pubblico

di Giovanni Bianco

Che l’acqua sia un bene pubblico dovrebbe essere fuori discussione, eppure così non è.
Mi riferisco alla legge approvata lo scorso 19 novembre, che converte il decreto legge Ronchi e che tra le sue molteplici disposizioni stabilisce la privatizzazione del servizio idrico.

Condivido pienamente le tesi di chi ha espresso forti dubbi, soprattutto di natura sostanziale, su quest’atto normativo, sul valore che in esso viene conferito alla risorsa acqua.

Quanto al dibattito più recente sul tema è da segnalare, anzitutto, la battaglia, dai toni profetici, che da anni conduce Alex Zanotelli, pure promotore della campagna “per l’acqua pubblica ci metto la firma”.
Nell’intervento di presentazione di quest’ultima, tenuto a Napoli, al Teatro Umberto, Zanotelli è giunto a sostenere, in modo persuasivo e vibrante, che “chi privatizza le risorse idriche è un ladro”, “l’acqua è fonte della vita: non c’è vita senza acqua. E’ elemento primordiale per eccellenza. E’ uno dei simboli religiosi più usato da tutte le religioni. Insieme con l’aria è uno dei beni indispensabili per la vita umana. Ecco perchè è semplicemente scioccante per tutti sentir parlare di “privatizzare l’acqua”.

Ben argomentato è anche il comunicato stampa della F.U.C.I. del 23 novembre, in cui è opportunamente scritto che si teme che “sotteso a questa legge ci sia il concetto di acqua come bene di rilevanza economica e non come un bene comune”, e si ribadisce la “piena convinzione che l’acqua, fonte di vita, sia un bene di tutto e che compito dei  

Le conseguenze della “fusione fredda” ed i nodi irrisolti

di Giovanni Bianco

Il dibattito sul futuro del Pd e dell’intera area progressista vive giorni di notevole intensità, si torna a parlare di alleanze con insistenza e persino di “sinistra” senza paure o giochi di parole.

Il nuovo segretario del Pd, nonostante alcune contraddizioni che segnalai tempo addietro e taluni sostenitori che mi lasciano perplesso (penso anzitutto a Letta),sin dalle prime battute ha dimostrato una chiara volontà di superare definitivamente la prima ed incerta immagine del suo partito, quella leggera e gassosa, “all’americana”.
E non può non salutarsi con un certo interesse il discorso fatto al congresso dei radicali pochi giorni fa, in cui si è fondatamente affermato che il Pd non può non avere nel suo dna i valori della sinistra, l’eguaglianza, la libertà e la fratellanza.
Così come deve essere sostenuta da tutte le ali del medesimo partito l’idea di una forza politica di alternativa e non di opposizione, capace cioè di prospettare un programma di governo della società italiana che non si limita all’antiberlusconismo e alla critica dei singoli atti dell’esecutivo, ma mira all’attuazione di un disegno politico complessivo antitetico rispetto a quello della destra al potere.
Cioè di un riformismo di ampio respiro, in grado di rimuovere pure le gravi diseguaglianze sociali che affliggono il Paese reale e di rendere le istituzioni più democratiche e trasparenti nell’ottica delle finalità indicate dalla Carta Costituzionale.
Mi sembra che questa linea, nonostante le diffidenze e le pregiudiziali di alcune componenti del centrosinistra, potrebbe riuscire  

“Più bella che intelligente”

di Giovanni Bianco

Intendo svolgere in queste poche righe una prima riflessione, a caldo, sugli effetti dell’apprezzabile pronuncia del Giudice delle Leggi sul “lodo Alfano”, non tanto su quelli tecnico-giuridici, pure molto rilevanti, quanto, soprattutto, sulle conseguenze politiche di breve periodo e sulla complessiva tenuta del sistema costituzionale.
Quanto alle prime, esse, “prima facie”, mi paiono davvero forti e significative, al punto da determinare reazioni convulse e nervose, vere e proprie fibrillazioni e scatti d’ira.
Chi ha seguito ieri “Porta a porta” con occhio attento e critico ha colto questi aspetti immediatamente: il giornalista “di regime” Vespa che con tono preoccupato si rivolge ad Alfano, un vero e proprio accolito del Signor B.: “e ora cosa farete? approverete un’altra legge?”. E poi che dire delle dichiarazioni del Cavaliere, davvero il sintomo di un’immunità perduta, della paura di poter essere processato o condannato come un qualsiasi cittadino: apostrofa Rosy Bindi con aggressiva scortesia, con un “lei è più bella che intelligente” pronunciato come un capo stizzito, un boss risentito, un uomo di potere che non accetta interlocutori dissidenti; dichiara che il Presidente della Repubblica, il saggio Giorgio Napolitano, è un uomo di parte e che la Corte Costituzionale “è di sinistra” (quale Corte, mi vien da dire, quella che non accetta i suoi inviti a cena?).
Qualcuno sarebbe portato ad affermare che “il re è nudo”, ma se non lo è del tutto c’è da chiedersi se finalmente la vicenda politica del Signor B. non abbia imboccato  

La necessità dell’alternativa della piazza

di Giovanni Bianco

Finalmente domani si svolgerà l’attesa manifestazione per la libertà di stampa.
L’evento deve essere salutato con entusiasmo perchè anzitutto significa che nel nostro Paese, nonostante tutto,esiste ancora una democrazia.
Il che dovrebbe essere scontato, ovvio e lapalissiano, però con l’aria pesante degli ultimi mesi è bene essere realisti e cauti, pur se non esagerati e sempre pessimisti.
I fatti non volgono necessariamente al peggio, c’è un’opinione pubblica critica, una stampa libera che non si lascia intimidire, c’è ancora il coraggio delle idee ed il non saper accettare, ci sono le forze politiche ed i movimenti di minoranza.
Tuttavia sorge spontanea una domanda: perchè tanto clamore per una manifestazione per la libertà di stampa se essa, come ha scritto oggi su “La Repubblica” Roberto Saviano, “da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran”?
Certamente in Italia, come ha puntualmente ricordato il presidente della federazione della stampa (fnsi), Roberto Natale, il clima è particolare, di minaccia, il Signor B. (per usare una sigla arcinota di Franco Cordero) o Cavaliere ha esortato gli imprenditori a non investire in pubblicità sui giornali catastrofisti, cioè non allineati e critici, ha dileggiato l’evento in questione, parlando di “farsa”, utilizza i quotidiani di maggioranza, di proprietà del medesimo Signor B., quale strumento di pressione, quale mezzi per operazioni intidimatorie di pessimo gusto, anche per troncare carriere o portare in tribunale quotidiani di spessore che sono fermi nella loro opposizione.

Dunque, una  

Per Aldo Moro

di Giovanni Bianco

Circa un anno addietro recensii su questo blog due importanti saggi monografici su Aldo Moro, pubblicati entrambi in occasione del trentennale dell’eccidio di Via Fani e del rapimento e dell’uccisione dello statista, di Giovanni Galloni e di Corrado Guerzoni.
Merita di essere segnalato un altro bel volume sul medesimo argomento (“Per Aldo Moro”), edito pure lo scorso anno, dall’editore Quattroventi di Urbino, che raccoglie, con prefazione di Ilvo Diamanti e postfazione di Giuliano Crinella, contributi di elevato spessore culturale di Carlo Bo, Mario Luzi ed Italo Mancini.

Del primo, illustre critico letterario, si ripubblica una raccolta di articoli (dal titolo emblematico, “Delitto d’abbandono”) sul tema, editi su “Il corriere della sera” tra il marzo del 1978 e l’aprile del 1988,già pubblicata su “Il nuovo Leopardi” nel 1988.
La cristallina prosa del Bo ed il ritmo incalzante dei periodi non possono non colpire il lettore e questo ben emerge sin dal primo articolo, quello del 18 marzo del 1978 (“Il segno della coscienza”,p.11sgg.)
In esso si avverte lo sconcerto per il drammatico rapimento consumatosi due giorni prima, poichè si pone l’accento sul Moro cristiano e sulla sua “preveggenza politica” ed al contempo sulla “religione della morte” dei suoi rapitori.
Si legge, infatti, che Moro era un uomo consapevole della “certezza della nostra fragilità, della nostra soggezione alla volontà divina: di qui il bisogno di essere pronti all’evento incerto ma di cui ignoriamo le scadenze immediate”. Ma, al contempo, era un politico “lettore raro  

“Democratura”

di Giovanni Bianco

Mi è capitato di ascoltare buona parte del discorso conclusivo del Cavaliere al congresso fondativo del Pdl, solennemente trasmesso dal Tg4.
Il tratto carismatico, il tono perentorio, ironico, talora aggressivo, il forte anticomunismo, le affermazioni ad effetto e superficiali: si tratta di uno scenario risaputo, di recente proposto, ad esempio, nella conferenza di fine 2008.
Il “capo”, illuminato da “lucida follia”, vuole condurre le masse confuse, un popolo smarrito verso un’importante meta di “libertà”.
Berselli, su “La Repubblica” di ieri, ha parlato di “democrazia sotto tutela, con un chiaro accento paternalistico”,
Il che significa transizione verso una “parvenza di democrazia”, una democrazia plebiscitaria e di investitura diretta e magari per acclamazione, verso una “democratura”, come si usa dire in America latina.
Nessun rispetto per le opposizioni, massima e patetica esaltazione della propria carismaticità, con solenne lettura di passi del discorso del lontano 27 gennaio 1994, giorno in cui il Cavaliere decise di scendere in politica per salvare il Paese dai bolscevichi, ed enfatica citazione di una sua prefazione all’ “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, che fu duramente stroncata da Luigi Firpo.

C’è chi, tra i più stimati intellettuali, ha aperto un certo credito al “berlusonismo”, attendendolo alla prova dei fatti, ad esempio sulle riforme istituzionali.
Mi riferisco ad un denso e ragionato articolo di Paolo Pombeni, uscito su “Il Messaggero” di ieri.
Tuttavia, ascoltando attentamente le frasi del Cavaliere ho colto un forte e persistente disprezzo del  

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