11 settembre 2011, Cultura

Storia dell’operaio Oscar che morì alla Moneda

luis sepùlvedadi Luis Sepulveda

In occasione dell’anniversario del golpe cileno dell’11 settembre 1973, pubblichiamo parte di uno degli articoli inediti che Luis Sepulveda scrisse nei due anni successivi all’arresto di Pinochet, dell’ottobre 1998, e poi al rilascio del generale, articoli raccolti nel volume “Il generale e il giudice” (Guanda, 2003, pagg.134) .

L’11 settembre 1973 Oscar Lagos Ríos aveva ventun anni. Era operaio e veniva da una famiglia umile come tutte quelle che abitavano a Villa Las Dalias, nella zona di La Granja, a sud di Santiago. Due giorni prima, con un mese di ritardo perché era nato l’8 agosto 1952, aveva festeggiato la maggiore età insieme ai genitori e ai fratelli. Torta con dulce de leche e cocco tritato, più una bottiglia di sidro stappata dal vecchio, orgoglioso del suo ragazzo socialista.
Lunedì 10, Oscar Lagos Ríos era entrato a far parte della guardia presidenziale, e la mattina di quel martedì 11 che avrebbe cambiato le nostre vite aveva scortato il compagno presidente dalla sua residenza in calle Tomás Moro fino al palazzo della Moneda.
Io l’avevo conosciuto una mattina di febbraio del 1971.

Sei mesi prima la Coafrut, un’azienda di Puente Alto dedita all’essiccazione e all’esportazione di frutta, era stata occupata dagli operai che, spogliati con mille trucchi di tutti i diritti, si erano stufati di lavorare per salari miserabili e avevano cacciato i padroni e i capoccia, senza però interrompere la produzione.
All’epoca tutti i quadri politici, o meglio quei militanti di Unidad Popular in condizione di assumersi responsabilità esterne, dovevano accettare incarichi che a volte esulavano dalle loro competenze ed erano una sfida alla creatività caratteristica dei mille giorni del governo di Allende. Dopo la pubblicazione sul “Diario Oficial” di un decreto che mi nominava commissario, cioè rappresentante dello stato in quell’azienda, mi presentai agli operai della Coafrut per adempiere ai miei compiti.

Non fu facile entrare nello stabilimento. Carabineros intimoriti dalla prepotenza dei padroni e picchiatori armati al soldo dell’estrema destra cercavano di impedire l’applicazione del provvedimento. Con in mano il decreto che mi nominava commissario, chiesi a un sottufficiale dei carabineros di far rispettare la legge e di sgomberare la strada fino alle porte dell’azienda, ma lui si limitò a guardare incerto i padroni.
Allora un picchetto di operai armati dei loro attrezzi da lavoro, pale, spatole e martelli, uscì dallo stabilimento e mi venne incontro. Lo guidava un ragazzo alto, robusto, con i capelli ramati, che mi tese la mano e mi salutò con un indimenticabile “Benvenuto, compagno commissario”. Era Oscar Lagos Ríos, un operaio dell’azienda.

Chiudemmo le porte. Dentro, più che un’aria di rivolta, si avvertiva l’atmosfera pulita del lavoro. Il giovane operaio mi descrisse rapidamente le caratteristiche degli impianti, le peculiarità del processo produttivo e la destinazione finale della merce, e mi consegnò una lista con le necessità più urgenti. Erano tutte relative a pagamenti arretrati: gasolio, elettricità, acqua, materie prime. All’ultimo posto c’erano mesi e mesi di salario.
Oscar Lagos Ríos era un dirigente sindacale e mi spiegò che gli operai erano consapevoli delle condizioni finanziarie dell’azienda e aspiravano semplicemente alla paga minima fissata dalla Central Única de Trabajadores e dal governo popolare: la cosa veramente importante era non sospendere la produzione perché le esportazioni fruttavano al paese valuta pregiata.

Iniziammo prefiggendoci determinate quote di produzione che, una volta raggiunte, ci riempivano di orgoglio. Essiccavamo frutta il cui sapore veniva poi apprezzato da palati europei, perché i nostri principali clienti erano fabbriche di gelato del vecchio continente. Le migliori prugne del Cile si trasformavano in rugosi boccioli che, appena reidratati, recuperavano il loro aroma dolce e avvolgente.

(…) Conobbi le due sorelle e il fratello minore di Oscar Lagos Ríos. Erano tutti e quattro di una bellezza inquietante. In un paese dove predominano i capelli neri, le sorelle spiccavano per il loro biondo miele e gli uomini per il colore ramato. E tutti e quattro guardavano il mondo attraverso pupille che passavano in fretta dal marrone a un verde delicato e trasparente.

Il pomeriggio ci dedicavamo alla lettura e la sorella maggiore, Ría, più che leggere viveva per noi i racconti di Coloane, di Manuel Rojas, di Jack London e di Maksim Gor’kij. Oscar amava i suoi fratelli e manifestava per loro un forte istinto protettivo, soprattutto quando decideva come spartire il suo tempo, perché agli impegni di operaio, dirigente sindacale e militante della Juventud Socialista, si aggiungeva il compito di andare a prendere le due sorelle e il fratello all’uscita dalla scuola serale di Puente Alto. Lavorare, studiare, avanzare. Era questo il nostro motto rivoluzionario.

Oscar Lagos Ríos era un militante orgoglioso di esserlo. Dalla strada principale, dove gli autobus lasciavano i lavoratori, allo stabilimento c’erano cinque chilometri di sterrato. Le piogge li trasformavano in un pantano molto difficile da attraversare. Le giornate asciutte invece erano sempre accompagnate da un gran polverone, in mezzo al quale si era costretti a procedere con gli occhi chiusi, e a questi impedimenti naturali dovevamo aggiungere la continua presenza di provocatori, che andavano su e giù con i loro fuoristrada, coprendo di fango o di polvere gli operai, o minacciandoli con armi da fuoco esibite impunemente.

Ma in testa alla colonna degli operai c’era sempre Oscar e, prima ancora di vederli arrivare, si sentivano le loro voci che cantavano per rendere meno duro il cammino. (…)

Oscar Lagos Ríos aveva sogni di cui a volte parlava: era già un fantastico meccanico di automobili, e gli sarebbe piaciuto fare il pilota di Formula Uno; e poi aveva intenzione di studiare agronomia, come mi confidò un pomeriggio, durante una festa di famiglia, a casa dei suoi genitori. Nel commissariato della Coafrut era entrato anche un altro compagno esemplare, Leopoldo Baudet, agronomo che lavorava diciotto ore al giorno per assistere i contadini del settore. Oscar ammirava quel lavoro, la passione con cui Leopoldo esaminava la terra, le piante e gli alberi. (…)

Durante la visita di Fidel Castro in Cile, insieme ad altri compagni del comitato regionale Cordillera del Partito socialista, fui temporaneamente inserito nel Gap. Bisognava proteggere l’incolumità dei ministri e degli ospiti. Presto quella convivenza con i compagni incaricati della massima sicurezza ci portò a svolgere anche altri compiti di sorveglianza, compiti sempre più gravosi man mano che crescevano la sedizione fascista e i tentativi di destabilizzazione. Per ordine del partito, alla Coafrut iniziammo a formare addetti alla sicurezza, di cui ci fu ben presto bisogno. Uno di loro era Oscar Lagos Ríos.

Noi militanti del comitato regionale Cordillera, in particolare quelli della sezione di Puente Alto, per tre volte impedimmo con le armi che l’impianto dell’acqua potabile di Vizcachas venisse fatto saltare in aria con la dinamite dai fascisti del movimento Patria y Libertad, il cui führer, un terrorista di nome Pablo Rodríguez, è oggi a capo degli avvocati difensori di Pinochet. In seguito, nel corso di un’operazione guidata dal poeta Sergio Leiva, assassinato nel 1973, evitammo con una sparatoria che vari canali di irrigazione delle campagne da cui Santiago si riforniva di verdure venissero avvelenati con sostanze tossiche di fabbricazione statunitense (come provarono i contenitori che la stampa mostrò a chi volle vederli); e ancora fermammo a colpi d’arma da fuoco i sediziosi che volevano impadronirsi di alcune tonnellate di dinamite nella miniera El Yeso. Oscar Lagos Ríos partecipò a ognuna di queste azioni e a svariate altre, e si distinse fra tutti.

Alla fine del 1972 l’eversione agiva con crescente impunità; divenne necessario rafforzare i dispositivi di sicurezza intorno ai nostri dirigenti, specie quelli destinati alla protezione del nostro caro compagno presidente, e la direzione del Gap sollecitò l’arruolamento dei militanti migliori. A quei tempi io avevo un incarico direttivo nella sezione Ramón Núñez del Partito socialista e mi dispiacque dover autorizzare Oscar a lasciarci, anche se andava a svolgere compiti più importanti.

Un giorno si scriverà la vera storia di quei tempi, e un giorno scriverò di quegli anni felici di impegno e dedizione totale, dei progetti che prevedevano una zona liberata da Puente Alto verso la cordigliera, dove si sarebbe insediato un governo rivoluzionario provvisorio per rispondere al golpismo. Quasi ci riuscimmo, avevamo tutto, meno le armi. E in quei momenti sentimmo l’assenza di Oscar, della sua costanza, della sua volontà e del suo coraggio.

L’11 settembre 1973 Oscar Lagos Ríos era nel palazzo della Moneda. Aveva un kalashnikov e centoventi colpi. Aveva ventun anni ed era deciso a restare accanto al compagno presidente. Allende lasciò libero chiunque volesse ritirarsi. Nessun membro del Gap abbandonò il suo posto di combattimento.
Oscar Lagos Ríos fu visto l’ultima volta nella sede del reggimento Tacna di Santiago. Ferito alla Moneda, fu brutalmente torturato dalla soldataglia insieme ad altri membri del Gap. Avevano le mani legate con filo spinato, sopportarono gli interrogatori più disumani e degradanti, ma nessuno parlò, consegnò o tradì chi ancora resisteva.

Le sue sorelle, quelle ragazze dalla singolare bellezza, il fratello minore, i genitori, furono vittime sistematiche di rapine, pestaggi, furti mascherati da perquisizioni, ma non smisero mai di reclamare il corpo del giovane combattente della Moneda. I genitori morirono senza avere ottenuto risposta.

Oscar Lagos Ríos, come quelli del Gap, come quelli che caddero per la resistenza, da allora alla fine della dittatura, difesero tutti la legalità e la costituzione della repubblica cilena. Difesero il sacro diritto di ribellarsi alla tirannia. Dissero che, se lottare contro il tiranno li rendeva colpevoli, loro accettavano quella colpa con orgoglio. Altri invece preferirono negoziare con il tiranno, a prezzo del sangue degli uomini degni, dei giovani coraggiosi che, dal primo momento del golpe militare al tramonto della dittatura, non concessero al despota un solo attimo di pace. Un giorno si scriverà la vera storia e il loro coraggio sarà rivendicato.

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