18 ottobre 2016, Cultura

Simone de Beauvoir madre del femminismo

di Claudia Mancina

Donna non si nasce, si diventa. Questa semplice frase riassume l’esplosivo contenuto del capolavoro di Simone de Beauvoir, uscito con grande scandalo nel 1949 (e inserito nel 1956 nell’Indice dei libri proibiti). Essere donna non è un fatto naturale, non si spiega con la biologia né con la psicoanalisi. È un fatto culturale, il risultato dell’azione di processi di costruzione simbolica che sono all’origine della storia umana. Le donne che oggi hanno acquistato i diritti di una formale eguaglianza si trovano, secondo la scrittrice francese, di fronte all’immane compito di scoprire chi sono. Nessuna donna infatti può pretendere di porsi al di là del proprio sesso: nemmeno una donna privilegiata come lei, che non ha sperimentato direttamente la discriminazione. Ciò a cui nessuna donna può sfuggire è la domanda su che cosa significa essere una donna. L’identità femminile è qualcosa di estraneo, costruita dallo sguardo dell’uomo. La donna non è se stessa ma l’atro dell’uomo, il suo oggetto. Il rapporto tra i due sessi non è un rapporto di reciproco riconoscimento, nel quale le due coscienze si relativizzano a vicenda. Perciò la donna non è altro che il secondo sesso: tra i sessi c’è una gerarchia. L’uomo costruisce la sua libertà nel rapporto con l’altro che è la donna; la donna non costruisce la sua libertà perché non pone l’uomo come suo altro e non riesce a uscire dalla sua posizione di oggetto. Resta impigliata nella biologia, preda della specie e perciò preda delle costruzioni culturali sull’essenza del femminile.
Se ci chiediamo, a distanza di più di sessant’anni, quale sia il lascito della filosofa al femminismo novecentesco, non possiamo non rilevare il carattere seminale del suo pensiero. La negazione della base biologica dell’essere donna, anche se declinata in modi diversi, è maggioritaria nel femminismo, così come la individuazione dei caratteri attribuiti alla donna dal pensiero maschile. Per questo aspetto possiamo vedere nel suo approccio un primo esempio di decostruzione dell’identità. Ma la ragione principale dell’interesse del Secondo sesso oggi sta proprio nell’impianto filosofico di origine esistenzialista, e quindi nel suo mettere al centro la questione della libertà. La libertà è il tema su cui convergono femminismi anche molto diversi tra loro, ed è proprio intesa come l’ha intesa Simone de Beauvoir: non come somma di diritti o di opportunità, ma come un liberamente, originariamente definire il proprio stare nel mondo da sé, sulla propria base. In lei questa intuizione prende i colori della filosofia sartriana. Questo approccio appare lontano dalla più recente sensibilità della ricerca femminista ai temi della cura e delle relazioni. Ma la tensione etica verso la riappropriazione di un senso universale dell’essere donna come essere umano che deve conquistare la sua posizione indipendente nel mitsein, nell’essere insieme, fa della filosofa una non dimenticabile madre del femminismo

(L’Osservatore Romano, 2 settembre 2016)

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