21 giugno 2010, Cultura

Siamo ancora postmoderni?

di Maurizio Ferraris

Il postmoderno ha trent’ anni, e ritorna insieme ad Accademia di polizia e Ghostbusters, la rucola e le Charlie’ s Angels, che – con l’ ambigua miscela tra l’ emancipazione delle donne detective e Charlie, il dio (maschile) nascosto – furono trasmesse per la prima volta in Italia nel settembre 1979 furoreggiando, insieme al più univoco Drive in, su quelle che all’ inizio si chiamavano “Tv libere” e poi, più correttamente “private”. Questi ritorni degli anni Ottanta non sorprendono, se si considera che sono tornati persino i calzoni a zampa, imbarazzante stendardo degli anni Settanta. Ma quanto a lui, al postmoderno, non è nemmeno certo che se ne sia mai andato. Mentre scrivevo questo articolo ho trovato tra la posta il cartoncino di una mostra che si è aperta da poco al Mart di Rovereto. L’ artista si chiama Sara Landau, e il titolo ha il merito di sintetizzare in tre parole (undici lettere in totale) il postmoderno: Iper Pop Post. Sì, il postmoderno è stato proprio quello: l’ Iper come valutazione positiva dell’ eccesso e come rifiuto della misura (nel lessico postmoderno “esagerato” è un complimento), il Pop come miscela di alto e basso nel sistema dei media, e soprattutto il Post, l’ idea di essere postumi, di venire dopo, una specie di ultra ironico, un portarsi avanti con un gesto che è insieme avanguardistico, ansioso e rassegnato. ene: si tratta di postmoderno o di post-postmoderno? Se il postmoderno è essenzialmente revival, il revival (o anche semplicemente il survival) del revival ha del vertiginoso. Lasciando da parte queste sottigliezze metafisiche, forse è più sensato analizzare cosa sia stato. Il postmoderno esplode di colpo con un piccolo libro (109 pagine) del filosofo francese Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna, uscito – proprio come le Charlie’ s Angels – nel settembre 1979 che parlava della fine delle ideologie, cioè di quelli che Lyotard chiamava i “grandi racconti”: illuminismo, idealismo, marxismo. Questi racconti erano esauriti, non ci si credeva più, avevano cessato di costituire un’ onda trainantee di giustificare il saperee la ricerca scientifica. Era una crisi, ma vissuta senza tragedie, lontana dai drammi e dalle ghigliottine del moderno. Una decina di anni più tardi, subito dopo la caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama avrebbe rincarato la dose con la “fine della storia”: la storia universale si era compiuta e non ci sarebbe stato altro futuro. Era un tema di cui aveva parlato Hegel, nell’ Ottocento, e poi, negli anni Trenta del Novecento, il filosofo Alexandre Kojève, ma ora diventava anche un tema pop. È del 1982 – l’ anno di Blade runner, film postmoderno per eccellenza, visto che ci parla di una fine della storia a Los Angeles – la canzone Postmoderno di Giuni Russo (il cui refrain era “Modern day far far away”), che costituiva il lato B di un grande successo dell’ epoca, Un’ estate al mare. Un tratto caratteristico del postmoderno è proprio che tra i due livelli, filosofico e pop, c’ è stata complicità anche più forte che ai tempi di Juliette Gréco e dell’ esistenzialismo. Il pensiero debole, versione italiana del postmoderno, esce nel 1983, e viene lanciato come tormentone da D’ Agostino in Quelli della notte, la cui sigla era un inno alla notte, non esattamente nel senso di Novalis: “Lo diceva Neruda che di giorno si suda (ma la notte no!) / rispondeva Picasso io di giorno mi scasso (ma la notte no!)”. “Modern day far away”, come in Giuni Russo. La forza elementare di questa liberazione che sembrava a portata di mano, anzi, già avvenuta all’ insaputa di tutti, è stata colta alla perfezione da Lucio Dalla in L’ anno che verrà (meglio noto come Caro amico ti scrivo ), che esce nel 1979, esattamente come il libro di Lyotard: “E si farà l’ amore, ognuno come gli va / anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età”. La facilità con cui la pandemia si diffuse dipendeva non solo da quello che, così oscuramente, si chiama “spirito del tempo”, ma anche dal fatto che il postmoderno si portava sulle spalle una turba cosmopolitica di genitori: lo storico inglese Arnold Toynbee, che ne aveva parlato negli anni Quaranta, l’ antropologo tedesco Arnold Gehlen teorizzatore della “post-storia” negli anni Cinquanta, il romanziere americano Kurt Vonnegut che negli anni Sessanta aveva mescolato humour nero e fantascienza, l’ architetto americano Robert Venturi che nei primi anni Settanta riabilitava lo stile disneyano di Las Vegas. All’ inizio di tutto, negli anni Trenta, c’ era stato persino il critico letterario spagnolo Federico de Onís, che aveva classificato così una corrente poetica. Il minimo comune denominatore di tutti questi antenati sta in una fine del progresso vissuto in senso enfatico: al futuro infinito e indeterminato, segue un ripiegamento. Forse il futuro è già qui, ed è la somma di tutti i passati, abbiamo un grande avvenire dietro le spalle. Nel presentismo del postmoderno (“no future” cantavano i Sex Pistols cogliendo l’ essenziale della “crisi dei grandi racconti”) l’ arte, l’ immediatezza estetica, fosse pure nella forma minimale degli orologi Swatch e della Milano da bere, diventava la risorsa a portata di mano. L’ eclettismo correva qua e là, mescolando stili e valorizzando l’ effimero, trasformato a sorpresa in una categoria positiva perché tutto, almeno nelle intenzioni, diventava più leggero e fiabesco. “Come il mondo vero finì per diventare una favola”, la frase di Nietzsche, era stata promossa a ideale universale, e alla fine, il nocciolo duro del postmoderno è stato proprio che il reale sarebbe sparito senza lasciare niente di solido. Nella apparente fine delle utopie si faceva strada il sogno sotterraneo di un regno dello spirito e persino di una fine del lavoro, della maledizione di Adamo, con il passaggio dai campi e dalle officine agli open space del web. I più ottimisti si erano persino convinti che le guerre sarebbero scomparse diventando semplicemente una finzione mediatica tra le altre. Tutte queste utopie si sono realizzate? In un certo sì, fin troppo bene, e non parlo solo della fine del lavoro, che è diventato un bene rarissimo. Ricordo, nel 1994, di aver partecipato, in una Magdeburgo ancora piena di ricordi e rottami della DDR, a un convegno intitolato “Media Transforming Reality”, dove il potere demiurgico della manipolazione mediatica veniva considerato una grande emancipazione e una sciccheria intellettuale. Il che suonava ironico non solo perché non si era poi così lontani, nel tempo e nello spazio, dalla Berlino del dottor Goebbels, ma perché erano gli anni in cui il populismo mediatico faceva la sua discesa in campo e il detto nietzschiano “non ci sono fatti, solo interpretazioni” si candidava a sostituire, dentro e fuori dei tribunali, il principio “la legge è uguale per tutti”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un mondo di toxic paper e di ecoballe, in cui si dichiara guerra (verissima) allegando come prova l’ esistenza di armi di distruzione di massa che non ci sono mai state. Tanto basta, io credo, a dissipare ogni nostalgia del postmoderno. A chi si volesse impegnare in un revival, proporrei il recupero della verità e della realtà, di cui si sente un grandissimo bisogno in un mondo ammalato di favole.

(Articolo tratto da “La Repubblica” del 19 giugno 2010, pag.29-30)

1 commento per : Siamo ancora postmoderni?

  • Kristine

    Solo per correttezza di informazione: Post Moderno di Giuni Russo non è uscito nel ’82 e non è il lato B di “Un’estate al mare”. E’ uscito nel 1983 e faceva parte dell’album “Vox”.
    Il retro di “Un’estate al mare” è “Bing bang being”.
    Buona giornata.

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