7 maggio 2012, Cultura - Recensioni

Singer:l’idiota è l’unico saggio

di Livia Manera

«Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi. Ma è così che mi chiama la gente».

Che modo eccezionale, per un grande scrittore ancora sconosciuto, di presentarsi al pubblico la prima volta. È il 1953, Isaac Bashevis Singer ha cinquantun anni ed è un immigrato polacco che scrive in yiddish quando a New York la «Partisan Review» pubblica Gimpel l’idiota, il suo primo racconto tradotto in inglese.

La traduzione è di Saul Bellow, che quello stesso anno dà alle stampe Le avventure di Augie March. E la sua mano si sente. «Sono americano, nato a Chicago», comincia con la stessa determinazione e lo stesso ritmo il primo grande romanzo di Bellow. E quando la critica lo nota, Singer si adombra. Non lascerà mai più avvicinare Bellow alla traduzione dei suoi racconti, che da quel momento curerà lui stesso con dei collaboratori, trasformandosi – paradossalmente, per uno che scrive in una lingua morente dell’Europa dell’Est – in uno scrittore americano.

Proprio perché Singer diceva di riconoscersi nella figura di Gimpel, lo zimbello di Franpol costretto dalle troppe umiliazioni ad abbandonare il proprio villaggio ed errare di paese in paese raccontando improbabili storie di «demoni, maghi e mulini a vento», è significativo che sia questo racconto a dare il via alle Collected stories che Singer stesso s’impegnò a selezionare per le edizioni Farrar Straus and Giroux nel 1982. Perché pubblicato ora da Corbaccio con il titolo Lo scrittore di lettere e altri racconti (traduzione di Maria Vasta Dozzi e di Mario Biondi) questo libro si legge come un vero e proprio autoritratto in quarantasette racconti. Dove il figlio del rabbino di un quartiere di gangster e prostitute di Varsavia che nel 1935 era emigrato a New York sulla scia di un fratello maggiore anche lui scrittore (meglio: anche lui grande scrittore, ma morto prematuramente), dopo lo choc per la separazione dalla propria cultura che per dieci anni gli impedisce di scrivere, emerge come un autore dall’immaginazione potentissima, incredibilmente prolifico e allo stesso tempo come il primo di una serie di scrittori ebrei americani per cui la trasgressione è il sale della letteratura.

Ma Lo scrittore di lettere e altri racconti non è soltanto una summa della poetica di un futuro premio Nobel capace di mettere insieme carnalità e mistica, immaginazione e quotidianità, nella convinzione che peccato e santità vadano a braccetto. È anche il libro a cui Singer confessa alcune delle preoccupazioni che lo affliggono. Per esempio, nell’elenco dei «pericoli che insidiano gli autori di narrativa» di cui scrive nell’introduzione, mette al primo posto «l’idea che lo scrittore debba essere sociologo e politico, e adeguarsi alla cosiddetta dialettica sociale».

Al secondo «l’avidità di denaro e di riconoscimento». E al terzo «l’originalità forzata» della sperimentazione letteraria. Anche se Singer il tradizionalista non era del tutto sincero quando si dichiarava conservatore. Perché per quanto si rifacesse alle folk tale della sua infanzia, e per quanto usasse gli artifici narrativi del racconto orale («Lasciate che vi racconti questa storia…»), doveva pur sempre essere consapevole che il suo impulso a rappresentare gli ebrei nella peggiore luce possibile era una trasgressione che lo rendeva all’avanguardia, se non nello stile, nella sostanza.

Bellow tradusse «Gimpel l’idiota» di Singer dalla lingua yiddish all’inglese
Che vivano ancora negli shtetl o siano trapiantati negli Stati Uniti, i suoi personaggi sono gente superstiziosa, provinciale e lussuriosa, che per vanità, avidità o ignoranza, si lascia rubare l’anima da demoni oziosi («Se tutto va bene» dice il demonio a un grande studioso della Torah convincendolo a convertirsi al Cristianesimo, «un giorno sarai papa». La storia naturalmente finisce all’inferno). Sono anche gente spregiudicata come Yentl, la giovane orfana che dopo essersi finta uomo per studiare in una yeshiva, sposa una ragazza innamorata di un altro, la fa innamorare di sé, e dopo averla sverginata con l’inganno l’abbandona a tristi nozze con il suo primo innamorato.

Ecco perché Gimpel il credulone a cui il villaggio fa sposare una prostituta che gli darà sei figli bastardi, agli occhi di Singer è un saggio: perché in un mondo così corrotto è meglio non esser troppo sani di mente.
Chissà, forse c’era della vanità in quel suo identificarsi con un ingenuo. Sappiamo che Bellow vedeva in Singer piuttosto un calcolatore e un tipo «Too Jewy», troppo ebreo. Tra i due ci fu sempre poca simpatia.

Molti anni dopo averlo lanciato sulla «Partisan Review», quando venne a sapere che per il pranzo del Nobel Singer aveva chiesto un menu vegetariano, Saul Bellow aveva commentato con una frase in tutto e per tutto degna di questi racconti che sembrano favole illustrate da Chagall: «Avrà anche smesso di mangiare carne, ma non ha certo smesso di bere sangue».

Isaac Bashevis Singer – «Lo scrittore di lettere e altri racconti» – traduzione di Maria Vasta Dozzi e di Mario Biondi – Corbaccio – pp. 448

(www.corriere.it, sez.cultura, 27 marzo 2012)

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