L’ ombra della P2

di Giovanni Bianco

Al Cavaliere non basta vincere, vuole stravincere. Sconfitti gli avversari alle elezioni politiche dello scorso aprile, oggi governa con smania populistica e decisioni errate, con dichiarazioni ad effetto che mirano a colpire letalmente i partiti del centro-sinistra.

Ora tocca alla Costituzione (c’era da aspettarselo): “cambierò la Costituzione da solo”: la perentoria affermazione è inequivocabile. Si tratta di un’aspirazione chiaramente autoritaria.
In tal guisa la Costituzione non è più intesa come la Legge fondamentale dello Stato, che esprime, anzitutto, i valori fondanti della democrazia pluralista sorta dalla resistenza, ma quale un mero strumento modificabile dalla maggioranza per meglio conseguire il rafforzamento dell’esecutivo ed un significativo accentramento del potere politico.

Il pericolo per la democrazia è piuttosto serio e condivido la sostanza dell’ articolo scritto per “La Repubblica” due giorni addietro da Ezio Mauro: l’obiettivo è il “potere unico”, anche attraverso un molto forte ridimensionamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e del suo “potere di controllo della legalità”, riconosciutogli dalla Costituzione.
Insomma, detta in termini più espliciti e realisticamente pessimisti, riformare la Costituzione per ridimensionare il peso dei due principi cardine dello Stato di diritto, la divisione dei poteri e la legalità.

Quest’intento, insieme all’insofferenza verso l’opposizione ( “con i marxisti non si dialoga”), fa tornare in mente passi del noto “Piano di rinascita democratica”, il vademecum della P2 di Licio Gelli.
Proprio al punto 4 della “Premessa” di quest’ultimo testo si legge, infatti, che “i programmi a medio e lungo termine prevedono ritocchi alla  

Mi rivolto dunque siamo

Camus, Mi rivolto dunque siamo (Elèuthera, 2008)

di Giovanni Bianco

La casa editrice “Elèuthera” ha pubblicato, da poche settimane, gli scritti politici di Albert Camus (“Mi rivolto dunque siamo”), editi, tra gli anni cinquanta e sessanta, dalle “edition Gallimard” (la quarta ed ultima edizione è risalente al 1965).
Camus torna a scuoterci ed a sollecitarci.
Come osserva Vittorio Giacopini, nella breve e densa introduzione al libro, oggigiorno la sfida del teorico dell’ “assurdo” quale condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, dello scrittore esistenzialista che “a volte sembrava combattere contro i mulini a vento o contro un’ombra”(p.9), “ritorna in primo piano con un’impellenza diversa e sconcertante”, perchè nell’età di “pensiero unico, globalizzazione, trionfo del capitalismo” “l’intera esperienza politica e sociale dell’occidente presuppone la rinuncia a qualsiasi immagine di trasformazione complessiva e un’adesione…agli schemi del presente e alle sue leggi”.
Che significa “rivoltarsi”? Significa “non volersi rassegnare a lasciar cadere l’istinto di una ribellione immaginifica”, “persino in un mondo tramortito dal conformismo”. Camus si dichiarava “nemico di ogni ideologia” ed “allergico a tutte le religioni”, pensava alla necessità di azioni collettive: “visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta”(p.10), che significa anzitutto impegno storicamente situato, che non si arrende all’individualismo, che cerca i “no” che “bisogna inventarsi” nel “secolo della paura” (“Nè vittime nè carnefici”, p.17).
Secolo quest’ultimo in cui “la maggior parte degli esseri umani (esclusi i credenti d’ogni sorta) sono privi di futuro. Senza una proiezione sul futuro, senza una promessa di maturazione e progresso,  

Il PD e la questione meridionale

di Giovanni Bianco

I venti di bufera dell’estate politica, il recentissimo scandalo abruzzese ed una mai sopita “questione morale”, impongono un’analisi attenta della crisi di credibilità del sistema politico italiano ed, in modo specifico, di quello del mezzogiorno, senza con ciò voler sottovalutare il settentrione.
E’ una “vexata quaestio”, uno dei plessi tematici più preminenti della “questione meridionale”, su cui si soffermarono meridionalisti di prim’ordine: quella della formazione della classe politica e della classe dirigente e della gestione del potere politico-amministrativo nelle regioni meridionali.

Un tema del passato ma attuale, che riguarda il notabilato e l’aristocrazia post-unitaria, la conservatrice ed, a suo modo, clientelare classe dirigente liberale del sud; il regime fascista, che rafforzò i ceti possidenti e guadagnò consenso anche per l’incultura delle masse; il nuovo “partito-Stato” che fu la D.C., con alcune correnti (specie quella andreottiana) conniventi con il malaffare e la mafia e sempre appoggiato da settori consistenti di un clero in taluni frangenti sonnolento e poco incisivo nella critica sociale e politica, anche utilizzato come “pedina” del clientelismo democristiano.

Lo storico Craveri ha scritto che l’argomento della “questione meridionale” deve essere posto nell’odierno contesto sovranazionale, contrassegnato dalla lenta integrazione europea e dalla globalizzazione.
Il che è indiscutibile, attualmente, ad esempio, le interdipendenze economiche globali non consentono analisi e diagnosi per rigidi compartimenti stagno.
Purtuttavia, la specificità della questione in considerazione resta intatta, sia pure dovendola aggiornare.
E quest’ultima concerne un sistema politico ancora intriso di reti di connivenze, di cooptazioni e  

Un cattolico a modo suo

di Giovanni Bianco

“Un cattolico a modo suo” è il testamento spirituale che ci ha lasciato Pietro Scoppola. Ma è anche qualcosa di più e di diverso: come scrive Giuseppe Tognon nella premessa si tratta di “un libro novecentesco, problematico e folgorante”, un libro di un uomo “convinto che il prepararsi a morire non dovesse essere un esercizio privato, ma l’occasione di fare i conti con sè stessi”(p.6); “non è un libro di memorie, non è l’ultima lezione di un professore universitario e nemmeno l’appello finale di un grande intellettuale”, “ha il gusto della verità misto a rimpianto per la vita che sta terminando, ma è anche il programma per una generazione che verrà”.

Dunque, un testo semplice ed al contempo impegnativo, che si chiude in modo “aperto”, con “pensieri aperti”, che indicano la ricerca intellettuale inevitabilmente incompiuta sui temi più ardui del vivere e del conoscere.

Quindi la lettura è per forza di cose necessariamente coinvolgente.

Nel leggerlo ho ripensato alle volte che mi è capitato di incontrare Scoppola, anche talora dissentendo dalle sue posizioni (come, ad esempio, accadde in una lontana assemblea federale della f.u.c.i. del 1988), ma sempre considerandolo un maestro di democrazia e di laicità.

Il testo mi ha riproposto l’immagine del fine storico, rigoroso nelle analisi e capace di guardare avanti, di superare qualsiasi atteggiamento conservatore e passatista.

Un cattolico a modo suo (ed. Morcelliana, 2008)

Un cattolico a modo suo  

Il coraggio di “Famiglia cristiana”

di Giovanni Bianco

Alcuni intellettuali e politici dell’opposizione nell’ultimo periodo hanno sempre più cercato analogie e proposto confronti tra il “fascismo” ed il “berlusconismo”.
Alberto Asor Rosa ha definito di recente quest’ultimo un sistema di potere peggiore del primo, il che è sicuramente un’esagerazione, ma voluta, per scuotere le coscienze assopite.
Qualche mese addietro sollevai siffatta questione su questo sito anche richiamando il pensiero di Umberto Eco.
Perchè suscita tanto scalpore il fatto che a porre il medesimo problema, in termini fortemente critici e con coraggio, sia stato l’autorevole settimanale dei paolini, “Famiglia cristiana”?
Perchè è stata addirittura necessaria una dichiarazione ufficiale del Vaticano, che ha subito precisato che si tratta di posizioni che non coincidono con quelle della Santa Sede e della C.E.I.?
A chi giova tale atteggiamento così prudente ed equivoco?
Ora, non si può revocare in dubbio la serietà di “Famiglia cristiana”, che, come pure ha ricordato oggi Giorgio Tonini, in un’intervista sul “Corriere della sera”, è un periodico che propone analisi attendibili, chiavi di lettura fondate del quadro politico e sociale, ricostruzioni ponderate e mai improvvisate.

E sul punto sorgono inevitabilmente alcuni opportuni quesiti: l’eccessiva esaltazione della salvaguardia dell’ordine pubblico è, senza dubbio, un tratto tipico dei regimi autoritari? L’insofferenza verso gli stranieri (nel caso di specie soprattutto extracomunitari e rom) “puzza” di “neofascismo mascherato”? La sbandierata idea di uno Stato forte ed inflessibile nell’uso dei propri apparati repressivi, che controlla capillarmente il suo territorio, può pure assumere risvolti  

Intorno a due libri su Aldo Moro

La più recente letteratura sulla figura di Aldo Moro conferma l’attualità di essa ed i diversi misteri che circondano la sua tragica morte. Si tratta di contributi pregevoli, scritti da personalità che furono vicine al leader pugliese e ne colsero le più rilevanti novità politiche e la profondità di pensiero,e mi riferisco in particolare a Giovanni Galloni ed a Corrado Guerzoni. Il primo, in “30 anni con Aldo Moro” (Editori Riuniti, 2008), propone una ricostruzione della strategia politica morotea volta a sottolineare la sua originalità e l’importanza indiscutibile che essa ebbe sia per l’allargamento delle basi dello Stato democratico, sia per l’affermazione di un dialogo costante e di una non occasionale collaborazione politica tra la D.C. ed i due maggiori partiti della sinistra, il P.C.I. ed il P.S.I. Cosicchè i fatti storici esaminati sono sempre ricondotti, anche quelli più critici e contorti, ad alcuni capisaldi: i principi fondamentali della Costituzione repubblicana; la concezione  

Il “caso Moro” tra verità e approssimazione. Aspettando Godot

Il “caso Moro” sollecita sempre la memoria collettiva. Esso è attuale, diversi si cimentano, anche con approssimazione o con ricostruzioni storiche discutibili, ad approfondirlo, senza mai poter giungere alla completa chiarificazione di tutti i suoi misteri. Quindi “Godot”, quell’entità indeterminata della “piéce” teatrale di Samuel Beckett (che ciascun lettore ha sempre identificato con i più vari “grandi concetti”), nel caso di specie è “la verità”.  

Sul Manifesto per la sinistra cristiana

di Giovanni Bianco

La politica può superare la sua crisi? Può uscire dalle secche del pragmatismo e del mero tatticismo? Può volare più in alto dei discorsi di ingegneria costituzionale e dei vuoti equilibrismi dialettici? Può essere innervata da una nuova stagione di partecipazione democratica? Può porsi oltre il trionfo dell’economicismo e del mercato globale?
Queste domande, senza una risposta immediata, ma soltanto altamente problematiche, mi ponevo dopo un’attenta lettura del molto interessante “Manifesto per la sinistra cristiana”, sottoscritto da protagonisti della vita politica della prima Repubblica e del mondo cattolico, quali Raniero La Valle, Adriano Ossicini, Giovanni Galloni, Giovanni Franzoni.
Manifesto che non intende rifondare il disciolto “Partito della sinistra cristiana”, che chiuse la sua esperienza politica nel lontano 1945, bensì vuole indicare degli ideali, delle prospettive di cambiamento all’area progressista, alla sonnolenta società civile italiana e ad un sistema politico “ingessato”, incapace di rappresentare il Paese reale, avvitato su sè stesso e sulle sue diatribe interne.

Manifesto che ambisce ad un progetto di alto profilo. Si parla, infatti, di “sovranità del popolo”, di riscoperta della partecipazione politica, di eguaglianza, solidarietà, laicità, di unità di credenti e non credenti, di pacifismo.
E si richiamano figure di assoluto rilievo della sinistra cristiana, da Aldo Moro a Franco Rodano, da Romolo Murri ad Adriano Ossicini, da Don Sturzo a Giuseppe Dossetti.
La politica è, perciò, al centro di una riscoperta dei valori dei cristiani democratici e di sinistra ed è concepita come servizio per gli altri,  

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