30 marzo 2012, Cultura

Tabucchi tra romanzi e passione civile. Furori e fantasmi di uno scrittore civile

antonio tabucchidi Paolo Di Stefano

Antonio Tabucchi è morto a Lisbona dopo una breve malattia che non aveva rivelato neanche agli amici. Lisbona è stata la sua città, anche se era nato a Pisa nel 1943. Lisbona è protagonista dei suoi libri migliori, con la sua sensualità sfavillante e a volte funebre. Potrebbe suonare strano, ma le pagine migliori Tabucchi le ha scritte in portoghese lasciando che fossero tradotte in italiano da altri.

Non si trovano in Sostiene Pereira, il bellissimo romanzo che nel 1994 gli ha regalato la fama internazionale. Si trovano in Requiem , sottotitolo Un’allucinazione , uscito a Lisbona nel ’91 e in Italia l’anno dopo, e sono le pagine in cui l’autore si congeda dai suoi fantasmi, dal suo Pessoa, da una donna, da un amico, da un poeta, da una casa, da una città, da suo padre, che torna a visitarlo apparendogli da giovane per chiedergli ragione della sua morte, avvenuta nell’84. La morte del padre di Tabucchi per tumore alla laringe sarebbe poi diventata un caso giudiziario, perché un chirurgo si riconobbe nel racconto e denunciò l’autore per averlo infamato facendone una questione di ordinaria malasanità italiana.

A chi gli chiedeva se si considerava uno scrittore autobiografico, Tabucchi rispondeva che tutta la letteratura è un po’ autobiografica. E ricordava certi suoi racconti sull’infanzia, un’«infanzia perversa», in cui il bambino spia il mondo degli adulti cercando di imitarlo senza conoscerlo. Certo, i suoi racconti e i suoi romanzi sono anche evocazioni private, allucinazioni, sogni.

Tabucchi cresce in paese, a Vecchiano, con i nonni paterni, si laurea sotto la guida di Luciana Stegagno Picchio con una tesi sulla poesia surrealista portoghese che nel ’71 confluirà in una antologia einaudiana; nel ’73 comincia la carriera accademica a Bologna, poi a Roma e a Genova, infine a Siena. Tabucchi inizia a viaggiare giovanissimo, e il rapporto diretto con il Vecchio Continente sarà vitale per lo scrittore italiano contemporaneo che l’Europa ha amato di più. Parigi all’inizio degli anni Sessanta: «il mio viaggio più importante», dirà. Se c’è una città che conosceva bene, Tabucchi, e amava quasi come Lisbona, questa era Parigi, dove avrebbe soggiornato a lungo (i francesi, del resto, lo amano persino più dei portoghesi). Da Parigi, dove trova su una bancarella il poema Tabacaria, firmato Alvaro De Campos ma scritto da Fernando Pessoa, il giovane Antonio punta verso Lisbona, dove impara a muoversi tenendo tra le mani Il libro dell’inquietudine in lingua originale. Quell’opera, diceva, è «il viatico indispensabile per conoscere Lisbona, un libro di insonnie e di sguardi sulla città carpiti da una finestra; osservazione dei colori e delle luci che scendono sulle case». Attraverso Pessoa, Tabucchi sente le vibrazioni di una città che sarà la sua. Intanto, con l’aiuto della moglie (portoghese) Maria José de Lancastre, comincia a tradurlo per l’Italia, visto che da noi Pessoa è ancora pressoché sconosciuto.

Di fatto Lisbona e il suo poeta gli avrebbero cambiato la vita. Nei suoi primi libri non si sente. Il romanzo d’esordio, Piazza d’Italia, una «favola popolare», rimane la prova narrativa più vicina ai suoi luoghi d’origine, qualcuno parla di un Cent’anni di solitudine della provincia toscana: quell’epopea di tre generazioni di anarchici che partecipano attivamente alla storia d’Italia piacque molto a Enrico Filippini che la propose alla Bompiani. Niente di più lontano dai libri che verranno, da Il piccolo naviglio (1978) agli ultimissimi. Eppure Tabucchi non ha mai dimenticato la sua Vecchiano. Inge Feltrinelli ha sempre ricordato con un sorriso le cene goliardiche dalle sue parti, all’Oliveta o alla Casa del Popolo, con due amici inseparabili Athos e Fausto: «L’uomo schivo e complicato, la sua personalità camuffata, indecifrabile: tutto questo a Vecchiano scompare. La sua casa è una piccola villetta di paese, la casa del nonno, rimasta com’era, semplice, con un giardinetto d’ingresso, pochi fiori e qualche albero». Che fosse un tipo complicato, Antonio, lo sanno tutti, esigente soprattutto con gli amici, pronto al rimprovero severo, come collaboratore di giornali (lo è stato per anni al «Corriere») continuava a mandare fax per precisare, correggere, ritirare il pezzo appena inviato, infuriarsi per un niente. Gli editori lo sapevano bene: era lui che sceglieva le copertine, era sua l’ultima parola sull’estetica del libro e sui particolari tipografici: con lui si poteva litigare per certe virgolette o per un’interlinea. Non senza una suprema autoironia, la stessa che gli fece stilare un divertente elenco delle sue manie: odiava, tra l’altro, la panna, i cani, di cui aveva paura, gli sport in generale, la nouvelle cuisine.

Tutto ciò non gli avrebbe impedito di rimanere fedele per anni alla Sellerio e alla Feltrinelli. Con i racconti de Il gioco del rovescio si profila il narratore futuro, quello che si muove sul filo dell’ambiguità, dello scambio tra finzione e verità, di un’identità pirandelliana, labirintica, di una ricchissima memoria letteraria (in cui hanno accesso anche Conrad e Melville, Kipling e James, Fitzgerald e Hemingway, Borges e i poeti, Baudelaire e Montale compresi), con l’aggiunta di echi cinematografici e richiami figurativi. Oltre a collocarlo nella temperie postmoderna (in cui non si riconosceva), questa tensione metaletteraria gli ha procurato critiche di intellettualismo ammiccante, di «ruffianeria» (Pampaloni): in realtà, tra gli anni Ottanta e i Novanta Tabucchi si presenta come una voce di grande novità e di respiro davvero mitteleuropeo, offrendo al lettore il meglio di sé, specie nella misura breve, dove l’idea del «rovescio» o quella dell’«equivoco» (Piccoli equivoci senza importanza, 1985) scatenano indagini o interrogativi sui risvolti segreti e i luoghi oscuri dell’esistenza. Oscurità cui fa da contrappeso una prosa sempre nitida, piana, affabile, avvolgente e a tratti magnetica. Intensità e allucinazione, che appartengono anche alla scrittura del Tabucchi viaggiatore (Notturno indiano, 1984), non vengono meno nel giallo chandleriano Il filo dell’orizzonte (1986) né nell’Angelo nero, i cui racconti assumono una vena decisamente gotica, abitati come sono da spettri, minacce, enigmi, fantasmi pubblici e privati: gli stessi che in Requiem si presenteranno con una più stringente necessità autobiografica (forse era proprio quella urgenza a suggerire all’autore l’adozione distanziante di una lingua non sua).

Pochi anni dopo verrà il successo di Sostiene Pereira (cui contribuiranno i premi Viareggio e Campiello), dove Tabucchi fa i conti più direttamente con la coscienza della storia e della politica, mettendo in scena un ex giornalista di nera, obeso e sofferente di cuore, pigro ma generoso, sperduto dentro un’Europa funestata dal fascismo imperante. Sarà uno dei personaggi più memorabili della letteratura italiana contemporanea, per di più calato in una Lisbona salazariana che non perde però la sua sensualità, il suo fascino sfavillante anche se necessariamente mortuario.

Da Pereira sono passati molti anni e diversi libri, tra alti e bassi (reportage di viaggio, epistolari immaginari, nuovi racconti, pamphlet). Ma si direbbe che da allora la visionarietà romanzesca di Tabucchi abbia ceduto a una preoccupazione di deciso impegno sul fronte antiberlusconiano. «L’impegno di ogni artista – diceva – è quello di dire la verità sui propri sentimenti»: i suoi sentimenti civili sono diventati amari, sempre più duri e intransigenti, e non rinunciò a esprimerli polemizzando con la destra ma anche con la sinistra moderata (era vicino alle posizioni di «Micromega»), accusando anche Ciampi di eccessiva tolleranza verso leggi anticostituzionali.

Tabucchi non riconosceva più un’etica collettiva al nostro Paese, se ne allontanava spesso, standosene a Parigi o a Lisbona. Lì scriveva spesso ai giornali internazionali per urlare all’Europa la propria amarezza e la propria rabbia di italiano che aveva scelto l’esilio.

(www.corriere.it, 26 marzo 2012)

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