23 aprile 2013, Cultura

Teologia dell’assialità e teologia assiale

di José María Vigil

PUNTO DI RIFERIMENTO: LA TEORIA DEL TEMPO ASSIALE

Nel processo di conoscenza e di recupero del nostro passato evolutivo, non molto tempo fa abbiamo individuato un fenomeno peculiare che ha preso il nome di “tempo assiale”. Per quanto Karl Jaspers abbia affermato, riguardo a tale espressione, di essere stato preceduto da Lasaulx, Viktor Strauss e Alfred Weber, tanto il concetto quanto il termine sono oggi solitamente attribuiti allo stesso Jaspers, che li ha resi popolari con la sua opera Origine e senso della storia.

Una prima accezione di Achsenzeit, tempo asse, tempo assiale, viene elaborata attorno all’idea di un immaginario asse nel tempo a cui tutto farebbe riferimento; un momento che segnerebbe un prima e un dopo nella linea del tempo. Jaspers inizia il suo libro dicendo che già Hegel contava su un tempo asse, che per lui era Cristo, come riferimento centrale della storia, un momento assiale attorno a cui girerebbe tutto il tempo. Oscar Cullmann, nella sua famosa opera Cristo e il tempo, aveva detto poco prima una cosa analoga: che tutto il tempo anteriore confluisce in Cristo, a partire dal quale sorge un nuovo tempo aperto al futuro assoluto; Cristo fungerebbe come l’alfa e l’omega di tutta la storia della salvezza, del tempo e dell’eternità…

Ma questa concreta concezione di un tempo asse – dice Jaspers – è religiosa, appartenendo concretamente alla fede cristiana, e non può per questo essere accettata scientificamente, sulla base di criteri dimostrabili e universali. Jaspers intende trovare, con tali criteri scientifici, un tempo assiale, un tempo che possa venire identificato come un asse che divide la storia in un prima e in un dopo, un tempo che segnerebbe l’inizio dell’attuale epoca della storia, quella che stiamo ancora vivendo.

Quello che Jaspers conclude riguardo a questo tempo assiale è noto. Egli crede di averlo individuato nel periodo che va dagli 800 ai 200 avanti Cristo, nell’insieme di trasformazioni sperimentate dall’umanità in questa epoca, trasformazioni che hanno configurato un tipo di coscienza umana differente, che è ancora ciò che viviamo oggi, varie migliaia di anni dopo. Siamo cresciuti moltissimo in termini di informazione – non tanto di scienza – e anche di tecnologia, ma non di saggezza. I livelli di saggezza e di spiritualità raggiunti dall’umanità in quel tempo assiale non sono stati superati. Forse in un possibile tempo assiale futuro potremo andare oltre la nostra attuale coscienza umana, quella formatasi nel tempo assiale del primo millennio a. C. Di fatto, Jaspers suggerisce che potrebbe verificarsi presto un possibile secondo tempo assiale, e indica, sinteticamente, che ciò non avverrebbe oggi sulla base di un’aggregazione di trasformazioni in settori geografico-culturali isolati, ma si darebbe in maniera planetaria, «dell’umanità nel suo insieme».

L’evoluzione umana sembra essere stata costante, ma non omogenea né lineare. Jaspers ha creduto di individuare un’epoca in cui si è verificato un cambiamento evolutivo spirituale così profondo per la coscienza dell’umanità da dividere la storia in un prima e un dopo, come un asse, un tempo assiale. Questa tesi ha fatto fortuna, e viene accettata in maniera crescente nelle valutazioni storiche, sociologiche e antropologiche. (…). Così come alcuni decenni fa è divenuta celebre l’espressione “non ci troviamo più in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca”, così ora sta diventando abituale – anche in teologia – parlare del fatto che stiamo dinanzi a uno tsunami culturale, e anche a un nuovo tempo assiale. È il segno che sta crescendo la consapevolezza che quello che stiamo vivendo non sono semplici “cambiamenti accelerati”, ma una trasformazione globale culturale-spirituale dell’umanità di profondità tale da poter essere catalogata come un nuovo tempo assiale.

È da questa coscienza crescente (…) che vogliamo partire in questo studio. Ci muove questa inquietudine: la tesi (o ipotesi) della possibilità di un nuovo tempo assiale più o meno imminente è tremendamente minacciosa per la teologia; motivo per cui riteniamo urgente richiamare la sua attenzione sul tema, dando spazio tanto a una (nuova) teologia dell’assialità, quanto a un rinnovamento delle teologie settoriali a partire da tale prospettiva, trasformandole in teologie assiali.

VEDERE: DATI CHE CONFERMANO LA POSSIBILITÀ DEL TEMPO ASSIALE NELL’ATTUALITÀ

Possiamo constatare una crescita di consapevolezza attorno alla trasformazione che la coscienza dell’umanità sta sperimentando, alla sua accelerazione e alla sua profondità. È da molto tempo che parliamo di progresso – lungo tutta l’età moderna -, di “progresso” e di cambiamenti. Come abbiamo ricordato, 50 anni fa il Concilio Vaticano II affermò che la società attraversava un’epoca di cambiamenti così accelerati da non riuscire quasi ad accompagnarli nella maniera dovuta. Negli anni ’90 divenne comune dire che non eravamo più in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca. E più recentemente abbiamo cominciato a sostenere che non ci troviamo solo in un cambiamento d’epoca, ma in uno tsunami culturale o in un nuovo tempo assiale. Tale progressione crescente esprime eloquentemente una coscienza che si conferma e si trasforma in spirito dell’epoca, in convinzione indiscussa assunta socialmente.

Per quanto si debba ricondurre agli inizi dell’Età Moderna, è negli ultimi decenni che si è resa evidente e inoccultabile la crisi della religione in Occidente, con l’abbandono di milioni di fedeli, soprattutto  in Europa e in Nordamerica (Canada, Quebec). Gli analisti parlano di una crisi inedita, addirittura di una crisi di Dio (Gotteskreise), di un’«eclissi di Dio» (Martin Buber), di una «metamorfosi della religione» (Juan Martín Velasco), della fine della cristianità, di una secolarizzazione sempre crescente, di una «exculturazione» del cristianesimo (Hervé-Legier)…

E tutto questo senza negare il fatto che buona parte del mondo continui a praticare la propria religione tradizionale, che questa registri persino una forte reviviscenza, come indicherebbe per esempio la vertiginosa crescita della corrente neopentecostale, reviviscenza che può convivere con il fenomeno anch’esso crescente dell’ateismo, con la presenza di nuove generazioni che vivono già consapevolmente al margine della coscienza religiosa tradizionale degli ultimi millenni.

In definitiva: non è possibile dimostrare – né pretendiamo farlo – sulla base di argomenti e di dati che ci troviamo in un tempo assiale; consideriamo semplicemente che si tratta piuttosto della sensazione, vissuta da molti come convinzione, che siamo forse in una situazione simile, per quanto probabilmente non uguale (ma non è necessario che lo sia).

Se è plausibile, como pare, l’ipotesi di una trasformazione tanto o più radicale di quella vissuta dall’umanità in quel tempo assiale, e se ciò significa entrare, o essere già immersi, in una trasformazione tale da rompere gli argini entro cui si muove e si è mossa la nostra conoscenza negli ultimi millenni, sembra logico che una teologia responsabile affronti tale possibilità e rifletta sul suo significato. È quanto vogliamo far qui, in tutta semplicità.

GIUDICARE: A) COSA IMPLICHEREBBE ACCETTARE QUESTA IPOTESI SCIENTIFICA?

Ci chiediamo che implicazioni avrebbe per la religione e la teologia il riconoscimento del carattere assiale della trasformazione in corso. Sembra chiaro che le basi – considerate certe e indubitabili – su cui poggiano la religione e la teologia si vedrebbero messe in discussione dall’accettazione di questa ipotesi dell’assialità. Cercheremo di enumerare alcune delle principali:

– Le religioni affermano con certezza l’oggettività dei contenuti della loro fede, e sono sicure della veridicità oggettiva delle verità formulate nel loro patrimonio simbolico. La religione è stata l’istanza a cui l’umanità ha riconosciuto maggiore autorità e credibilità nel compito di dirci cos’è e che significato ha la realtà. Da tremila anni, l’umanità ha guardato la realtà attraverso le lenti offerte dalle religioni.

Se la tesi del tempo assiale è vera, ciò implicherebbe la perdita di quella certezza di oggettività: i contenuti della nostra fede non esprimerebbero una realtà oggettiva, eterna e immutabile, ma appena il modo concreto in cui essa è modellata nella nostra conoscenza in una determinata tappa della nostra storia evolutiva, destinata ad essere superata in un nuovo tempo assiale.

– Le religioni hanno considerato se stesse come provenienti direttamente dalle mani degli dei, presenti dall’origine dei tempi in questo mondo creato espressamente per l’essere umano, e destinate ad accompagnarci fino alla fine del mondo (e a introdurci nella tappa post-mondana della realtà).

Se la tesi assiale è vera, il messaggio delle religioni è datato al periodo post-assiale. La visione trasmessa dalle religioni come eterna non esisteva prima del tempo assiale, ed è possibile che non esista più dopo un nuovo tempo assiale, nel quale forse già ci troviamo.

– Se è vero che il tempo assiale presuppone una trasformazione radicale globale della coscienza umana, è logico pensare a una trasformazione radicale anche della religiosità espressa nel passato tempo assiale. In quali nuove forme potrebbe trasformarsi la nostra religiosità, secondo gli indizi di cui disponiamo?

* Forse la religiosità deuteroassiale non potrà essere più la relazione con un Mistero separato dalla realtà, con una divinità trascendente-separata dal cosmo, ma sarà panenteisticamente cosmocentrica. Sarà orientata non più dualisticamente verso il cielo, verso le cose di lassù, verso le realtà eterne-postmortali, ma verso la Terra-Cosmo, verso il basso, verso il dentro, verso la realtà integrale…

* La nuova religiosità non potrà più accettare il religio-centrismo totalizzante che si è imposto durante questi millenni, collocando e racchiudendo l’umanità in una visione religiosa elaborata dalla religione stessa, autoerettasi in autorità massima e infallibile…

* La nuova religiosità non potrà essere mai più quella del “Libro”, di una fonte assoluta di conoscenza che si ritiene venuta da fuori, da sopra, dagli dei, ma sarà segnata radicalmente e decisivamente dalla scienza, dalla conoscenza umana del cosmo, della Realtà, in tutti i suoi livelli…

* La nuova religiosità deuteroassiale rinuncerà molto probabilmente a ogni pretesa di verità, rispettando le altre facoltà e gli altri strumenti di cui dispone l’umanità per la sua ricerca incessante della verità, e riconoscendo come l’intrusione della religione in questo campo abbia causato all’umanità grandi sofferenze e ritardi. La religiosità deuteroassiale sarà molto probabilmente una religione non solo senza dogmi, ma anche senza verità, limitandosi al compito fondamentale di accompagnare l’essere umano nella ricerca del senso, della profondità, della qualità umana profonda…

* La religiosità deuteroassiale sarà post-teista, nel senso che non cadrà più nell’illusione di una divinità pensata come entità separata, situata lassù, là fuori, un theos che dimora in un piano superiore da cui interviene nella vita umana… La religiosità deuteroassiale sarà perlomeno panenteista…

* La religiosità deuteroassiale non potrà più essere circoscritta all’interno di alcuna religione intesa come canale imprescindibile di mediazione con il Mistero, interpretando le religioni come costruzioni umane geniali e al tempo stesso difettose, che hanno aiutato l’umanità e allo stesso tempo le hanno impedito di continuare a crescere. (…).

Molte altre trasformazioni potrebbero essere indicate; ci siamo riferiti a queste solo a mo’ di esempio. E gravi, molto gravi, sono le implicazioni che derivano dall’accettare o meno tale ipotesi del tempo assiale. Per questo, è conveniente passare ad un giudizio teologico.

GIUDICARE: B) POSSIAMO ACCETTARE LA TESI E LE SUE IMPLICAZIONI?

– Prima di esprimere questo giudizio teologico sulla possibilità di integrare teologicamente la tesi del tempo assiale, bisogna innanzitutto tenere conto del fatto che la tesi/ipotesi del tempo assiale appartiene al campo scientifico. Si tratta in realtà di un tema interdisciplinare che può coinvolgere varie discipline, principalmente la storia, l’antropologia culturale, la filosofia e le scienze della religione. Accertare se si è avuto o meno quel tempo assiale nel millennio anteriore alla nostra era, se si avrà un fenomeno simile in un futuro prossimo o se si sta già registrando oggi non spetta al sapere teologico. È un’affermazione (o negazione) puramente scientifica.

– Malgrado Giovanni Paolo II abbia detto, in occasione della riabilitazione di Galileo Galilei, che non esisteva più un conflitto tra fede e scienza, è ovvio che le implicazioni della tesi/ipotesi del tempo assiale sono gravemente in conflitto con la visione teologica tradizionale. Il conflitto fede-scienza rivive qui in un’edizione riveduta e corretta. Come risolvere, 400 anni dopo Galileo, questo conflitto tra fede e cienza?

– Nella criteriologia teologica classica antica – ancora ufficialmente in vigore, e abbracciata da molti – un’affermazione teologica fondata sulla fede aveva la precedenza su qualunque affermazione scientifica. (…). Il credente e la teologia poggiavano su fondamenti di un livello superiore: fondamenti di fede, basati sulla rivelazione. È per questo che i cardinali dell’Inquisizione erano certi di non poter credere a ciò che Galileo cercava di dimostrare loro. Non è che “non credessero” a quanto Galileo argomentava, dati alla mano; è che credevano di sapere, a partire dalla fede, che quanto affermava Galileo «non poteva essere vero», perché loro, come cristiani, possedevano una fonte superiore di conoscenza: la rivelazione, la Bibbia. Galileo li invitò guardare con il telescopio; essi risposero che non ne avevano bisogno. Anche qualora fosse risultato loro evidente, guardando al telescopio, ciò che affermava Galileo, pure in questo caso avrebbero pensato che si trattava di un’“illusione ottica”, tanto erano sicuri del fatto che le affermazioni della fede, in quanto fondate sulla rivelazione, fossero di ordine infinitamente superiore alle affermazioni della scienza, fino al punto di annullare queste in caso di conflitto.

Non molto diverso è stato il più recente caso del monogenismo, ai tempi di Pio XII. La scienza iniziò a intravedere e ad affermare la possibilità che la nostra specie non derivasse necessariamente da un’unica primigenia coppia umana, ma che avrebbe potuto sorgere da vari fronti evolutivi. Il Magisterio ecclesiastico si affrettò a sostenere che, per quanto non potesse portare prove né confutare alcuna delle prove fornite invece dalla biologia e dalla paleontologia, si sentiva in condizioni di affermare (in virtù della sua conoscenza rivelata) che il poligenismo era impossibile, giacché, per fede, la Chiesa sapeva che siamo tutti figli di una primigenia e unica coppia umana, quella di Adamo ed Eva, la quale commise un peccato primordiale che, in caso di poligenismo, non avrebbe potuto contaminare tutta la specie umana.

Oggi non è così. Sono cambiati i tempi, ed è cambiata la nostra epistemologia. Oggi non ci appare più chiara la precedenza criteriologica della fede sulla scienza in materie che sono di competenza di quest’ultima. Oggi sappiamo che ogni aspetto scientifico che abbiamo creduto di conoscere attraverso la fede si è rivelato come frutto della nostra ignoranza piuttosto che della rivelazione divina. Tutte le verità scientifiche che abbiamo pensato venissero dall’alto oggi sappiamo che sono venute dal basso, dalla nostra creatività e genialità come dalla nostra ignoranza, dalla nostra paura e dalla nostra immaginazione.

La fede ha messo in relazione il geocentrismo con la rivelazione, e la scienza ci ha spinto ad abbandonarlo, per quanto malvolentieri e per quanto ci siano voluti quasi 300 anni. La fede ha affermato l’antropocentrismo como parte centrale del progetto di Dio, e la scienza ci porta oggi a superarlo. La fede ha affermato l’unicità del progetto divino della salvezza umana, e oggi la scienza ritiene di essere sul punto di incontrare vita (animale, razionale, intelligente, spirituale, umana?) in uno qualunque degli “esopianeti” in grando di ospitarla che da 20 anni vengono in continuazione scoperti (nel 2012 sono già arrivati a 800 e si calcola che debbano essercene milioni). Il magistero ecclesiastico tace su questo tema – un tema molto più grave del monogenismo – perché non è affatto sicuro di poter contraddire la scienza in nome della fede. I tempi sono cambiati, anche per l’Inquisizione.

Che dire poi di fronte alla sfida lanciata dal tempo assiale rispetto a tante affermazioni e a tanti presupposti teologici importanti prima citati? Possiamo in nome della fede assicurare che la scienza sbaglia? Saranno molti i teologi e i credenti non disposti ad accettarlo. È logico. Ma vogliamo affermare che non è impossibile accettare la tesi/ipotesi del tempo assiale e procedere al relativo aggiustamento e alla relativa rilettura della nostra visione di fede e della nostra visione teologica. Ciò potrebbe non essere necessariamente interpretato como servilismo nei confronti della scienza, ma come maturazione epistemologico-critica della fede. Per quanto sembri difficile, un’altra forma di relazione tra fede e scienza è possibile. Su cosa si basa tale nuova relazione rispetto ad affermazioni radicalmente innovative come quelle relative al tempo assiale?

– Con Thomas Berry possiamo accettare che la scienza ha un certo valore di rivelazione, per quanto di segno diverso, in quanto non giunge dall’alto ma da dentro. Come abbiamo detto, oggi sappiamo che tutto quello che credevamo venisse da sopra viene in realtà da sotto. È anch’essa “rivelazione” quella che sperimentiamo quando attraverso la scienza la Realtà ci svela/rivela parte dei suoi misteri.

Grazie allo sforzo continuato e comunitario, “il libro” della realtà, della “creazione”, a partire dalla rivoluzione scientifica del XVI secolo, si è venuto dispiegando sempre più, con accelerazione crescente. La conseguente crescita esponenziale della conoscenza scientifica ha permesso di sviscerare, di fronte ai nostri occhi e ai nostri cuori attoniti, misteri della realtà che prima non avremmo mai potuto neanche immaginare. Restiamo a volte delusi nel veder ridotti a fantasie – e a un’evidente ignoranza – elementi importanti del nostro pensiero religioso, che ora ci appaiono carenti di fondamento, essendo stati elaborati dall’umanità in epoche storiche in cui era stato appena aperto questo “libro” primo della rivelazione, il libro della realtà. Ma superiamo presto la nostra delusione, di fronte agli orizzonti enormemente ampliati a cui ci conducono le attuali “rivelazioni” di questo primo libro attraverso la scienza.

Tutto quello che sta dicendo e confermando la scienza, si trasforma per noi, in qualche modo, in “parola di dio” che ci obbliga a modificare e a risistemare le nostre convinzioni ed elaborazioni religiose e teologiche in accordo a questi nuovi “dati rivelati”. Negli ultimi secoli, e con un’accelerazione crescente, la scienza sta ampliando smisuratamente le nostre conoscenze, e con esse la nostra prospettiva. L’intera percezione umana ne viene modificata, così come la nostra coscienza. «Tutte le modalità umane di essere del passato – scrive Thomas Berry – vengono profondamente alterate. Noi stessi stiamo cambiando. Il cristianesimo, apparso duemila anni fa, e la nostra rivelazione biblica, iniziata 3.200 anni fa, devono operare ora nel contesto di queste nuove dimensioni. Purtroppo, non vi sono ancora indizi che i cristiani pensino in quest’ottica. Come il pianeta sta cambiando attualmente più di quanto sia cambiato in un periodo molto esteso, l’ordine umano che ha provocato questi cambiamenti dovrà modificarsi in modo altrettanto profondo. Per questo penso che quanto sta avvenendo alla teologia cristiana, alle altre teologie, alla vita religiosa o a qualunque codice morale, sia il cambiamento più profondo negli ultimi 5.000 anni. Tutte le dimensioni umane sono destinate a cambiare ora più che dall’apparizione delle grandi civiltà. Possiamo anche dire che tutte le civiltà e le tradizioni religiose che hanno avuto inizio 5.000 anni fa hanno compiuto in gran misura la loro missione storica.  Anche la civiltà cristiana e la sua esperienza religiosa e umana. Non possiamo funzionare senza tali conquiste. Svolgeranno un importante ruolo nella creazione del futuro. Ma devono cambiare a un livello mai visto prima. È stato Teilhard de Chardin ad esprimere la maggiore trasformazione del pensiero cristiano dall’epoca di San Paolo».

È ovvio che questo modo di parlare può risultare, intenzionalmente, un po’ provocatorio. Ma non è così. A differenza della teologia classica dogmatizzante, la scienza attuale procede con molta più umiltà. Non crede mai di avere la verità definitiva, ma solo una “versione” ultima, che essa mira a rielaborare e a superare quanto prima. La “rivelazione” che sorge dal primo libro è sempre incompleta, è sempre sul punto di venire superata.

Se è così, la nostra fede può accettare di buon grado la tesi e l’ipotesi della scienza, condividendo con essa il desiderio umile di ricerca della verità e confidando nella migliore capacità dell’umanità di perseguirla. Possiamo confidare più nella scienza che cerca permanentemente e con umiltà che in una teologia dogmatica che non è mai in ricerca, ma ripete smodatamente affermazioni pseudoscientifiche che ritiene rivelate dall’alto. Oggi molti credenti non hanno più difficoltà ad ammettere la plausibilità della tesi/ipotesi del tempo assiale, riconoscendo che molte di quelle credenze che abbiamo ritenuto rivelate e immutabili oggi ci appaiono superate e meritevoli di venire abbandonate.

– Per accettare senza scandalizzarci le implicazioni legate alla tesi del tempo assiale, possiamo ricordare/riconoscere varie esperienze che già abbiamo avuto. In effetti, nella nostra storia di fede religiosa abbiamo già vissuto molte illusioni o effetti ottici che ci hanno fatto percepire la realtà in modo sbagliato:

* fino ad appena due secoli fa, le Chiese hanno creduto al geocentrismo e lo hanno difeso in maniera appassionata e intollerante contro quanti lo mettevano in discussione sulla base di prove scientifiche. Per millenni abbiamo avuto una posizione sbagliata, solennemente e dogmaticamente sbagliata. Non per cattiva volontà. Era quello che sembrava allora effettivamente evidente, un “effetto ottico” che abbiamo fatto nostro e che abbiamo considerato come elemento essenziale della nostra fede;

* per millenni ci è parsa accettabile la possibilità di dare “definizioni dogmatiche” e di ritenerne le formule infallibili e irrevocabili nella lettera e nel significato. (…).

* fino ad alcuni anni fa credevamo ancora ingenuamente che «le formule di cui si serve la Chiesa per proporre i dogmi di fede esprimono concetti che non sono legati a una determinata forma di cultura umana, né a una determinata fase di progresso scientifico, né a un’altra scuola teologica; ma esprimono… l’esperienza universale e necessaria. Per questo risultano conformi a tutti gli esseri umani di tutti i tempi» (Paolo VI, Mysterium Fidei). Oggi ci chiediamo come sia stata possibile tale ingenuità epistemologica. Si tratta di “illusioni”, non di cattiva volontà. Di effetti ottici che ci hanno portato a vedere in questo modo. Oggi, in tutta umiltà, riconosciamo di aver sbagliato. E quella cosmovisione che sembrava essenziale alla fede, e che è venuta meno con la scoperta del telescopio, si è liberata da errori fondamentali e da una visione completamente sfocata.

Questo è un argomento chiaro a favore della plausibilità della tesi del tempo assiale e delle sue delicate implicazioni teologiche. A fronte di tanti errori (semplicemente “ottici”!) come quelli già commessi, ci costa meno riconoscere oggi questa nuova illusione in cui, secondo quanto evidenzierebbe la tesi del tempo assiale, abbiamo vissuto per tanto tempo. Se oggi sappiamo che nel corso di millenni siamo stati vittime delle nostre illusioni, non ci costa tanto accettare e riconoscere le nuove illusioni di cui, secondo l’ipotesi scientifica del tempo assiale, oggi staremmo ancora soffrendo, per quanto queste siano molto più gravi delle precedenti.

Certamente, la portata delle implicazioni della tesi dell’assialità è grande per la teologia. Ma dopo aver accolto le ragioni della scienza, non risulta così difficile accettarla. E con una mente aperta e avvertita non risulta neppure difficile accettarne le citate implicazioni.

AGIRE: LA TEOLOGIA DI FRONTE A UN NUOVO TEMPO ASSIALE

Cosa dovrebbe fare una teologia responsabile e coerente di fronte a questa prospettiva del tempo assiale?

– Affrontare con decisione il tema. Certamente, se l’ipotesi è corretta, il cambiamento si realizzerà con il nostro appoggio o senza di esso, anche nel caso lo si voglia contrastare. Ma l’atteggiamento senza dubbio più intelligente è quello di affrontare il tema, studiarlo, riflettere su di esso e assumerne le conseguenze, per quanto difficile questo possa apparire.

– Abituati da sempre alla nostra visione teologica classica, è normale che ci risulti assai doloroso affrontare il panorama di decostruzione che la tesi/ipotesi del tempo assiale implica; dobbiamo dire addio a molte certezze, a molti presupposti ed elementi che avevamo considerato eterni e immutabili… ma non è impossibile assumere la nuova prospettiva che la scienza sembra confermarci. Con un po’ di calma e di riflessione, finiamo per scoprire che (…) questa prospettiva quasi apocalittica è forse più ricca di promesse che il mero prolungamento della situazione attuale, apparentemente chiusa e senza sbocchi. Un tempo veramente assiale, per quanto forte sia la decostruzione e per quanti timori susciti, è forse la condizione per un salto evolutivo positivo che neppure immaginiamo.

– Non andare controcorrente. Al contrario, lasciarsi condurre dalla corrente, utilizzandone la forza per arrivare a comprendere intelligentemente quale possa essere il nostro ruolo in questa trasformazione epocale. Affrontare il tema positivamente “afferrando il toro per le corna”: porre ogni religione in relazione alla possibilità del tempo assiale, aiutandola ad assumere con coraggio la prospettiva e le esigenze della trasformazione che si avvicina. Aiutare i semplici credenti a cercare di comprendere il cambiamento che viene e a sopportare il tragitto che dovremo fare tutti per giungere a questo nuovo stadio deuteroassiale…

– Vivere con fiducia, con fede nella realtà, nel cosmo, nella Vita, che non smettono di evolvere, autopoieticamente, caoticamente, con l’apparizione di proprietà emergenti. Ciò che crediamo di sperimentare in quello che chiamiamo tempo assiale non è altro che una specie di avatar dell’evoluzione stessa del processo della realtà totale… Si tratta di un processo che ci supera completamente, che non possiamo comprendere a pieno, che possiamo appena cercare di interpretare accompagnandolo il più intelligentemente possibile, co-pilotandolo fin dove ci è possibile intervenire.

– Sarebbe conveniente elaborare un’agenda di temi per la riflessione teologica, cominciando con l’ascolto più ampio e profondo possibile delle varie scienze che stanno parlando del tempo assiale, e rivedendo e riconvertendo conseguentemente la nostra stessa coscienza della realtà.

PER UNA TEOLOGIA DELLA ASSIALITÀ E UNA TEOLOGIA ASSIALE

Se ammettiamo ciò che la scienza ci dice riguardo all’imminenza (o all’attualità) di un nuovo tempo assiale (…), la teologia potrebbe seguire due strade:

a) fare di questo carattere assiale dell’attuale trasformazione una materia di riflessione teologica: cosa significa, che possibilità reali comporta, che implicazioni concrete presenta per la religione e per la teologia, quali sono le sue possibilità di accettazione a partire dai presupposti religiosi attualmente in vigore, in che misura si impone il superamento di questi presupposti di fronte all’evidenza della verità scientifica, ecc. Staremo così elaborando una teologia dell’assialità, una riflessione teologica sull’assialità, sul carattere assiale della trasformazione attuale e delle sue implicazioni e conseguenze. Si tratterebbe di una “teologia del genitivo”, il cui “oggetto materiale” sarebbe quello dell’assialità.

b) passare a rielaborare tutta la teologia, in ognuno dei suoi rami, assumendo questa prospettiva assiale: riflettere su ognuna delle materie teologiche abituali, ma a partire dal presupposto che ci si trova alla vigilia di un nuovo tempo assiale, o che vi siamo già entrati, riconfigurando conseguentemente tale riflessione teologica. Non si tratterebbe di una teologia dell’assialità (del genitivo), ma di una teologia a partire dall’assialità (teologia dell’ablativo), una teologia assiale (…): qualunque materia teologica potrebbe essere il suo oggetto materiale, ma studiata a partire dalla convinzione di tale trasformazione radicale, con tutte le sue conseguenze di decostruzione e di ri-costruzione.

Con questa riflessione iniziale, vogliamo semplicemente richiamare l’attenzione della comunità teologica internazionale verso questa tematica e questa nuova prospettiva, come novità necessaria ed urgente per un’“agenda di lavoro per la teologia planetaria”, in linea con quanto ci chiedeva il Forum Mondiale di Teologia e Liberazione di Dakar.

(“Adista documenti”, n.12 del 2013)

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