14 luglio 2014, Cultura - Recensioni

Un mistico e uno scrittore si chiedono cosa c’è oltre la vita

di Corrado Augias

Da che mondo è mondo ogni civiltà umana, ad ogni latitudine, si è posta la domanda di che cosa succeda dopo la morte. Uscita definitiva? Transito verso un’esistenza diversa? Un’attesa? Il ritorno ad un luogo originario? Esiste una risposta a queste domande? Massimo Polidoro (esperto di psicologia dell’insolito) e Marco Vannini, noto studioso di mistica, hanno dialogato a lungo sull’argomento. Il risultato è racchiuso nelle 240 pagine del loro Indagine sulla vita eterna.

Indagine è una parola appropriata. I due autori ripercorrono e si potrebbe dire illuminano alcune delle principali credenze che si sono succedute da quando i faraoni egiziani erano certi di traghettare, dopo il trapasso, in una condizione parallela; evocano le oscurità dell’Ade, regno greco-romano delle ombre in qualche modo ripreso anche da Dante nel viaggio della Commedia – fatte salve ovviamente le varianti apportate dal cristianesimo. Nell’ebraismo un’idea di eternità dell’anima non esiste.

L’anima è un concetto platonico diffusosi, in Occidente, con la cultura ellenistica. Al massimo si può parlare di una specie di limbo, sorta di sala d’attesa della finale resurrezione per le correnti ebraiche, per esempio i farisei, che la contemplavano. Il repertorio è vasto, la trattazione limpida. In una successiva parte del libro gli autori si concentrano su un repertorio altrettanto vasto: quello dei fenomeni detti paranormali a proposito dei quali sembrano giungere a conclusioni diverse.

Polidoro afferma che quei fenomeni non si sono mai verificati in condizioni che ne permettessero un sufficiente controllo. Per Vannini, i limiti della scienza sono troppo angusti e fluttuanti per stabilire che cosa sia la «normalità» e, quindi, ciò che in questa normalità rientri. L’ampia e suggestiva escursione porta gli autori (e chi legge) alle conclusioni.

Per Polidoro la vita può essere vissuta con dignità e consapevolezza morale anche in assenza di una qualunque aspettativa al di là della soglia fatale. Vannini, sfoderando l’unghiata del mistico, nega che il problema possa essere affrontato in termini di angusta razionalità, afferma che «la vita eterna non è una vita speciale, con fatti eccezionali, bensì la vita quotidiana, presente – in quell’estasi del quotidiano ove tutte le cose, immerse nella luce dell’eterno, sono infinitamente belle».

(“La Repubblica”, 6 giugno 2014)

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